L’ombra delle lucciole

Silvia Inselvini, Apoteosi N15, 2026, penna a sfera su tavola preparata in gesso, cm 30 x 30

 

Dal 20 February 2026 al 18 April 2026

Arzignano | Vicenza

Luogo: Atipografia

Indirizzo: Piazza Campo Marzio 26

Orari: dal martedì al sabato dalle ore 9:30 alle 13:00 e dalle 15:00 alle 19:30

Curatori: Alfonso Cariolato e Luigi de Marzi

Telefono per informazioni: 04441807041

E-Mail info: info@atipografia.it

Sito ufficiale: http://www.atipografia.it/home


L’ombra delle lucciole è il secondo episodio del ciclo di tre mostre che Atipografia dedica all’esplorazione della tridimensionalità dell’essere umano e delle complessità del nostro tempo attraverso i linguaggi della contemporaneità. La mostra è aperta da venerdì 20 febbraio a sabato 18 aprile 2026.

La nuova collettiva, a cura di Alfonso Cariolato e Luigi de Marzi, riunisce i lavori di Mats Bergquist, Marco Tirelli, Silvia Inselvini e Loes van Roozendaal, legati tra loro dal tema della luce, come presenza capace di rendere parzialmente percettibili infinite possibilità dell’essere e dell’esistere. La trilogia espositiva ha inaugurato nel 2025 con la mostra Matermània/Matermanìa, in cui sei artisti hanno approfondito il soggetto della maternità, inteso come primo momento di collettività in cui l’io diventa noi. Se l’uomo è inserito in un tutto, L’ombra delle lucciole prosegue il ragionamento suggerendo l’idea dell’impossibilità di comprendere a pieno il mondo che ci circonda, senza accettare il mistero del suo semplice fatto di essere.

Siamo circondati da luci ininterrottamente accese in ogni dove al fine di vincere l’oscurità, di scongiurare la notte. Luci puntate che isolano e mettono in scena, schermi che irradiano immagini senza interruzione, esposizioni costanti che inseguono la spettacolarità, ma anche resti di incerti splendori figurati, traslati, simbolici. E tuttavia l’oscurità insiste.

Di fronte all’impossibilità di vivere sia fissando lo sguardo direttamente alla fonte luminosa sia verso l’oscurità assoluta, la mostra indaga piuttosto l'apertura anteriore a ogni distinzione tra luce e tenebra, nel tentativo di far fronte al grigiore che caratterizza il nostro presente appena rischiarato da bagliori, lampi attenuati incapaci di squarciare le tenebre.

Spiega Alfonso Cariolato, curatore: «L’arte non ha a che fare con la luce che illumina, quanto piuttosto con la creazione del mondo, con l’apparire delle cose, con il che è del mondo – quello che si chiama fenomenalità. Oppure, nei termini mutuati dalla metafisica e dall’estetici: non tanto lumen inteso come la luce che si riflette sugli oggetti e le superfici rendendoli percepibili, quanto piuttosto lux come condizione dell’apparire, farsi del visibile, creazione senza creatore». Le lucciole sono un esempio di queste luci inappariscenti che non riescono a vincere l’oscurità, ma che convivono con l’ombra. Una lieve illuminazione dell’oscurità, brillii non avvertibili senz’ombra. Il contrario della messa in chiaro trionfante, della luce che illumina e sconfigge le tenebre.

Dice Luigi de Marzi, curatore: «È la luce della candela: vibrante, debole, variabile, imprevista, che permette di scoprire che le cose attorno a noi non sono necessariamente visibili in ogni loro parte, il mondo non è e non deve essere comprensibile in ogni sua forma, ma diventa interessante farsi bastare questa parzialità, accettare il mistero. Non è un vedere quanto piuttosto uno scrutare».

In mostra, le lucciole diventano metafora di un’arte che cerca di catturare l’apparire delle cose: il visitatore assiste all’accadere di qualcosa, a un’esperienza, dove la luce gioca il ruolo di rivelatrice. Riprendendo le parole del filosofo francese Jean-Luc Nancy: «Un pittore non dipinge forme, se non dipinge prima di tutto una forza che si impadronisce delle forme e le trascina in una presenza». Dipinti, encausti, lavori su carta e legno, espressioni di un mondo, il nostro, sospeso tra giorni e notti, aurore e crepuscoli, chiarori e oscurità, che scandiscono un tempo ampio, indefinito e dilatato.

Il pittore Marco Tirelli (Italia, 1956) costruisce sulla tela uno spazio mentale dove l’ombra non è semplicemente assenza di luce: materia attiva, presenza che crea tensione, silenzio e attesa, in bilico tra realtà e astrazione, invito a scoprire possibilità e limiti della percezione.

Gli encausti di Mats Bergquist (Svezia, 1962) lavorano sulla monocromia, in una vibrazione indefinita, nascondendo il limite dove la luce si fa ombra e viceversa. In Shadow of a smile (2015), per esempio, il bianco esalta la forma del legno lavorato che, a sua volta, con la lama centrale aggettante screzia il colore con una traccia d'ombra, facendo emergere la complessità della luce.

Saturando fogli di carta o tavole in legno con fitte linee incrociate a penna a sfera, Silvia Inselvini (Italia, 1987) elimina gradualmente ogni traccia di bianco. Decine di chilometri di segni d’inchiostro. Un gesto che dà vita a distese intensive di colore che fluttuano tra uniformità e vibrazione, facendo emergere una luminosità impercettibile e sempre diversa.

Le pitture della giovane artista Loes van Roozendaal (Paesi Bassi, 1996) cercano di catturare l’apparire delle cose, dell’oggetto. Le numerose velature a olio e le leggere variazioni tonali permettono l’affiorare di una debole luminosità che fissa l’oggetto in un momento indefinito. Van Roozendaal riesce così a cogliere la natura in continuo mutamento del nostro ambiente.

La mostra si inserisce a pieno titolo nella programmazione culturale di Atipografia che coniuga l’attenzione verso pratiche artistiche capaci di attivare un dialogo con il contesto culturale e sociale di riferimento, e con le tensioni del nostro tempo.

SCARICA IL COMUNICATO IN PDF
COMMENTI