Fatma Bucak. Nothing is in its own place
Fatma Bucak, An incomplete history (a study of eight landscapes) - 2014
Dal 25 Settembre 2015 al 5 Dicembre 2015
Torino | Visualizza tutte le mostre a Torino
Luogo: Galleria Alberto Peola
Indirizzo: via della Rocca 29
Orari: da martedì a sabato 15 - 19. Mattino su appuntamento
Telefono per informazioni: +39 011 8124460
E-Mail info: info@albertopeola.com
Sito ufficiale: http://www.albertopeola.com/
La Galleria Alberto Peola ha il piacere di presentare la seconda personale di Fatma Bucak.
Nata nella Turchia orientale e identificandosi allo stesso tempo come turca e curda, Fatma Bucak è un’artista la cui opera esplora e interroga costantemente le condizioni concettuali e ideologiche dei paesaggi di confine. Tanto i film che le fotografie e le installazioni emergono da e perpetuano il concetto di limine insito nei confini. Il titolo della personale Nothing is in its own place riflette questa indagine della contingenza degli spazi di confine e la tenue interdipendenza al loro interno.
Spazi tra stati, i paesaggi di confine sono spesso considerati politicamente come non-stati, condizione che ha profonde implicazioni sociali e politiche per le vite delle persone che li percorrono, li attraversano, li abitano. I confini, per Fatma Bucak, possono essere sociali, politici, etici, interpretativi. Essi sono uno stato tra stati, una soglia aperta dove non si è né una cosa né l’altra, realtà tanto mentali quanto materiali dove le condizioni di vita sono distinte ma al tempo stesso dipendono da quelle di coloro che le abitano da una parte e dall’altra.
Al centro delle opere di Fatma Bucak sono le esistenze di coloro che abitano i confini. Soggetti attivi, che collaborano e partecipano a tutte le fasi dei progetti dell’artista. Frutto di un dialogo con le comunità coinvolte nella ricerca di un equilibrio negli spazi di confine, questi progetti sono un tentativo di autodeterminazione e di responsabilizzazione attraverso la creazione di immagini e di oggetti. “Questo,” dice l’artista, “è il luogo in cui creiamo il nostro ordine.” Le fotografie, i film e le installazioni che costruisce con i suoi collaboratori sono, nelle sue parole, un atto di emancipazione, un documento sulla vita negli spazi di confine e insieme una metafora che ne sposta i termini.
Le opere in mostra nella Galleria Alberto Peola raccolgono i prodotti del periodo trascorso insieme a e all’interno delle comunità del confine turco-armeno, di quello armeno-iraniano, dell’Anatolia centrale e del confine tra Texas e Messico. Rinunciando a presentare ciascun progetto come un corpo a sé stante, Fatma Bucak ha invece scelto di esporre le opere, nate in situazioni diverse, come un’unica installazione in tre spazi. All’ingresso della galleria ci si trova di fronte all’inquadratura fissa di un paesaggio indeterminato, completamente bianco, forse ghiaccio, forse sale. Una figura femminile entra in scena con in mano un piccone, scava una fossa facendo emergere della terra nera che si staglia in netto contrasto con la distesa di bianco. Il lamento emesso dalla figura femminile rimane sospeso nella stanza, mentre deboli suoni di chiacchiere e risate risuonano per tutta la galleria e sollecitano il visitatore a entrare nell’altra stanza.
Qui troviamo un gruppo di fotografie di nature morte e l’installazione di una trapunta di tessuto. Ogni fotografia mostra una serie di oggetti provenienti dai luoghi di confine nei quali l’artista ha lavorato – un tappeto e due uova, un tappeto e una pietra, un pesce con calcestruzzo e armatura, del tessuto bianco e un cranio, del pane e un sasso. La trapunta è fatta con gli stracci abbandonati dai migranti lungo il confine tra Texas e Messico, raccolti e assemblati dall’artista insieme ai membri delle comunità migranti locali. La trapunta e le immagini documentano il lavoro di ricerca di Fatma Bucak, nel suo tentativo di elaborare le realtà materiali delle situazioni che ha incontrato. Precise nella loro costruzione e curate nell’estetica, le immagini sono a un tempo belle e spiazzanti, e lasciano all’osservatore il compito di risolvere le metafore dell’artista, mentre il suono delle chiacchiere e delle risa si avvicinano e si intensificano.
Entrando nel terzo spazio, ci accoglie la proiezione su un grande schermo di un altro paesaggio bianchissimo, questa volta occupato da un gruppo di tredici donne con lo sguardo rivolto all’obiettivo della macchina da presa e all’osservatore. Le donne parlano tra di loro in turco, talvolta ridono, talvolta sembrano perplesse. Una di loro dice: “Che cosa pensi che lei stia facendo?” demandando all’osservatore il compito di capire che cosa le donne stanno guardando e a cosa si riferiscono le loro frasi. Man mano che le conversazioni proseguono, l’osservatore comprende che si tratta dello stesso paesaggio bianco del film nella prima stanza della mostra. Le donne guardano la stessa performance, la interpretano, la vivono.
I due film, And then God blessed them (2013) e Suggested place for you to see it (2013) sono, di fatto, un’installazione a due canali ambientata a Tuz Gölü, il Lago Salato, nell’Anatolia centrale. Nel separare i due canali del dittico cinematico, l’artista pone l’osservatore in un’ambigua terra di confine dove è impossibile guardare contemporaneamente da una parte e dall’altra. In questo limine l’artista offre le sue fotografie e una trapunta, invitando l’osservatore a partecipare al processo di produzione di nuovi significati metaforici. Nothing is in its own place è il modo misurato e audace con cui Fatma Bucak ci accoglie nei luoghi di confine. Le sue opere sono punti fissi e generosi all’interno della soglia fluida, transitoria e liminale dei paesaggi di confine.
Ian Alden Russell
Nata nella Turchia orientale e identificandosi allo stesso tempo come turca e curda, Fatma Bucak è un’artista la cui opera esplora e interroga costantemente le condizioni concettuali e ideologiche dei paesaggi di confine. Tanto i film che le fotografie e le installazioni emergono da e perpetuano il concetto di limine insito nei confini. Il titolo della personale Nothing is in its own place riflette questa indagine della contingenza degli spazi di confine e la tenue interdipendenza al loro interno.
Spazi tra stati, i paesaggi di confine sono spesso considerati politicamente come non-stati, condizione che ha profonde implicazioni sociali e politiche per le vite delle persone che li percorrono, li attraversano, li abitano. I confini, per Fatma Bucak, possono essere sociali, politici, etici, interpretativi. Essi sono uno stato tra stati, una soglia aperta dove non si è né una cosa né l’altra, realtà tanto mentali quanto materiali dove le condizioni di vita sono distinte ma al tempo stesso dipendono da quelle di coloro che le abitano da una parte e dall’altra.
Al centro delle opere di Fatma Bucak sono le esistenze di coloro che abitano i confini. Soggetti attivi, che collaborano e partecipano a tutte le fasi dei progetti dell’artista. Frutto di un dialogo con le comunità coinvolte nella ricerca di un equilibrio negli spazi di confine, questi progetti sono un tentativo di autodeterminazione e di responsabilizzazione attraverso la creazione di immagini e di oggetti. “Questo,” dice l’artista, “è il luogo in cui creiamo il nostro ordine.” Le fotografie, i film e le installazioni che costruisce con i suoi collaboratori sono, nelle sue parole, un atto di emancipazione, un documento sulla vita negli spazi di confine e insieme una metafora che ne sposta i termini.
Le opere in mostra nella Galleria Alberto Peola raccolgono i prodotti del periodo trascorso insieme a e all’interno delle comunità del confine turco-armeno, di quello armeno-iraniano, dell’Anatolia centrale e del confine tra Texas e Messico. Rinunciando a presentare ciascun progetto come un corpo a sé stante, Fatma Bucak ha invece scelto di esporre le opere, nate in situazioni diverse, come un’unica installazione in tre spazi. All’ingresso della galleria ci si trova di fronte all’inquadratura fissa di un paesaggio indeterminato, completamente bianco, forse ghiaccio, forse sale. Una figura femminile entra in scena con in mano un piccone, scava una fossa facendo emergere della terra nera che si staglia in netto contrasto con la distesa di bianco. Il lamento emesso dalla figura femminile rimane sospeso nella stanza, mentre deboli suoni di chiacchiere e risate risuonano per tutta la galleria e sollecitano il visitatore a entrare nell’altra stanza.
Qui troviamo un gruppo di fotografie di nature morte e l’installazione di una trapunta di tessuto. Ogni fotografia mostra una serie di oggetti provenienti dai luoghi di confine nei quali l’artista ha lavorato – un tappeto e due uova, un tappeto e una pietra, un pesce con calcestruzzo e armatura, del tessuto bianco e un cranio, del pane e un sasso. La trapunta è fatta con gli stracci abbandonati dai migranti lungo il confine tra Texas e Messico, raccolti e assemblati dall’artista insieme ai membri delle comunità migranti locali. La trapunta e le immagini documentano il lavoro di ricerca di Fatma Bucak, nel suo tentativo di elaborare le realtà materiali delle situazioni che ha incontrato. Precise nella loro costruzione e curate nell’estetica, le immagini sono a un tempo belle e spiazzanti, e lasciano all’osservatore il compito di risolvere le metafore dell’artista, mentre il suono delle chiacchiere e delle risa si avvicinano e si intensificano.
Entrando nel terzo spazio, ci accoglie la proiezione su un grande schermo di un altro paesaggio bianchissimo, questa volta occupato da un gruppo di tredici donne con lo sguardo rivolto all’obiettivo della macchina da presa e all’osservatore. Le donne parlano tra di loro in turco, talvolta ridono, talvolta sembrano perplesse. Una di loro dice: “Che cosa pensi che lei stia facendo?” demandando all’osservatore il compito di capire che cosa le donne stanno guardando e a cosa si riferiscono le loro frasi. Man mano che le conversazioni proseguono, l’osservatore comprende che si tratta dello stesso paesaggio bianco del film nella prima stanza della mostra. Le donne guardano la stessa performance, la interpretano, la vivono.
I due film, And then God blessed them (2013) e Suggested place for you to see it (2013) sono, di fatto, un’installazione a due canali ambientata a Tuz Gölü, il Lago Salato, nell’Anatolia centrale. Nel separare i due canali del dittico cinematico, l’artista pone l’osservatore in un’ambigua terra di confine dove è impossibile guardare contemporaneamente da una parte e dall’altra. In questo limine l’artista offre le sue fotografie e una trapunta, invitando l’osservatore a partecipare al processo di produzione di nuovi significati metaforici. Nothing is in its own place è il modo misurato e audace con cui Fatma Bucak ci accoglie nei luoghi di confine. Le sue opere sono punti fissi e generosi all’interno della soglia fluida, transitoria e liminale dei paesaggi di confine.
Ian Alden Russell
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