Sole nero, petrolio e arte contemporanea
© Jessica Segall | Jessica Segall, Dettaglio dell’opera Human Energy, 2023
Dal 9 Ottobre 2026 al 18 Gennaio 2027
Luogo: Accademia di Francia a Roma - Villa Medici
Indirizzo: Viale della Trinità dei Monti 1
Curatori: Morad Montazami & Madeleine de Colnet, Caroline Courrioux
Telefono per informazioni: +39 06 67611
Sito ufficiale: http://villamedici.it
Dal 9 ottobre 2026 al 18 gennaio 2027, l’Accademia di Francia a Roma – Villa Medici presenta la mostra Sole nero, petrolio e arte contemporanea, un ulteriore capitolo del ciclo degli elementi avviato da Villa Medici nel 2022. Dopo Storie di pietre ispirata a Roger Caillois e Il Canto delle sirene dedicata all’acqua, questa nuova mostra affronta attraverso il filo conduttore del petrolio la questione dell’opera d’arte nell’era del riscaldamento globale e della nostra civiltà in fiamme.
Più in particolare, l’esposizione indaga l’impatto del petrolio sulle pratiche artistiche contemporanee e su come il nostro immaginario sia stato rimodellato dalla modernità. Un’attenta analisi del rapporto tra arte e petrolio attraverso un corpus di opere che esplora il modo in cui l’industria petrolifera ha condizionato i rapporti di potere tra il Nord e il Sud del mondo sulla base di un’estrazione intensiva delle risorse naturali, soprattutto nel periodo postcoloniale.
Impianti di raffinerie, oleodotti e piattaforme offshore, senza tralasciare rivoluzioni, colpi di stato, crisi petrolifere e catastrofi climatiche: è una vera e propria storia visiva e critica della “petromodernità” quella presentata dagli artisti in mostra, da Robert Smithson, Nancy Holt o Robert Rauschenberg a Monira Al Qadiri, Zina Saro-Wiwa o Ana Alenso. Il petrolio non vi compare tanto come semplice risorsa quanto piuttosto come una forza attiva, un insieme di flussi materiali e simbolici che attraversano le opere, o addirittura come un sistema cosmologico, una drammaturgia di elementi naturali e chimici che influenzano la politica, l’economia e l’urbanesimo...
La mostra prende in esame anche le strategie adottate dalle infrastrutture petrolifere per rendersi invisibili, e la loro rappresentazione a fini estetici e ideologici. Particolare rilevanza viene data alla convergenza tra le pratiche artistiche e quelle militanti, che si uniscono nella lotta contro “l’imperialismo fossile”, secondo l’espressione del saggista e attivista Andreas Malm, per immaginare un mondo post-petrolifero.
Il progetto espositivo è corredato da un catalogo edito congiuntamente da Zamân Books e Villa Medici, che raccoglie una serie di testi inediti in cui i temi trattati vengono approfonditi attraverso lo sguardo di filosofi, storici dell’arte e ricercatori.
Testi di: Lotte Arndt & David Castaner, Laura Hindelang, Stéphanie LeMenager, Salar Mameni, Andreas Malm, Amina Adebisi Odofin, Justinien Tribillon.
Progetto grafico: Walid Bouchouchi, Akakir Studio.
La mostra in 7 sezioni
1. Petrocene [estrazione]
Il Petrocene, sulla falsariga di Antropocene o Capitalocene, segna il passaggio a un’era in cui la terra, la sabbia, il suolo e le rocce vengono letteralmente esauriti dall’estrattivismo intensivo. Dal momento della scoperta dei primi giacimenti petroliferi nel XIX secolo fino all’epoca odierna contraddistinta da un collasso generalizzato, il “Petrocene” segna la fine del paesaggio nel senso classico del termine. A causa dell’esaurimento delle risorse e della desertificazione, l’esperienza del paesaggio viene vissuta in modo sempre più frammentato ma anche più politico. Come monito contro le sabbie mobili e altre no man’s land lasciate dalla nostra “petromodernità”, gli artisti si appropriano dei gesti dei geologi, attraverso il prelevamento di risorse naturali - Michael Hirschbichler, Ismail Bahri, Latifa Saeed - o mappando il depauperamento dei suoli - Jananne Al Ani.
Artisti in mostra:
Jananne Al Ani (1966, Kirkouk, IQ)
Latif Al Ani (1932, Bagdad, IQ – 2021, Bagdad, IQ)
Ismaïl Bahri (1978, Tunisia, TN)
Bernardo Bertolucci (1941, Casarola, IT – 2018, Roma, IT)
Michael Hirschbichler (1983, Graz, AT)
Latifa Saeed (1985, Dubai, AE)
Robert Smithson (1938, Passaic, New-Jersey, US – 1973, Amarillo, Texas, US)
Alessandro Marchi (1975, Italia, IT)
2. Fossil fuel [combustione fossile]
Nella cosmologia del petrolio si mescolano l’elemento liquido e quello solido, le forze acquatiche e quelle telluriche, ma anche le forze politiche che alimentano i percorsi di quello che Andreas Malm definisce “imperialismo fossile”, sollevando la questione della doppia vita – naturale e industriale – delle energie fossili e degli idrocarburi. Questa sezione della mostra affronta anche il tema dei prodotti derivati dal petrolio, come la plastica e il catrame, e il loro ruolo nella colonizzazione della natura e degli esseri umani. Tra raffinerie, fossilizzazione e incidenti industriali, sono molteplici le forme di combustione che possono plasmare un’opera d’arte nell’era del riscaldamento globale: dalle plastiche bruciate di Alberto Burri alle sculture con oli esausti industriali del collettivo BP.
Artisti in mostra:
BP (Renaud Layrac, 1962, Monaco, Frédéric Pohl, 1962, Nizza, e Richard Bellon, 1962, Antibes, FR)
Alberto Burri (1915, Città di Castello, IT – 1995, Nizza, FR)
Anita Molinero (1953, Floirac, FR)
Robert Rauschenberg (1925, Port Arthur, Texas, US – Captiva, Florida, US)
Ed Ruscha (1937, Omaha, Nebraska, US)
Hani Zurob (1976, Rafah, PS)
3. Oleodotto [circolazione]
Gli oleodotti rappresentano il corpo mutante degli impianti petroliferi del XIX e XX secolo, il sistema per eccellenza per il trasporto degli idrocarburi in tutto il pianeta. L’installazione di queste condutture – prevalentemente interrate o posate in superficie – supera i confini nazionali e la sovranità degli stati. Elevati al rango di icone industriali del “petropaesaggio”, gli oleodotti diventano il bersaglio di numerosi atti di sabotaggio o finiscono in rovina, superati dal sempre più massiccio utilizzo delle petroliere. Spesso sono oggetto di numerose rivisitazioni da parte di esponenti dell’arte concettuale e del minimalismo, da Richard Serra a Nancy Holt, oppure, ai giorni nostri, di Rossella Biscotti nell’ambito dell’arte di indagine e delle strategie artistiche sotterranee.
Artisti in mostra:
Alexandre Hogue (1898, Memphis, Missouri, US – 1994, Tulsa, Oklahoma, US)
Aref El Rayess (1928, Aley, LB – 2005)
Monira Al Qadiri (1983, Dakar, SN)
Mehdi Ghadyanloo (1981, Karaj, IR)
Zina Saro-Wiwa (1976, Port Harcourt, NG)
Rossella Biscotti (1978, Molfetta, IT)
Jumana Manna (1987, Princeton, New Jersey, US)
Nancy Holt (1938, Worcester, Massachusetts, US – 2014, New York, Stato di New York, US)
Thu-Van Tran (1979, Città di Ho Chi Minh, VN)
4. Proteste [rivoluzione]
L’oro nero è al centro della lunga storia dei conflitti geopolitici e delle ingerenze degli stati nei confronti dei paesi produttori di petrolio. In risposta, questi ultimi hanno affermato la propria sovranità attraverso la nazionalizzazione delle risorse petrolifere, i movimenti operai o le azioni di protesta delle popolazioni locali. Le strategie di rivolta adottate dagli artisti contemporanei contro le compagnie petrolifere oscillano tra la potenza rivelatrice delle immagini documentarie – Romuald Hazoumè, Jacqueline Hassink – e la capacità di mobilitazione delle installazioni sensoriali – Lungiswa Gqunta, Ana Alenso.
Artisti in mostra:
Ana Alenso (1982, Caracas, VE)
Lungiswa Gqunta (1990, Port Elizabeth, ZA)
Jacqueline Hassink (1966, Enschede, NL)
Romuald Hazoumè (1962, Porto-Novo, BJ)
5. Petro-museo [speculazione]
I fondi provenienti dall’industria petrolifera sono stati utilizzati per finanziare film e festival, nonché musei nei paesi del Sud del mondo, come ci raccontano Shirin Sabahi e Alessandro Balteo-Yazbeck con il Museo d’arte contemporanea di Teheran (TMOCA), il primo museo “globale” che riunisce artisti contemporanei del Nord e del Sud. Con il petro-museo, gli artisti mettono in discussione anche i concetti di “petro-filantropia”, di soft power e greenwashing ormai molto in voga nei paesi del Nord, spiegando come il museo possa diventare, suo malgrado, teatro di azioni militanti contro il petrolio, come quelle portate avanti dal movimento Stop Oil, per denunciare la petro-filantropia”.
Artisti in mostra:
Alessandro Balteo-Yazbeck (1972, Caracas, VE)
Fouad Elkoury (1952, Parigi, FR)
Media Farzin (1979, San Diego, California, US)
Joanne Farchakh Bajjaly (1975, Beyrouth, LB)
Shirin Sabahi (1984, Teheran, IR)
Behjat Sadr (1924, Arak, IR)
6. Marea nera [offshore]
Gli sversamenti di petrolio in mare, la famigerata marea nera, e altri incidenti industriali rappresentano il lato distopico dell’industria petrolifera e ne rivelano la pericolosità a lungo termine. Considerate sempre meno “naturali”, queste catastrofi palesano di fatto la loro origine umana e politica, conseguenza dell’intensa attività di trivellazione dei fondali marini lungo le coste del Mediterraneo e dell’Africa. La documentazione al riguardo è molto ampia, sia grazie al lavoro di fotoreporter che di artisti documentaristi operanti sulla terraferma – Allan Sekula – o in mare – Isabelle Hayeur – anche mediante strategie di recupero e riciclaggio – Robert Gschwantner.
Artisti in mostra:
Robert Gschwantner (1968, Steyr, AT)
Isabelle Hayeur (1969, Montréal, CA)
Allan Sekula (1951, Erie, Pennsylvania, US – 2013, Los Angeles, US)
7. Petro-melanconia [burn out]
La “petro-melanconia” così come concepita dalla ricercatrice Stephanie LeMenager, descrive un fondamentale senso di perdita e lutto nei confronti di una modernità rivelatasi fonte di distruzione piuttosto che di progresso. Prossima alla solastalgia (senso di angoscia di fronte al degrado del pianeta), la “petro-melanconia” rappresenta uno stimolo all’attivismo ambientale e una capacità immaginativa per orientarci verso una società post-petrolifera. Di fronte alla progressiva scomparsa della biodiversità, alcune artiste esorcizzano i paesaggi tossici – Linda Lamignan – supportando una fauna e una flora resilienti, se non addirittura una loro rinascita – Anahita Norouzi, Jala Wahid. La loro è una riflessione sulle condizioni di esistenza dell’opera d’arte nell’era del riscaldamento globale.
Artisti in mostra:
Chloe Dewe Mathews (1982, Londra, GB)
Anahita Norouzi (1983, Teheran, IR)
Jessica Segall (1978, Murphysboro, Illinois, US)
Jala Wahid (1988, Londra, GB)
Più in particolare, l’esposizione indaga l’impatto del petrolio sulle pratiche artistiche contemporanee e su come il nostro immaginario sia stato rimodellato dalla modernità. Un’attenta analisi del rapporto tra arte e petrolio attraverso un corpus di opere che esplora il modo in cui l’industria petrolifera ha condizionato i rapporti di potere tra il Nord e il Sud del mondo sulla base di un’estrazione intensiva delle risorse naturali, soprattutto nel periodo postcoloniale.
Impianti di raffinerie, oleodotti e piattaforme offshore, senza tralasciare rivoluzioni, colpi di stato, crisi petrolifere e catastrofi climatiche: è una vera e propria storia visiva e critica della “petromodernità” quella presentata dagli artisti in mostra, da Robert Smithson, Nancy Holt o Robert Rauschenberg a Monira Al Qadiri, Zina Saro-Wiwa o Ana Alenso. Il petrolio non vi compare tanto come semplice risorsa quanto piuttosto come una forza attiva, un insieme di flussi materiali e simbolici che attraversano le opere, o addirittura come un sistema cosmologico, una drammaturgia di elementi naturali e chimici che influenzano la politica, l’economia e l’urbanesimo...
La mostra prende in esame anche le strategie adottate dalle infrastrutture petrolifere per rendersi invisibili, e la loro rappresentazione a fini estetici e ideologici. Particolare rilevanza viene data alla convergenza tra le pratiche artistiche e quelle militanti, che si uniscono nella lotta contro “l’imperialismo fossile”, secondo l’espressione del saggista e attivista Andreas Malm, per immaginare un mondo post-petrolifero.
Il progetto espositivo è corredato da un catalogo edito congiuntamente da Zamân Books e Villa Medici, che raccoglie una serie di testi inediti in cui i temi trattati vengono approfonditi attraverso lo sguardo di filosofi, storici dell’arte e ricercatori.
Testi di: Lotte Arndt & David Castaner, Laura Hindelang, Stéphanie LeMenager, Salar Mameni, Andreas Malm, Amina Adebisi Odofin, Justinien Tribillon.
Progetto grafico: Walid Bouchouchi, Akakir Studio.
La mostra in 7 sezioni
1. Petrocene [estrazione]
Il Petrocene, sulla falsariga di Antropocene o Capitalocene, segna il passaggio a un’era in cui la terra, la sabbia, il suolo e le rocce vengono letteralmente esauriti dall’estrattivismo intensivo. Dal momento della scoperta dei primi giacimenti petroliferi nel XIX secolo fino all’epoca odierna contraddistinta da un collasso generalizzato, il “Petrocene” segna la fine del paesaggio nel senso classico del termine. A causa dell’esaurimento delle risorse e della desertificazione, l’esperienza del paesaggio viene vissuta in modo sempre più frammentato ma anche più politico. Come monito contro le sabbie mobili e altre no man’s land lasciate dalla nostra “petromodernità”, gli artisti si appropriano dei gesti dei geologi, attraverso il prelevamento di risorse naturali - Michael Hirschbichler, Ismail Bahri, Latifa Saeed - o mappando il depauperamento dei suoli - Jananne Al Ani.
Artisti in mostra:
Jananne Al Ani (1966, Kirkouk, IQ)
Latif Al Ani (1932, Bagdad, IQ – 2021, Bagdad, IQ)
Ismaïl Bahri (1978, Tunisia, TN)
Bernardo Bertolucci (1941, Casarola, IT – 2018, Roma, IT)
Michael Hirschbichler (1983, Graz, AT)
Latifa Saeed (1985, Dubai, AE)
Robert Smithson (1938, Passaic, New-Jersey, US – 1973, Amarillo, Texas, US)
Alessandro Marchi (1975, Italia, IT)
2. Fossil fuel [combustione fossile]
Nella cosmologia del petrolio si mescolano l’elemento liquido e quello solido, le forze acquatiche e quelle telluriche, ma anche le forze politiche che alimentano i percorsi di quello che Andreas Malm definisce “imperialismo fossile”, sollevando la questione della doppia vita – naturale e industriale – delle energie fossili e degli idrocarburi. Questa sezione della mostra affronta anche il tema dei prodotti derivati dal petrolio, come la plastica e il catrame, e il loro ruolo nella colonizzazione della natura e degli esseri umani. Tra raffinerie, fossilizzazione e incidenti industriali, sono molteplici le forme di combustione che possono plasmare un’opera d’arte nell’era del riscaldamento globale: dalle plastiche bruciate di Alberto Burri alle sculture con oli esausti industriali del collettivo BP.
Artisti in mostra:
BP (Renaud Layrac, 1962, Monaco, Frédéric Pohl, 1962, Nizza, e Richard Bellon, 1962, Antibes, FR)
Alberto Burri (1915, Città di Castello, IT – 1995, Nizza, FR)
Anita Molinero (1953, Floirac, FR)
Robert Rauschenberg (1925, Port Arthur, Texas, US – Captiva, Florida, US)
Ed Ruscha (1937, Omaha, Nebraska, US)
Hani Zurob (1976, Rafah, PS)
3. Oleodotto [circolazione]
Gli oleodotti rappresentano il corpo mutante degli impianti petroliferi del XIX e XX secolo, il sistema per eccellenza per il trasporto degli idrocarburi in tutto il pianeta. L’installazione di queste condutture – prevalentemente interrate o posate in superficie – supera i confini nazionali e la sovranità degli stati. Elevati al rango di icone industriali del “petropaesaggio”, gli oleodotti diventano il bersaglio di numerosi atti di sabotaggio o finiscono in rovina, superati dal sempre più massiccio utilizzo delle petroliere. Spesso sono oggetto di numerose rivisitazioni da parte di esponenti dell’arte concettuale e del minimalismo, da Richard Serra a Nancy Holt, oppure, ai giorni nostri, di Rossella Biscotti nell’ambito dell’arte di indagine e delle strategie artistiche sotterranee.
Artisti in mostra:
Alexandre Hogue (1898, Memphis, Missouri, US – 1994, Tulsa, Oklahoma, US)
Aref El Rayess (1928, Aley, LB – 2005)
Monira Al Qadiri (1983, Dakar, SN)
Mehdi Ghadyanloo (1981, Karaj, IR)
Zina Saro-Wiwa (1976, Port Harcourt, NG)
Rossella Biscotti (1978, Molfetta, IT)
Jumana Manna (1987, Princeton, New Jersey, US)
Nancy Holt (1938, Worcester, Massachusetts, US – 2014, New York, Stato di New York, US)
Thu-Van Tran (1979, Città di Ho Chi Minh, VN)
4. Proteste [rivoluzione]
L’oro nero è al centro della lunga storia dei conflitti geopolitici e delle ingerenze degli stati nei confronti dei paesi produttori di petrolio. In risposta, questi ultimi hanno affermato la propria sovranità attraverso la nazionalizzazione delle risorse petrolifere, i movimenti operai o le azioni di protesta delle popolazioni locali. Le strategie di rivolta adottate dagli artisti contemporanei contro le compagnie petrolifere oscillano tra la potenza rivelatrice delle immagini documentarie – Romuald Hazoumè, Jacqueline Hassink – e la capacità di mobilitazione delle installazioni sensoriali – Lungiswa Gqunta, Ana Alenso.
Artisti in mostra:
Ana Alenso (1982, Caracas, VE)
Lungiswa Gqunta (1990, Port Elizabeth, ZA)
Jacqueline Hassink (1966, Enschede, NL)
Romuald Hazoumè (1962, Porto-Novo, BJ)
5. Petro-museo [speculazione]
I fondi provenienti dall’industria petrolifera sono stati utilizzati per finanziare film e festival, nonché musei nei paesi del Sud del mondo, come ci raccontano Shirin Sabahi e Alessandro Balteo-Yazbeck con il Museo d’arte contemporanea di Teheran (TMOCA), il primo museo “globale” che riunisce artisti contemporanei del Nord e del Sud. Con il petro-museo, gli artisti mettono in discussione anche i concetti di “petro-filantropia”, di soft power e greenwashing ormai molto in voga nei paesi del Nord, spiegando come il museo possa diventare, suo malgrado, teatro di azioni militanti contro il petrolio, come quelle portate avanti dal movimento Stop Oil, per denunciare la petro-filantropia”.
Artisti in mostra:
Alessandro Balteo-Yazbeck (1972, Caracas, VE)
Fouad Elkoury (1952, Parigi, FR)
Media Farzin (1979, San Diego, California, US)
Joanne Farchakh Bajjaly (1975, Beyrouth, LB)
Shirin Sabahi (1984, Teheran, IR)
Behjat Sadr (1924, Arak, IR)
6. Marea nera [offshore]
Gli sversamenti di petrolio in mare, la famigerata marea nera, e altri incidenti industriali rappresentano il lato distopico dell’industria petrolifera e ne rivelano la pericolosità a lungo termine. Considerate sempre meno “naturali”, queste catastrofi palesano di fatto la loro origine umana e politica, conseguenza dell’intensa attività di trivellazione dei fondali marini lungo le coste del Mediterraneo e dell’Africa. La documentazione al riguardo è molto ampia, sia grazie al lavoro di fotoreporter che di artisti documentaristi operanti sulla terraferma – Allan Sekula – o in mare – Isabelle Hayeur – anche mediante strategie di recupero e riciclaggio – Robert Gschwantner.
Artisti in mostra:
Robert Gschwantner (1968, Steyr, AT)
Isabelle Hayeur (1969, Montréal, CA)
Allan Sekula (1951, Erie, Pennsylvania, US – 2013, Los Angeles, US)
7. Petro-melanconia [burn out]
La “petro-melanconia” così come concepita dalla ricercatrice Stephanie LeMenager, descrive un fondamentale senso di perdita e lutto nei confronti di una modernità rivelatasi fonte di distruzione piuttosto che di progresso. Prossima alla solastalgia (senso di angoscia di fronte al degrado del pianeta), la “petro-melanconia” rappresenta uno stimolo all’attivismo ambientale e una capacità immaginativa per orientarci verso una società post-petrolifera. Di fronte alla progressiva scomparsa della biodiversità, alcune artiste esorcizzano i paesaggi tossici – Linda Lamignan – supportando una fauna e una flora resilienti, se non addirittura una loro rinascita – Anahita Norouzi, Jala Wahid. La loro è una riflessione sulle condizioni di esistenza dell’opera d’arte nell’era del riscaldamento globale.
Artisti in mostra:
Chloe Dewe Mathews (1982, Londra, GB)
Anahita Norouzi (1983, Teheran, IR)
Jessica Segall (1978, Murphysboro, Illinois, US)
Jala Wahid (1988, Londra, GB)
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