Emiliano Bartolucci. Guardarsi Intorno
Emiliano Bartolucci. Guardarsi Intorno
Dal 19 October 2012 al 3 November 2012
Roma
Luogo: Palazzo Valentini- Sala Tom Benetollo
Indirizzo: via IV Novembre 119/a
Orari: da lunedì a venerdì 10-18; sabato 10-13
Costo del biglietto: ingresso gratuito
Telefono per informazioni: +39 06 67661/ 06 67664631
E-Mail info: info@provincia.roma.it
Sito ufficiale: http://www.palazzovalentini.it
In una metropoli, le aree della città vera e propria occupano di solito le zone centrali mentre tutto intorno vi sono territori abitati dai cittadini di una città contigua cresciuta in modo disordinato e abusivo. Secondo questo modello le funzioni istituzionali, economiche e culturali si concentrano nelle immediate vicinanze del centro storico mentre nelle altre zone ordine, legalità e servizi si sviluppano in modo caotico e spesso insufficiente.
I territori della periferia, dunque, si rivelano luoghi dove i diritti si confondono con l'arbitrarietà o perlomeno questo percepiscono i cittadini. Specie quelli abituati a vivere in zone più ricche e consolidate. Vi è un tentativo di questi ultimi di tenere le distanze coi luoghi periferici che producono insicurezza e paura a causa delle persone "diverse" che li abitano. Disoccupati, marginali, immigrati e rom. In questo modo di pensare e di agire si riflettono le responsabilità delle istituzioni che hanno tentato, nel migliore dei casi, di risolvere il problema strettamente abitativo dei ceti meno abbienti. Quasi mai di favorire le condizioni di vita e di socializzazione che sarebbero stati necessari per favorire l'inserimento di questi cittadini nel tessuto urbano consolidato e rispettato.
Ed anche l’architettura, tentando di costruire un percorso di pura funzionalità abitativa ha proposto realtà inquietanti e si è completamente disinteressata della gestione di quegli spazi nuovi e sovraffollati. Nonostante ciò le aree periferiche sono cresciute e si espandono tuttora in modo impetuoso. I centri storici sono invece agglomerati classici ma privi di vita reale e culturale, mentre le loro "aree estreme" producono progetti creativi e solidarietà. Gestire il conflitto e il confronto è dunque un percorso essenziale per le città dell'occidente che debbono aprirsi agli "altri". Le foto che proponiamo tentano di offrire un quadro di riferimento per favorire questo rapporto, dove non ci sono scorciatoie o vie traverse. Un rapporto che può essere fattivamente costruito se si accettano luoghi, colori e modalità di vita e di lavoro che possono apparire diversi e disturbanti ma che configurano un "habitat" ineludibile per costruire la convivenza possibile di cui tutti abbiamo bisogno.
I territori della periferia, dunque, si rivelano luoghi dove i diritti si confondono con l'arbitrarietà o perlomeno questo percepiscono i cittadini. Specie quelli abituati a vivere in zone più ricche e consolidate. Vi è un tentativo di questi ultimi di tenere le distanze coi luoghi periferici che producono insicurezza e paura a causa delle persone "diverse" che li abitano. Disoccupati, marginali, immigrati e rom. In questo modo di pensare e di agire si riflettono le responsabilità delle istituzioni che hanno tentato, nel migliore dei casi, di risolvere il problema strettamente abitativo dei ceti meno abbienti. Quasi mai di favorire le condizioni di vita e di socializzazione che sarebbero stati necessari per favorire l'inserimento di questi cittadini nel tessuto urbano consolidato e rispettato.
Ed anche l’architettura, tentando di costruire un percorso di pura funzionalità abitativa ha proposto realtà inquietanti e si è completamente disinteressata della gestione di quegli spazi nuovi e sovraffollati. Nonostante ciò le aree periferiche sono cresciute e si espandono tuttora in modo impetuoso. I centri storici sono invece agglomerati classici ma privi di vita reale e culturale, mentre le loro "aree estreme" producono progetti creativi e solidarietà. Gestire il conflitto e il confronto è dunque un percorso essenziale per le città dell'occidente che debbono aprirsi agli "altri". Le foto che proponiamo tentano di offrire un quadro di riferimento per favorire questo rapporto, dove non ci sono scorciatoie o vie traverse. Un rapporto che può essere fattivamente costruito se si accettano luoghi, colori e modalità di vita e di lavoro che possono apparire diversi e disturbanti ma che configurano un "habitat" ineludibile per costruire la convivenza possibile di cui tutti abbiamo bisogno.
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