Pasquino fuori Roma

Statue parlanti
 

30/07/2001

Nel Cinquecento il “pasquinismo” fa proseliti ovunque, sino ad arrivare al Nord Europa, dove la polemica è militante e il suo carattere anticuriale si sposta sul versante teologico e dei costumi, spinto dall’istanza riformistica. In Germania il fenomeno si allinea ai dettami di Martin Lutero, Calvino e Zwingli: autore di queste pasquinate straniere sembra essere Celio Secondo Curione, un teologo umanista legato alla riforma e che verrà condannato al rogo dalla Santa Inquisizione. A lui si devono i “Pasquillorum”, una raccolta di pasquinate da lui scritte uscita a Basilea nel 1544. Altro personaggio fuggito da Roma, Ulrico von Hutten, diffonde pasquinate riformiste in Germania, Austria e Paesi Bassi: il Concilio di Trento bandirà le sue satire che entrano a far parte del primo Indice dei libri proibiti. Nonostante tali precauzioni le pasquinate oltrepassano la Manica giungendo in Inghilterra grazie ad un certo Martino Marprelate, un calvinista che si inserisce nelle dispute tra i promotori della Chiesa anglicana. Anche in Francia approda il torso romano adattato in Pasquin, che avrà grande rilievo soprattutto nel XVII secolo, quando colpirà come bersaglio preferito il cardinal Mazzarino, dal cui nome hanno origine le decise invettive satiriche dette “mazarinades”. Ma è in Italia che il celebre torso di Parione trova altri interpreti del malcontento popolare, e principalmente a Venezia e a Firenze. Nella città della laguna il fenomeno prende piede sin dalla metà del ‘500, quando come luogo dell’affissione viene prescelto il Gobbo di Rialto, una statua opera dello scultore veneziano Pietro di Salò, allievo del Sansovino, raffigurante un uomo piegato nell’atto di sorreggere il peso dell’architettura sovrastante. Il blocco marmoreo, originariamente posto come puntello delle scale della colonna di piazza San Giacomo, è ancora oggi nella piazza del celebre mercato di Rialto. Tale colonna era il luogo da dove venivano lette le condanne ed i proclami del Governo della Repubblica. E’ Pietro Aretino, in fuga da Roma dopo l’elezione di papa Adriano VI Florent (1532-33), che sceglie la statua dove sistemare le sue violente satire antipapali. La statua lagunare è di fatto il più degno contraltare del Pasquino romano, con il quale sono documentati addirittura veri e propri dialoghi col Pasquino romano, dei botta e risposta che evidenziano quali rapporti ci fossero tra coloro che scrivevano gli epigrammi nelle due città. A Firenze invece il luogo deputato per l’affissione delle satire è il cosiddetto “porcellino” di Mercato Nuovo. La scultura in bronzo, copia secentesca di un marmo conservato agli Uffizi, è opera dello scultore toscano Pietro Tacca. La statua, che in realtà raffigura un cinghiale, è il pezzo principale della fontana omonima, ed è posta all’interno di una loggia a pianta quadrata che le fa da degna cornice. La loggia nacque a metà ‘500, progettata da Giovan Battista del Tasso, per proteggere lo scambio di banchieri e cambiavalute che si svolgeva in quello che oggi si è trasformato in un più semplice mercato di souvenir per turisti, i quali strofinano il muso del “porcellino” nella speranza di ritornare a Firenze.

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