Visioni d’Oriente. Giappone e Giapponismo dagli Impressionisti al Manga
Tsukioka Yoshitoshi, Takashima Ôiko no hanashi (La storia di Takashima Ôiko),1889. Dalla serie Shinsen Azuma nishiki-e. Editore Rsunashima Kamekichi. Bologna, Collezione del Centro Studi d'Arte Estremo-Oriente
Dal 19 Febbraio 2027 al 27 Giugno 2027
Forlì | Forlì-Cesena | Visualizza tutte le mostre a Forlì-Cesena
Luogo: Museo Civico San Domenico
Indirizzo: P.le Guido da Montefeltro 12
Curatori: Rossella Menegazzo, Giovanni Gamberi, Francesco Parisi
Telefono per informazioni: +39 393 9655999
E-Mail info: eventi@fondazionecariforli.it
Un'influenza capace di attraversare oltre un secolo di storia dell'arte e dell'immaginario occidentale, dal fascino esercitato sugli Impressionisti fino al manga, all'animazione e al cinema contemporanei: è questo il filo conduttore di Visioni d’Oriente. Giappone e Giapponismo dagli Impressionisti al Manga, la mostra organizzata dalla Fondazione Cassa dei Risparmi di Forlì, in collaborazione con l’Amministrazione Comunale, negli spazi del Museo Civico San Domenico dal 19 febbraio al 27 giugno 2027. Un percorso che racconta la straordinaria capacità dell'arte giapponese di trasformare, nel tempo, il modo stesso di guardare, rappresentare e immaginare il mondo in Occidente.
Quando a metà dell’Ottocento il Giappone usci dall’isolamento e dopo due secoli si riaprì all’Occidente, l’interesse per quel mondo pervase l’Europa e in particolare la Francia.
Nacque qui il termine “Giapponismo” per descrivere una tendenza che avrà il sapore di un’avanguardia artistica. Il termine, usato per la prima volta (1872-73) dal critico P. Burty, indicò l’influenza della sua arte e della sua forma stilistica sui movimenti artistici europei tra la metà del XIX secolo e la Prima guerra mondiale.
Alla diffusione del fenomeno contribuirono le Esposizioni Universali, cui il Giappone partecipò con propri padiglioni (fin dal 1862 a Londra), l’apertura di negozi specializzati in oggetti dell’Estremo Oriente e la pubblicazione, curata dal collezionista e mercante Samuel Bing (1838-1905), della rivista Le Japon artistique (1888-91).
Le xilografie giapponesi offrirono un repertorio formale radicalmente diverso rispetto alla tradizione occidentale: la tavolozza cromatica subì la trasformazione più significativa. L’uso del colore piatto, privo di modulazioni chiaroscurali, e l’impiego di tinte pure e accostamenti netti derivavano direttamente dalle stampe ukiyo-e.
Questo approccio che si opponeva alla tradizione accademica basata sulla prospettiva tradizionale risultava evidente nei paesaggi, dove l’organizzazione dello spazio non poggiava sulla prospettiva scientifica, ma veniva percepita come superficie di rapporti cromatici e ritmici. I nuovi processi si diffusero oltre la Francia, coinvolgendo artisti di ogni nazione europea e americana contribuendo così alla formazione di un moderno linguaggio internazionale.
Tra le figure paradigmatiche dell’Arte europea che si confrontarono, nella loro ricerca, con l’Oriente, vi sono gli Impressionisti e i postimpressionisti. In particolare, gli Impressionisti derivarono dalle stampe ukiyo-e il senso di bellezza giapponese basato su una visione unica della natura e il caratteristico uso di colori chiari, dei contorni enfatizzati e lo smantellamento della relazione prospettica dei piani.
Entrambi, Impressionisti e postimpressionisti, furono attratti dai valori cromatici e spaziali delle xilografie giapponesi. I primi ripresero le linee rapide e il taglio asimmetrico del quadro, mentre Gauguin e i Nabis furono interessati al colore, steso in campiture piatte che esaltavano (come nelle stampe di Hokusai, Utamaro o di Hiroshige) il valore decorativo e simbolico dei colori. Motivi iconografici e stilistici mutuati dal Giappone sono riconoscibili anche nei vetri di Gallé, dei fratelli Daum, di Tiffany, o nei gioielli di Lalique e di Wolfers.
Il Giapponismo non rappresentò soltanto una semplice influenza esterna, ma impose un dispositivo critico interno alla modernità occidentale, una sorta di catalizzatore capace di accelerare processi già in atto, offrendo strumenti formali e concettuali per la dissoluzione del paradigma rappresentativo tradizionale.
Accanto a questa dinamica vanno poi svolte le relazioni che con il “Giapponismo” ebbe il resto della cultura artistica europea, dagli italiani a Parigi (De Nittis, Boldini e gli altri) fino agli anglo-americani.
La mostra si propone dunque di evidenziare la portata decisiva e la diffusione capillare del fenomeno del Giapponismo in tutti i paesi d’Europa, dalla Francia di Paul Gauguin, Henri de Toulouse Lautrec, Pierre Bonnard, Paul Ranson ed Émile Gallé al Belgio di James Ensor, dall’Olanda di Vincent van Gogh all’Austria di Gustav Klimt e Koloman Moser, alla Boemia di Alphonse Mucha, all’Inghilterra di Albert Moore, fino all’Italia, quest’ultima rappresentata, tra gli altri, da Giuseppe De Nittis, Galileo Chini, Plinio Nomellini, Giacomo Balla.
La curatela è di Rossella Menegazzo, Giovanni Gamberi e Francesco Parisi, con la collaborazione di Matthew Winterbottom e Enrico Colle. Presidente del comitato scientifico è Cristina Acidini, mentre la direzione generale è di Gianfranco Brunelli.
Quando a metà dell’Ottocento il Giappone usci dall’isolamento e dopo due secoli si riaprì all’Occidente, l’interesse per quel mondo pervase l’Europa e in particolare la Francia.
Nacque qui il termine “Giapponismo” per descrivere una tendenza che avrà il sapore di un’avanguardia artistica. Il termine, usato per la prima volta (1872-73) dal critico P. Burty, indicò l’influenza della sua arte e della sua forma stilistica sui movimenti artistici europei tra la metà del XIX secolo e la Prima guerra mondiale.
Alla diffusione del fenomeno contribuirono le Esposizioni Universali, cui il Giappone partecipò con propri padiglioni (fin dal 1862 a Londra), l’apertura di negozi specializzati in oggetti dell’Estremo Oriente e la pubblicazione, curata dal collezionista e mercante Samuel Bing (1838-1905), della rivista Le Japon artistique (1888-91).
Le xilografie giapponesi offrirono un repertorio formale radicalmente diverso rispetto alla tradizione occidentale: la tavolozza cromatica subì la trasformazione più significativa. L’uso del colore piatto, privo di modulazioni chiaroscurali, e l’impiego di tinte pure e accostamenti netti derivavano direttamente dalle stampe ukiyo-e.
Questo approccio che si opponeva alla tradizione accademica basata sulla prospettiva tradizionale risultava evidente nei paesaggi, dove l’organizzazione dello spazio non poggiava sulla prospettiva scientifica, ma veniva percepita come superficie di rapporti cromatici e ritmici. I nuovi processi si diffusero oltre la Francia, coinvolgendo artisti di ogni nazione europea e americana contribuendo così alla formazione di un moderno linguaggio internazionale.
Tra le figure paradigmatiche dell’Arte europea che si confrontarono, nella loro ricerca, con l’Oriente, vi sono gli Impressionisti e i postimpressionisti. In particolare, gli Impressionisti derivarono dalle stampe ukiyo-e il senso di bellezza giapponese basato su una visione unica della natura e il caratteristico uso di colori chiari, dei contorni enfatizzati e lo smantellamento della relazione prospettica dei piani.
Entrambi, Impressionisti e postimpressionisti, furono attratti dai valori cromatici e spaziali delle xilografie giapponesi. I primi ripresero le linee rapide e il taglio asimmetrico del quadro, mentre Gauguin e i Nabis furono interessati al colore, steso in campiture piatte che esaltavano (come nelle stampe di Hokusai, Utamaro o di Hiroshige) il valore decorativo e simbolico dei colori. Motivi iconografici e stilistici mutuati dal Giappone sono riconoscibili anche nei vetri di Gallé, dei fratelli Daum, di Tiffany, o nei gioielli di Lalique e di Wolfers.
Il Giapponismo non rappresentò soltanto una semplice influenza esterna, ma impose un dispositivo critico interno alla modernità occidentale, una sorta di catalizzatore capace di accelerare processi già in atto, offrendo strumenti formali e concettuali per la dissoluzione del paradigma rappresentativo tradizionale.
Accanto a questa dinamica vanno poi svolte le relazioni che con il “Giapponismo” ebbe il resto della cultura artistica europea, dagli italiani a Parigi (De Nittis, Boldini e gli altri) fino agli anglo-americani.
La mostra si propone dunque di evidenziare la portata decisiva e la diffusione capillare del fenomeno del Giapponismo in tutti i paesi d’Europa, dalla Francia di Paul Gauguin, Henri de Toulouse Lautrec, Pierre Bonnard, Paul Ranson ed Émile Gallé al Belgio di James Ensor, dall’Olanda di Vincent van Gogh all’Austria di Gustav Klimt e Koloman Moser, alla Boemia di Alphonse Mucha, all’Inghilterra di Albert Moore, fino all’Italia, quest’ultima rappresentata, tra gli altri, da Giuseppe De Nittis, Galileo Chini, Plinio Nomellini, Giacomo Balla.
La curatela è di Rossella Menegazzo, Giovanni Gamberi e Francesco Parisi, con la collaborazione di Matthew Winterbottom e Enrico Colle. Presidente del comitato scientifico è Cristina Acidini, mentre la direzione generale è di Gianfranco Brunelli.
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