Fredrik Værslev. World Paintings

Fredrik Værslev, Pakistan, 2020. Spray paint and turpentine on cotton canvas / wooden stretcher, 153.5 x 230 x 3.3 cm. (detail)

 

Dal 22 Settembre 2020 al 30 Ottobre 2020

Milano

Luogo: Gió Marconi

Indirizzo: via Tadino 20

Orari: dal martedì al sabato dalle 11 alle 19 su appuntamento

Telefono per informazioni: +39 02 29404373

E-Mail info: info@giomarconi.com

Sito ufficiale: http://www.giomarconi.com



THEY ARE THE WORLD, PART I
Dieter Roelstraete
 
Sebbene il germe dei World Paintings avesse inizialmente attecchito nella mente di Fredrik Værslev dalla metà degli anni 2000 – l’occasione nacque allora dall’incontro fortuito con le bandiere dipinte in stile hard edge dall’artista svedese Olle Baertling che all’esterno del Moderna Museet di Stoccolma fluttuavano al vento – e sebbene Værslev per primo abbia iniziato i suoi “flag paintings” più di due anni fa, è difficile pensare a una serie di opere in grado di cogliere, alla loro maniera semi-astratta e minimalista, le insolite scosse cosmiche di questo 2020, annus horribilis tra i peggiori, in modo più struggente e incisivo, soprattutto per l’impatto che questi radicali mutamenti hanno sortito sul business arciglobale e squisitamente cosmopolita dell’arte contemporanea.
I dodici dipinti oggetto della mostra “raffigurano” vari paesi del mondo di tutti e cinque i continenti: Bielorussia (dipinto eseguito, inutile a dirsi, molto prima che le agitazioni post-elettorali spazzassero via l’ultima dittatura pseudo-stalinista in Europa), Repubblica Turca di Cipro Nord (non un vero stato, in quanto non riconosciuto a livello internazionale), Inghilterra, Israele, Republica di Corea, Nauru, Pakistan, Panama, Seychelles, Trinidad e Tobago, e infine Uzbekistan. (Se questa selezione vi sembra casuale e spiazzante – ebbene, lo è. Se non fosse per il fatto, per nulla insignificante, che tutte queste bandiere, considerate sia da un punto di vista pittorico, sia da una prospettiva politica, contengono in sé il colore bianco: il bianco, tanto per cominciare, delle tele non trattate di Værslev.) Il significato delle opere d’arte è alquanto mutevole, naturalmente, ma val la pena riflettere sulla differenza che in appena sei mesi può esserci nella concezione, produzione e ricezione di queste stesse opere – contributo sobrio e diretto di Fredrik Værslev alla lunga storia della “flag art”, sacra e controversa al tempo stesso. Nel momento in cui scrivo (fine agosto 2020), non è ancora chiaro se l’artista potrà a recarsi a Milano dalla nativa Norvegia per l’allestimento e l’inaugurazione della sua esposizione, e ancor più incerta è la presentazione della mostra gemella programmata nella sua galleria personale di New York – il tutto a causa del protrarsi degli effetti della pandemia COVID-19, il più dirompente e distruttivo degli eventi capitati all’economia mondiale dai tempi della grande depressione di novant’anni fa.
Lo scoppio di questa pandemia ha imposto il divieto a livello internazionale di compiere viaggi all’estero, il che ha sortito un impatto spropositato sul mondo dell’arte contemporanea e su settori collaterali come quello dell’industria culturale e dell’intrattenimento, sulla rete globale dell’istruzione superiore e della ricerca et similia. (In altre parole, il nostro mondo – quello dei servizi apparentemente non essenziali. Quest’estate ho scritto un saggio di 10.000 parole sui World Paintings di Værslev senza poterli vedere dal vivo, effettuando delle studio visits tristemente destinate, a causa del coronavirus, alla sfera virtuale e incosistente della videochiamata.) In effetti, per quanto l’arte in sé, con la sua impenetrabilità senza luogo e senza tempo alla catastrofe cellulare, possa indubbiamente superare la tempesta di questa emergenza sanitaria globale senza nemmeno un graffio – ars longa, vita brevis, giusto? – lo stesso non può necessariamente dirsi riguardo al complesso ecosistema del mondo dell’arte contemporanea – una “bolla” se mai ce n’è stata una – che, nella sua storica e complessa condizione di prodotto della globalizzazione, è inestricabilmente legata ai viaggi aerei e al costante e naturale attraversamento delle frontiere da parte di persone e cose, habitués del mondo dell’arte e opere.
L’arte contemporanea è quel fenomeno squisitamente globale per cui i confini di un paese e le antiquate nozioni di identità nazionale non dovrebbero aver importanza, se non come argomenti ormai storicizzati esclusivamente destinati a promuovere ricerche d’archivio. Ma eccoci al punto, i confini territoriali e le identità nazionali si sono rafforzate nel continente europeo, in modo mai visto prima dall’attuazione del Trattato di Schengen nella metà degli anni Novanta, inaugurando così una nuova era di immobilismo e radicamento assolutamente aliena a quanti di noi – per coloro che leggeranno questo comunicato stampa intendo tutti noi – erano abituati per anni, se non per decenni, a volare comodamente attraverso quegli antiquati confini di appartenenza territoriale.
Da questo punto di vista, i World Paintings di Værslev assumono il tono elegiaco di un addio (si spera temporaneo) all’utopica illusione di un villaggio globale dell’arte e ci riportano a quando il mondo era l’ostrica di ciascuno, alle gallerie semideserte di oggi, malinconico memoriale di una globalità gettata in un completo e apparentemente irreversibile caos. In alternativa, tuttavia, se vista dall’opposta prospettiva della Realpolitik del rafforzamento delle frontiere – poiché una delle grandi illuminazioni della pandemia è stata dmostrare quanto fosse facile far risorgere il concetto di nazionalità – i World Paintings potrebbero anche essere letti come riflessione sul persistere del sentimento patriottico, sul rinnovato interesse verso principi di identità nazionale nell’era Brexit-Modi-PutinTrump, che in gran parte viene espresso così appassionatamente dall’attaccamento della gente, davvero singolare, alla bandiera, uno dei simboli più enigmatici e potenti. Questo, è chiaro, pone nettamente in risalto i World Paintings come gesto politico – a inevitabile detrimento (è questa la termodinamica dell’arte) del suo contenuto estetico, o dei suoi esiti formali. Questo è, in sintesi, il problema di tutta la “flag art”, di cui Værslev deve essere stato da sempre consapevole – per quanto, forse impreparato al radicale mutamento delle condizioni in cui la sua idea di flag art avrebbe compiuto la prima apparizione pubblica. Il “problema” in questione ci pone la domanda se il dipinto di una bandiera possa realmente essere considerato tale: potremo mai vedere il dipinto e non “solo” la bandiera? In un certo senso, Værslev – ben cosciente del peso della nazionalità nella lingua franca internazionale dell’arte, e certamente interessato ai molti enigmi sollevati dal rigurgito di fervore nazionalista a livello globale – ha tentato di eludere la domanda ponendosi l’inquietante quesito opposto: potrà mai una bandiera essere “solo” un dipinto? Certo che sì – un dipinto minimalista in stile hard-edge, un segnale di chiarezza e risolutezza laddove non ne esiste alcuna. Eccetto, forse, che nell’arte.

Inaugurazione: martedì 22 Settembre 2020 dalle 11 alle 21 (su appuntamento)

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