Federica Luzzi e Naoya Takahara. Esercizi per essere come gli altri
Ph. Giorgio Benni
Dal 4 Giugno 2026 al 2 Agosto 2026
Luogo: Mattatoio
Indirizzo: Piazza O. Giustiniani 4
Orari: Dal martedì alla domenica dalle ore 11.00 alle 20.00 lunedì chiuso L’ingresso è consentito fino a 30’ prima della chiusura (ultimo ingresso ore 19:30)
Curatori: Giuseppe Garrera
Enti promotori:
- Assessorato alla Cultura di Roma Capitale
- Azienda Speciale Palaexpo
- Fondazione Mattatoio di Roma – Città delle Arti.
Costo del biglietto: ingresso gratuito
Sito ufficiale: http://www.mattatoioroma.it
Dal 4 giugno al 2 agosto 2026 il Mattatoio di Roma presenta nel Padiglione 9a la mostra Esercizi per essere come gli altri degli artisti Federica Luzzi e Naoya Takahara, a cura di Giuseppe Garrera, promossa da Assessorato alla Cultura di Roma Capitale, Azienda Speciale Palaexpo e Fondazione Mattatoio di Roma – Città delle Arti. La mostra è realizzata da Azienda Speciale Palaexpo in collaborazione con Associazione Palatina e nasce da un’idea di Ivana Della Portella Vicepresidente Azienda Speciale Palaexpo con delega al Mattatoio di Roma.
La mostra bipersonale degli artisti, Federica Luzzi, italiana e nata a Roma, e Naoya Takahara, giapponese nato in Ehime ma residente a Roma dal ‘77, è in primo luogo un’indagine intorno alla loro ricerca, confronto e dialogo di ostinata fedeltà ai giuramenti dell’infanzia e alla vita come disarmo.
Separati (l’anima non è mai accessibile) ognuno lavora per l’altro, ognuno sogna a due l’Oriente dell’uno e l’Occidente dell’altra. Due culture e la ricerca comune di luoghi propizi. Federica Luzzi attraverso la trepidazione continua del corpo, il paralizzante senso femminile; Naoya nell’unica consolazione di essere infantile. Entrambi con la paura dell’esproprio (la mostra stessa è solo una breve concessione di suolo), e nella consapevolezza che neppure l’arte basta.
Tutte le opere di Luzzi e di Takahara, nel desiderio di ubbidire al mondo, disattendono gli ordini del mondo (l’ammaestramento della famiglia e della scuola, la felicità certa del conformismo, la fede nella pubblicità) e si perdono e incantano nel tentativo di capire perché accada questo, perché, come diceva la poetessa Margherita Guidacci, s’approfondiscono ignoto e solitudine quando si vorrebbe essere come tutti gli altri. Cos’è la grazia della diversità? O la felicità, ad un certo punto, di sapere che gli ultimi, di cui facciamo parte, resteranno, per fortuna, gli ultimi.
Sculture, installazioni, fragili fogli, tessuti, cuciture, falsi monumenti trasformano il padiglione dell’ex Mattatoio in un viaggio visivo in cui ogni pezzo è canto e timore continuo di subire violenza nel corpo, nel proprio corpo, e nel suo giocare. Oggetti, sculture e tessiture, tutto, allo stesso tempo, è segno di ostinazione e cocciutaggine e impossibilità di fatto di sottostare alle leggi del mondo così com’è.
In questa esposizione ciò che domina e conserva il potere è lo spazio dell’ex mattatoio, che resta struttura e allegoria del mondo e della sua organizzazione circondariale, con tutti i segni della sua violenza. Le opere dei due artisti non hanno mai una collocazione centrale o di dominio: l’allestimento conferma la loro natura solitaria e la vocazione alla marginalità e ad una presenza discreta come pratica di un’altra civiltà. Quando sono grandi, come alcune sculture di Naoya Takahara, è solo per il sogno di grandiosità e il divertimento di velleità che possiedono i giocattoli dell’infanzia. Per il resto, ogni pezzo dell’esposizione dimorerà discreto, marginale, solo e timido nello spazio.
L’esposizione è incentrata su tre percorsi e tre pensieri-guida dell’operare di Federica Luzzi e di Naoya Takahara e dei documenti e degli oggetti della loro storia.
Primo percorso e primo pensiero
«Il nazismo – e il suo fiore malato, il culto della razza - è oggi un altro, ed è universale, e in qualche modo, perché universale, invisibile. È la concezione della vita come privilegio della razza economica, dell’umanità come summa del valore economico, del valore economico come unica carta d’identità.» (Anna Maria Ortese, Corpo celeste, 1997)
Secondo percorso e secondo pensiero
«Anche se l’uomo per ideologia può essere pacifista, egualitario, antimilitarista, antiautoritario, profemminista, la donna, che lo conosce nel momento sessuale, e “quando la monta”, sa che egli allora e inevitabilmente si sente investito della sua virilità come di una forza di natura, e che la sua contestazione o emancipazione culturale si arresta di fronte al ruolo aggressivo, sciovinista, violento, autoritario e antifemminista del suo pene patriarcale.» (Carla Lonzi, La donna clitoridea e la donna vaginale, Scritti di Rivolta Femminile, Editrice Grafica, Roma 1971)
Sala documenti e oggetti e terzo pensiero
«Devo lasciarla, cara, perché tra poco qualcuno verrà a prendere questa lettera. I gattini dormono sul mio letto, fuori si è messo a piovere dolcemente. Le lascio queste immagini soavi abbracciandola stretta e volendo per lei, ora e sempre, tutto il bene del mondo, tutte le rose mature e le uova alate e i cieli in gorgheggio di cui si possa sognare.» (Cristina Campo, lettera a Mita 1974)
La mostra bipersonale degli artisti, Federica Luzzi, italiana e nata a Roma, e Naoya Takahara, giapponese nato in Ehime ma residente a Roma dal ‘77, è in primo luogo un’indagine intorno alla loro ricerca, confronto e dialogo di ostinata fedeltà ai giuramenti dell’infanzia e alla vita come disarmo.
Separati (l’anima non è mai accessibile) ognuno lavora per l’altro, ognuno sogna a due l’Oriente dell’uno e l’Occidente dell’altra. Due culture e la ricerca comune di luoghi propizi. Federica Luzzi attraverso la trepidazione continua del corpo, il paralizzante senso femminile; Naoya nell’unica consolazione di essere infantile. Entrambi con la paura dell’esproprio (la mostra stessa è solo una breve concessione di suolo), e nella consapevolezza che neppure l’arte basta.
Tutte le opere di Luzzi e di Takahara, nel desiderio di ubbidire al mondo, disattendono gli ordini del mondo (l’ammaestramento della famiglia e della scuola, la felicità certa del conformismo, la fede nella pubblicità) e si perdono e incantano nel tentativo di capire perché accada questo, perché, come diceva la poetessa Margherita Guidacci, s’approfondiscono ignoto e solitudine quando si vorrebbe essere come tutti gli altri. Cos’è la grazia della diversità? O la felicità, ad un certo punto, di sapere che gli ultimi, di cui facciamo parte, resteranno, per fortuna, gli ultimi.
Sculture, installazioni, fragili fogli, tessuti, cuciture, falsi monumenti trasformano il padiglione dell’ex Mattatoio in un viaggio visivo in cui ogni pezzo è canto e timore continuo di subire violenza nel corpo, nel proprio corpo, e nel suo giocare. Oggetti, sculture e tessiture, tutto, allo stesso tempo, è segno di ostinazione e cocciutaggine e impossibilità di fatto di sottostare alle leggi del mondo così com’è.
In questa esposizione ciò che domina e conserva il potere è lo spazio dell’ex mattatoio, che resta struttura e allegoria del mondo e della sua organizzazione circondariale, con tutti i segni della sua violenza. Le opere dei due artisti non hanno mai una collocazione centrale o di dominio: l’allestimento conferma la loro natura solitaria e la vocazione alla marginalità e ad una presenza discreta come pratica di un’altra civiltà. Quando sono grandi, come alcune sculture di Naoya Takahara, è solo per il sogno di grandiosità e il divertimento di velleità che possiedono i giocattoli dell’infanzia. Per il resto, ogni pezzo dell’esposizione dimorerà discreto, marginale, solo e timido nello spazio.
L’esposizione è incentrata su tre percorsi e tre pensieri-guida dell’operare di Federica Luzzi e di Naoya Takahara e dei documenti e degli oggetti della loro storia.
Primo percorso e primo pensiero
«Il nazismo – e il suo fiore malato, il culto della razza - è oggi un altro, ed è universale, e in qualche modo, perché universale, invisibile. È la concezione della vita come privilegio della razza economica, dell’umanità come summa del valore economico, del valore economico come unica carta d’identità.» (Anna Maria Ortese, Corpo celeste, 1997)
Secondo percorso e secondo pensiero
«Anche se l’uomo per ideologia può essere pacifista, egualitario, antimilitarista, antiautoritario, profemminista, la donna, che lo conosce nel momento sessuale, e “quando la monta”, sa che egli allora e inevitabilmente si sente investito della sua virilità come di una forza di natura, e che la sua contestazione o emancipazione culturale si arresta di fronte al ruolo aggressivo, sciovinista, violento, autoritario e antifemminista del suo pene patriarcale.» (Carla Lonzi, La donna clitoridea e la donna vaginale, Scritti di Rivolta Femminile, Editrice Grafica, Roma 1971)
Sala documenti e oggetti e terzo pensiero
«Devo lasciarla, cara, perché tra poco qualcuno verrà a prendere questa lettera. I gattini dormono sul mio letto, fuori si è messo a piovere dolcemente. Le lascio queste immagini soavi abbracciandola stretta e volendo per lei, ora e sempre, tutto il bene del mondo, tutte le rose mature e le uova alate e i cieli in gorgheggio di cui si possa sognare.» (Cristina Campo, lettera a Mita 1974)
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