A Palazzo Cipolla dall'8 maggio al 22 luglio

La Sicilia di Fabrice Moireau in acquerello, sulle tracce di Goethe

Fabrice Moireau, Agrigento, Valle dei Templi, acquerello. Courtesy l’artista, Fondazione Dragotto e Civita
 

Samantha De Martin

07/05/2018

Roma - Una donna, dietro una tenda a righe, fa capolino affondando lo sguardo in una via assolata. Alcuni operai, chini su una strada in prossimità della Tonnara di Scopello, sono concentrati nella loro attività, mentre due fidanzati scivolano lungo una delle caratteristiche vie di Erice, tenendosi per mano.
Sono solo alcune delle pochissime presenze umane che si aggirano tra gli acquerelli di Fabrice Moireau, in mostra a Palazzo Cipolla fino al 22 luglio. Perché per il “pittore dei tetti” di Parigi, è il paesaggio il vero grande soggetto e la Sicilia ne incarna esattamente la quintessenza.

Promossa e organizzata dalla Fondazione Cultura e Arte, in collaborazione con la Fondazione Federico II, Sicilia, il Grand Tour più che una mostra è l’appassionato racconto di un viaggio, romantico e insieme autentico, nell’anima di una terra magica, crogiolo di miti e scrigno di civiltà ancora radicate nei luoghi, tra le abitudini, dentro le credenze del suo popolo unico. Un viaggio che, a distanza di quasi due secoli e mezzo, ripercorre il cammino di Goethe - uno dei massimi cantori e allo stesso tempo profeti dell’isola - affidandone le tappe ai poetici pennelli e alle matite di uno dei maggiori acquarellisti al mondo, e la voce a Lorenzo Matassa, giurista, ma soprattutto siciliano appassionato.

Dalle aree archeologiche di Segesta e Selinunte a Favignana - dove il profumo dei panni stesi sembra emergere con vigore dagli acquerelli - dalla “perla nera” Pantelleria alle scintillanti Saline di Mozia, dalle cave in marmo di Custonaci ai piccoli borghi rurali e ancora alla campagna, abbagliante anche d’inverno, fino al mare, con i rudi faraglioni levigati dalla sua lunatica danza, c’è davvero tutto il fascino di una terra di miti e di eroi negli scorci ritratti dall’artista.
Si tratta di luoghi potenti, nei quali Moireau si è recato personalmente, accompagnato dal suo inseparabile zaino con gli attrezzi da lavoro, tavolozza, fogli bianchi e l’immancabile sgabello pieghevole.
«Ho intrapreso questo viaggio a luglio del 2015, e, per due anni, sebbene non in maniera continuativa, ho compiuto un percorso a zig-zag in questa terra magnifica. Ci sarò stato in tutto una decina di volte - spiega Fabrice -. Ho viaggiato quasi sempre da solo, perché la solitudine mi aiuta a concentrarmi, lavorando sempre all’aria aperta, come un impressionista, avvolto dal paesaggio che è il vero protagonista delle mie opere. Seguendo i passi di antenati illustri, di pittori e poeti immensi che, prima di me, hanno esplorato questa terra, sono entrato in contatto con i siciliani, gente mistica, speciale, alla stregua dei filosofi. Ho assorbito il loro mondo, la loro dimensione popolare, dipingendola con il cuore. Certo, talvolta ho inserito nei miei paesaggi qualche soggetto. Lo faccio raramente perché il mio è uno spazio vuoto, deserto, che evoca talvolta un senso di stanchezza, di melanconica bellezza».
In realtà qualche volta Fabrice ha viaggiato in compagnia di Tommaso Dragotto, presidente dell’omonima Fondazione, alla quale l’artista ha concesso le circa 400 opere a colori che tracciano il nuovo percorso goethiano. È stata dell’imprenditore siciliano, ma anche di Matassa, l’idea di effettuare un nuovo viaggio sulle orme dello scrittore tedesco, «in macchina, certo, piuttosto che a dorso di mulo».

Ma intanto il tempo trascorso ci mette del suo e Moireau lo immortala. Come nel caso del cretto di Gibellina, opera di land art realizzata da Alberto Burri tra il 1984 e il 1989.

«Fabrice Moireau e Lorenzo Matassa tessono uno straordinario percorso nella memoria che è una vera poesia - commenta Emanuele F. M. Emanuele, presidente onorario della Fondazione Cultura e Arte - un inno all’isola che indusse Federico II di Svevia ad affermare che era a tal punto felice di vivere in Sicilia da non invidiare a Dio il Paradiso».

Sicilia, il Grand Tour è anche un libro edito dalla Fondazione Tommaso Dragotto, arricchito dal racconto di Matassa. Già dal titolo si intuisce il richiamo alle suggestioni di quel fenomeno che, tra il Settecento e la prima metà dell’Ottocento, portò in Sicilia viaggiatori stranieri e uomini di cultura accompagnati da artisti di passaggio. Come accadde a Goethe che visitò l’isola nel 1787.

Ed ha ragione Lorenzo Matassa quando dice che «è come se per questa esposizione avessimo portato la Sicilia “di peso” a Roma, per farla conoscere a tutto il mondo in visita alla capitale». E infatti, varcando la soglia di questa mostra, sorprendente nel suo vibrante allestimento, si ha come la stessa sensazione provata da Goethe di quella “luminosità vaporosa che fluttua intorno alle cose” e che indusse il filosofo a considerare la terra della “cedevole scambievolezza delle tinte, dell’unità armonica del cielo col mare e del mare con la terra”, l'autentica chiave di tutto.


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