Don't worry, no hurry

Immagini dalla Birmania
 

18/09/2003

A Roma, negli spazi della Torretta Valadier, (edificata su Ponte Milvio), una mostra fotografica ci invita al viaggio in una delle terre più affascinanti del pianeta: la Birmania. Abbiamo intervistato i giovani artisti protagonisti, Chiara Dolma Andreuzza ed Edoardo Cafasso, un incontro fortuito e fortunato fatto di grazia e intelligenza. Una mostra che nasce da un viaggio. Come è venuta fuori l'idea di esporre queste immagini? E.C. "Un viaggio è sempre un racconto ricco di odori, colori e suoni che nella mente di chi l'ha vissuti, ne compongono il ricordo. E in fondo viaggiare significa anche perdersi per ritrovarsi nella diversità. Il desiderio dal quale scaturisce la mostra è quello di raccontare un paese tanto diverso quanto affascinante quale la Birmania; è quello di far sì che altri possano perdersi negl'occhi dei bambini, nella spiritualità dei templi, nei colori dei mercati di questa nazione comunque ricca di contraddizioni: una su tutte, la dittatura che da anni controlla con la violenza il paese e sfrutta le risorse naturali come le foreste primarie di teak. Per questo motivo abbiamo chiesto all'associazione Greenpeace Italia di partecipare alla mostra con la campagna "Save the Forest". Greenpeace da anni è impegnata proprio nella salvaguardia delle foreste primarie (che sono 7 in tutto il pianeta) e quella di teak in Birmania rischia di scomparire per colpa del mal governo locale. Nelle foto non è possibile vedere nulla di tutto questo perché ci hanno impedito l'accesso alle foreste, ma il report di Greenpeace sulle foreste di teak in B. è fin troppo esauriente ed esplicativo: quasi meglio di una foto! " Il percorso espositivo segue un criterio particolare? E.C. "Il percorso della mostra è esattamente quello del viaggio che raccontiamo. Nella prima sala abbiamo messo le foto della splendida capitale Yangoon; nel piano soprastante (geograficamente a nord di Yangoon) è possibile immergersi nella suggestiva valle dei templi oppure confondersi tra la folla del mercato di Inle Lake, una Venezia di paglia dove vivono diverse comunità d'artigiani (filatori e tessitori) e pescatori. Infine, riscendendo a sud (il primo piano) si va al mare di Nagapali Beach, una baia di sabbia bianca lunga 3 Km. La leggenda dice che il nome gli sia stato dato da un marinaio napoletano a cui mancava solo il Vesuvio per sentirsi a casa. Tutto il percorso è segnato su di una cartina del Myanmar (o Birmania) ed è simbolicamente tracciato anche sotto le foto per marcare, ironicamente, il concetto di viaggio tortuoso ma avventuroso." Vi siete occupati personalmente dell'allestimento della mostra? E.C. "Sì, l'allestimento è opera nostra. Le foto sono state montate su cartoncino rosso perché questo è il colore delle vesti dei monaci buddhisti, dei denti dei birmani (che usano masticare una spezia dello stesso colore e che tinge indelebilmente), dei tramonti di Bagan e del legno degl'alberi di teak… Il rosso è il colore del nostro viaggio."

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