Design e democrazia | Gent, fino all'11 aprile 2027
La democrazia è un progetto. A Gent il Design Museum la rimette in mano ai cittadini
Perseverance (Goddess of Democracy) è l'installazione gonfiabile del duo austriaco zweintopf nelle acque del fiume Leie a Gent, nelle Fiandre. Photo © Eleonora Zamparutti, ARTE.it
Eleonora Zamparutti
06/10/2026
Ai piedi del Gravensteen, il castello dei Conti di Gent, una figura bianca alta quattro metri si alza dalle acque del fiume Leie. È Perseverance (Goddess of Democracy), l'installazione gonfiabile del duo austriaco zweintopf, omaggio alla Dea della Democrazia in cartapesta che gli studenti d'arte cinesi eressero in piazza Tienanmen nella primavera del 1989. Ma questa dea ha una particolarità: sta in piedi solo se qualcuno la tiene in vita. È collegata a un sistema di pompe sistemato sul ponte Hoofdbrug, e resta gonfia e fiera finché i passanti continuano a pompare aria. Quando nessuno se ne occupa più, si affloscia lentamente fino a ridursi a un guscio vuoto.
La metafora non ha bisogno di spiegazioni, ed è la migliore introduzione possibile alla mostra che il Design Museum Gent, appena riaperto nelle Fiandre dopo un lungo intervento di restauro e ampliamento, dedica al rapporto tra design e democrazia. "Public Matter(s): Design and Democracy" fino all'11 aprile 2027, offre un percorso impegnativo che invita a riflettere, mettendo in discussione le nostre certezze.
Che cosa c'entra il design con il voto
Il legame, a prima vista, sembra improbabile. Che cosa ha da dire un museo di sedie, lampade e caratteri tipografici su un tema così alto? Molto più di quanto si immagini. Il legame più visibile è nelle cose: la scheda elettorale, la cabina, il manifesto di partito, il cartello di protesta. Il più profondo, però, è concettuale, ed è la tesi su cui la mostra è costruita: la democrazia stessa è un progetto. Ha regole, forme, procedure scelte da qualcuno in un dato momento. E ciò che è stato progettato può essere riprogettato.
C'è un passaggio ulteriore. In ogni oggetto democratico estetica, mezzo, funzione e messaggio sono saldati insieme al punto da diventare invisibili: un'aula parlamentare ci sembra semplicemente un'aula, una scheda elettorale semplicemente un foglio. L'esposizione fa il lavoro opposto: smonta quell'insieme pezzo per pezzo, e mostra che la disposizione dei banchi orienta il confronto, che l'impaginazione di una scheda può favorire o confondere chi vota, che il volto di un candidato su un manifesto comunica un'idea prima ancora delle parole. Guardare la democrazia con gli occhi del designer significa accorgersi che nulla, in essa, è neutro.
L'iniziativa fa parte di un progetto più ampio, Designer Democracy, che è stato varato nel 2019 dalle due curatrici, Amelie Klein e Vera Sacchetti, e che si inserisce in una rete promossa dall’OCSE, l’organizzazione con sede a Parigi, impegnata nella raccolta di esempi di buone pratiche di innovazione democratica.
Quella di Gent è la terza mostra sul rapporto tra design e democrazia, dopo quella che si è tenuta in Germania nel 2024 e l'anno dopo al Circolo del Design di Torino.

Public Matter(s), installazione della mostra. Photo © Filip Dujardin
Partire da casa
Il punto di partenza è il Belgio, e non per caso. «La mostra è profondamente radicata nel luogo in cui si svolge», spiega la curatrice Amelie Klein. «In questo Paese un'assemblea di cittadini ha avuto un ruolo fondamentale fin dalla nascita della nazione: in sostanza, è stata un'assemblea a decidere che cosa dovesse essere questa nazione». Il riferimento è al Congresso nazionale del 1831, che diede al Belgio una delle costituzioni più liberali del suo tempo, garantendo libertà di stampa, di opinione e di religione e la separazione dei poteri. Una costituzione esemplare sulla carta, che però nella pratica riguardava pochissimi: il "popolo" chiamato a votare contava allora circa 46.000 uomini facoltosi, l'1,2% della popolazione.
Da qui il metodo delle curatrici. «È sempre utile partire da ciò che le persone conoscono per condurle verso territori che forse non avevano mai considerato da quella prospettiva», dice ancora Klein. Le fa eco la curatrice Vera Sacchetti: «Dopo averle invitate a entrare nella nostra storia, possiamo cominciare a mettere in discussione alcune certezze. La democrazia ci ha fatto determinate promesse. Ma queste promesse sono state davvero mantenute?».
Il percorso: dalla Pnice all'assemblea
Il viaggio comincia dalle origini, con una cronologia che parte dalle rivoluzioni americana, haitiana e francese e mostra come gli ideali democratici siano il frutto di lunghe lotte, non di un'illuminazione improvvisa. Ma prima ancora c'è Atene: il plastico della Pnice, la collina davanti all'Acropoli dove nel IV secolo a.C. fino a 6.000 cittadini si riunivano in assemblea e chiunque poteva prendere la parola. Accanto, il kleroterion, lo strumento con cui le cariche pubbliche venivano sorteggiate. Gli ateniesi consideravano le elezioni una forma di oligarchia; la vera democrazia, per loro, era il sorteggio. Purché, s'intende, si fosse uomini adulti e liberi: donne e schiavi ne restavano fuori.
C'è una delle opere più eloquenti: le dodici planimetrie con cui lo studio XML ha confrontato le aule dei parlamenti dei 193 Stati membri dell'ONU, individuando cinque tipologie, dal cerchio al semicerchio, dal ferro di cavallo ai banchi contrapposti fino alla disposizione ad aula scolastica. I regimi autoritari tendono a preferire l'ultima, le democrazie liberali il cerchio e il semicerchio. La forma dello spazio, insomma, è già una forma di potere. Fa riflettere. Poi la democrazia diretta, con il referendum del 1950 in Belgio sul ritorno di Leopoldo III e quello sulla Brexit, evocato dalla campagna europeista di Wolfgang Tillmans, il fotografo che si definisce un «militante della moderazione».

La sciarpa delle suffraggette, 1908
Chi resta fuori
Il cuore della mostra, però, è una domanda: chi può partecipare? La risposta della storia è scomoda. La fascia delle suffragette, nei colori verde, bianco e viola, ricorda le donne incarcerate per aver chiesto il voto, e una gandese, Émilie Claeys, che già nel 1892 firmò il primo testo belga a favore del suffragio femminile. In Belgio le donne votarono soltanto dal 1948. Seguono il movimento per i diritti civili negli Stati Uniti, legato a doppio filo alle indipendenze africane, e un dibattito che riguarda il presente: circa 1,6 milioni di residenti stranieri in Belgio possono votare alle comunali ma non alle politiche, anche quando vivono e pagano le tasse nel Paese da decenni o vi sono nati.
Quando la democrazia non mantiene le sue promesse, le reazioni vanno dalla protesta alla disillusione.
La mostra non nasconde i segnali d'allarme: un'indagine del 2022 registra che in alcuni Paesi europei il sostegno a un «leader forte» che governi senza parlamento arriva al 46%. I ricercatori parlano di «morte a fuoco lento», fatta di piccoli provvedimenti in apparenza innocui. Per questo la protesta, dal punk alle petizioni alla disobbedienza civile, viene presentata come uno strumento della democrazia, non come una sua minaccia.
La sezione successiva è scivolosa e mette in evidenza il legame tra media e propaganda, dal caso Dreyfus alla radio del Terzo Reich, fino al primo dibattito televisivo tra Nixon e Kennedy. Tra le opere più spiritose c'è The Flemish Scrollers, un software che, durante le sedute del parlamento fiammingo trasmesse in diretta su YouTube, riconosce con l'intelligenza artificiale i politici distratti dallo smartphone e li richiama pubblicamente sui social.
E se votasse anche un fiume?
La sezione più spiazzante allarga il campo oltre l'umano. È il tema dell'ecocrazia, una democrazia che riconosce diritti alla natura. In Ecuador e in Nuova Zelanda fiumi e foreste hanno già ottenuto personalità giuridica, spesso grazie alle lotte delle comunità indigene, e iniziative simili stanno nascendo anche in Belgio. È lo slittamento più radicale proposto dalla mostra, perché mette in discussione l'idea che al centro della democrazia ci sia solo l'uomo, e riporta in primo piano, con un linguaggio nuovo, le questioni ambientali che il dibattito pubblico ha di recente lasciato in secondo piano. Decidere per un fiume significa pensare oltre il ciclo di una legislatura, e persino di una generazione. Documenti storici, pannelli descrittivi, oggetti di design e interventi d'arte accompagnano la narrazione dell'esposizione. Curioso "Entomarium Extinct" dello studio Mischer'traxler che presenta alcune specie di insetti estinte ai quattro angoli del mondo.
Progettare insieme
L'ultima sala riporta tutto al design. Se la democrazia è un progetto, anche il progetto può diventare democratico: designer e architetti che lavorano con le comunità anziché per loro, condividendo potere decisionale e rinunciando a una parte della propria autorialità. Al centro c'è un grande tavolo, ispirato all'idea di Hannah Arendt del mondo comune come spazio in cui riunirsi, e intorno gli esempi nati a pochi passi dal museo, insieme a una biblioteca per approfondire.
La mostra, del resto, pratica ciò che racconta. Nel 2025 il Design Museum Gent ha istituito un'assemblea di quaranta cittadini, DE40, le cui proposte si ritrovano negli spazi espositivi e in tutto il museo. Alla fine del percorso per chi vuole mettersi alla prova c'è il Democracy Workout, un percorso per allenare i propri «muscoli democratici».
Prima di uscire, ci si imbatte nell'intervento Controversy Teeter, Totter, Asking Everyone, Listening to No One di Esra Gülmen, un'altalena a bilico che funziona soltanto se chi siede alle due estremità accetta di tenere conto del peso dell'altro: basta che uno dei due "pesi di più" perché il gioco si blocchi, con qualcuno inchiodato a terra e qualcun altro sospeso a mezz'aria. Il titolo dice il resto: chiedere a tutti e non ascoltare nessuno è il modo più rapido per fermare il movimento. Ancora una volta l'arte è formidabile per la sua capacità di sintesi, che è lieve e amara al tempo stesso. La democrazia non è l'assenza di conflitto, ma l'arte di restare in equilibrio dentro il disaccordo.
La metafora non ha bisogno di spiegazioni, ed è la migliore introduzione possibile alla mostra che il Design Museum Gent, appena riaperto nelle Fiandre dopo un lungo intervento di restauro e ampliamento, dedica al rapporto tra design e democrazia. "Public Matter(s): Design and Democracy" fino all'11 aprile 2027, offre un percorso impegnativo che invita a riflettere, mettendo in discussione le nostre certezze.
Che cosa c'entra il design con il voto
Il legame, a prima vista, sembra improbabile. Che cosa ha da dire un museo di sedie, lampade e caratteri tipografici su un tema così alto? Molto più di quanto si immagini. Il legame più visibile è nelle cose: la scheda elettorale, la cabina, il manifesto di partito, il cartello di protesta. Il più profondo, però, è concettuale, ed è la tesi su cui la mostra è costruita: la democrazia stessa è un progetto. Ha regole, forme, procedure scelte da qualcuno in un dato momento. E ciò che è stato progettato può essere riprogettato.
C'è un passaggio ulteriore. In ogni oggetto democratico estetica, mezzo, funzione e messaggio sono saldati insieme al punto da diventare invisibili: un'aula parlamentare ci sembra semplicemente un'aula, una scheda elettorale semplicemente un foglio. L'esposizione fa il lavoro opposto: smonta quell'insieme pezzo per pezzo, e mostra che la disposizione dei banchi orienta il confronto, che l'impaginazione di una scheda può favorire o confondere chi vota, che il volto di un candidato su un manifesto comunica un'idea prima ancora delle parole. Guardare la democrazia con gli occhi del designer significa accorgersi che nulla, in essa, è neutro.
L'iniziativa fa parte di un progetto più ampio, Designer Democracy, che è stato varato nel 2019 dalle due curatrici, Amelie Klein e Vera Sacchetti, e che si inserisce in una rete promossa dall’OCSE, l’organizzazione con sede a Parigi, impegnata nella raccolta di esempi di buone pratiche di innovazione democratica.
Quella di Gent è la terza mostra sul rapporto tra design e democrazia, dopo quella che si è tenuta in Germania nel 2024 e l'anno dopo al Circolo del Design di Torino.

Public Matter(s), installazione della mostra. Photo © Filip Dujardin
Partire da casa
Il punto di partenza è il Belgio, e non per caso. «La mostra è profondamente radicata nel luogo in cui si svolge», spiega la curatrice Amelie Klein. «In questo Paese un'assemblea di cittadini ha avuto un ruolo fondamentale fin dalla nascita della nazione: in sostanza, è stata un'assemblea a decidere che cosa dovesse essere questa nazione». Il riferimento è al Congresso nazionale del 1831, che diede al Belgio una delle costituzioni più liberali del suo tempo, garantendo libertà di stampa, di opinione e di religione e la separazione dei poteri. Una costituzione esemplare sulla carta, che però nella pratica riguardava pochissimi: il "popolo" chiamato a votare contava allora circa 46.000 uomini facoltosi, l'1,2% della popolazione.
Da qui il metodo delle curatrici. «È sempre utile partire da ciò che le persone conoscono per condurle verso territori che forse non avevano mai considerato da quella prospettiva», dice ancora Klein. Le fa eco la curatrice Vera Sacchetti: «Dopo averle invitate a entrare nella nostra storia, possiamo cominciare a mettere in discussione alcune certezze. La democrazia ci ha fatto determinate promesse. Ma queste promesse sono state davvero mantenute?».
Il percorso: dalla Pnice all'assemblea
Il viaggio comincia dalle origini, con una cronologia che parte dalle rivoluzioni americana, haitiana e francese e mostra come gli ideali democratici siano il frutto di lunghe lotte, non di un'illuminazione improvvisa. Ma prima ancora c'è Atene: il plastico della Pnice, la collina davanti all'Acropoli dove nel IV secolo a.C. fino a 6.000 cittadini si riunivano in assemblea e chiunque poteva prendere la parola. Accanto, il kleroterion, lo strumento con cui le cariche pubbliche venivano sorteggiate. Gli ateniesi consideravano le elezioni una forma di oligarchia; la vera democrazia, per loro, era il sorteggio. Purché, s'intende, si fosse uomini adulti e liberi: donne e schiavi ne restavano fuori.
C'è una delle opere più eloquenti: le dodici planimetrie con cui lo studio XML ha confrontato le aule dei parlamenti dei 193 Stati membri dell'ONU, individuando cinque tipologie, dal cerchio al semicerchio, dal ferro di cavallo ai banchi contrapposti fino alla disposizione ad aula scolastica. I regimi autoritari tendono a preferire l'ultima, le democrazie liberali il cerchio e il semicerchio. La forma dello spazio, insomma, è già una forma di potere. Fa riflettere. Poi la democrazia diretta, con il referendum del 1950 in Belgio sul ritorno di Leopoldo III e quello sulla Brexit, evocato dalla campagna europeista di Wolfgang Tillmans, il fotografo che si definisce un «militante della moderazione».

La sciarpa delle suffraggette, 1908
Chi resta fuori
Il cuore della mostra, però, è una domanda: chi può partecipare? La risposta della storia è scomoda. La fascia delle suffragette, nei colori verde, bianco e viola, ricorda le donne incarcerate per aver chiesto il voto, e una gandese, Émilie Claeys, che già nel 1892 firmò il primo testo belga a favore del suffragio femminile. In Belgio le donne votarono soltanto dal 1948. Seguono il movimento per i diritti civili negli Stati Uniti, legato a doppio filo alle indipendenze africane, e un dibattito che riguarda il presente: circa 1,6 milioni di residenti stranieri in Belgio possono votare alle comunali ma non alle politiche, anche quando vivono e pagano le tasse nel Paese da decenni o vi sono nati.
Quando la democrazia non mantiene le sue promesse, le reazioni vanno dalla protesta alla disillusione.
La mostra non nasconde i segnali d'allarme: un'indagine del 2022 registra che in alcuni Paesi europei il sostegno a un «leader forte» che governi senza parlamento arriva al 46%. I ricercatori parlano di «morte a fuoco lento», fatta di piccoli provvedimenti in apparenza innocui. Per questo la protesta, dal punk alle petizioni alla disobbedienza civile, viene presentata come uno strumento della democrazia, non come una sua minaccia.
La sezione successiva è scivolosa e mette in evidenza il legame tra media e propaganda, dal caso Dreyfus alla radio del Terzo Reich, fino al primo dibattito televisivo tra Nixon e Kennedy. Tra le opere più spiritose c'è The Flemish Scrollers, un software che, durante le sedute del parlamento fiammingo trasmesse in diretta su YouTube, riconosce con l'intelligenza artificiale i politici distratti dallo smartphone e li richiama pubblicamente sui social.
E se votasse anche un fiume?
La sezione più spiazzante allarga il campo oltre l'umano. È il tema dell'ecocrazia, una democrazia che riconosce diritti alla natura. In Ecuador e in Nuova Zelanda fiumi e foreste hanno già ottenuto personalità giuridica, spesso grazie alle lotte delle comunità indigene, e iniziative simili stanno nascendo anche in Belgio. È lo slittamento più radicale proposto dalla mostra, perché mette in discussione l'idea che al centro della democrazia ci sia solo l'uomo, e riporta in primo piano, con un linguaggio nuovo, le questioni ambientali che il dibattito pubblico ha di recente lasciato in secondo piano. Decidere per un fiume significa pensare oltre il ciclo di una legislatura, e persino di una generazione. Documenti storici, pannelli descrittivi, oggetti di design e interventi d'arte accompagnano la narrazione dell'esposizione. Curioso "Entomarium Extinct" dello studio Mischer'traxler che presenta alcune specie di insetti estinte ai quattro angoli del mondo.
Progettare insieme
L'ultima sala riporta tutto al design. Se la democrazia è un progetto, anche il progetto può diventare democratico: designer e architetti che lavorano con le comunità anziché per loro, condividendo potere decisionale e rinunciando a una parte della propria autorialità. Al centro c'è un grande tavolo, ispirato all'idea di Hannah Arendt del mondo comune come spazio in cui riunirsi, e intorno gli esempi nati a pochi passi dal museo, insieme a una biblioteca per approfondire.
La mostra, del resto, pratica ciò che racconta. Nel 2025 il Design Museum Gent ha istituito un'assemblea di quaranta cittadini, DE40, le cui proposte si ritrovano negli spazi espositivi e in tutto il museo. Alla fine del percorso per chi vuole mettersi alla prova c'è il Democracy Workout, un percorso per allenare i propri «muscoli democratici».
Prima di uscire, ci si imbatte nell'intervento Controversy Teeter, Totter, Asking Everyone, Listening to No One di Esra Gülmen, un'altalena a bilico che funziona soltanto se chi siede alle due estremità accetta di tenere conto del peso dell'altro: basta che uno dei due "pesi di più" perché il gioco si blocchi, con qualcuno inchiodato a terra e qualcun altro sospeso a mezz'aria. Il titolo dice il resto: chiedere a tutti e non ascoltare nessuno è il modo più rapido per fermare il movimento. Ancora una volta l'arte è formidabile per la sua capacità di sintesi, che è lieve e amara al tempo stesso. La democrazia non è l'assenza di conflitto, ma l'arte di restare in equilibrio dentro il disaccordo.
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