Intervista al collezionista e imprenditore romano

Ovidio Jacorossi racconta il suo Musia, un omaggio all'arte contemporanea nel cuore di Roma

La Galleria 7 all’interno del Musia, la galleria d’arte di via dei Chiavari a Roma. Courtesy of Musia
 

Samantha De Martin

05/04/2018

Roma - La cosa più bella di Ovidio Jacorossi - 84 anni, con in tasca l’obiettivo di diventare centenario - è il sorriso appassionato quando si parla della sua straordinaria collezione di opere d’arte. Non soltanto di quelle che custodisce, per motivi di spazio, in un deposito, ma dei pezzi che ha deciso di mostrare gratuitamente - a rotazione nel corso di esposizioni temporanee e in uno spazio esclusivo, nel cuore della capitale, ai turisti e ai cittadini di Roma - come forma di gratitudine, o come dice lui “come inno” a quella città che gli ha concesso «il privilegio di nascere tra le sue bellezze».

La collezione “d’impresa” di questo simpatico ed elegante avvocato appassionato di arte contemporanea consta infatti di 2500 pezzi e di nomi illustri, da Giorgio de Chirico ad Arturo Martini, da Giacomo Balla a Gino Severini, da Emanuele Cavalli a Mario Broglio, da Mario Mafai a Mimmo Rotella, solo per citarne alcuni, ma anche di quei “pezzi di cuore”, venduti negli anni, e che gli sono rimasti dentro, come una plastica bruciata di Alberto Burri, due Capogrossi, due monocromi di Francesco Lo Savio «e non proseguo oltre per evitare di piangere» scherza Jacorossi durante la chiacchierata nel suo studio di via dei Redentoristi.
Tra le acquisizioni realizzate negli anni ci sono l’Astrattismo di fine Anni ‘40 e ‘50, gli Anni Sessanta della Scuola Romana di Piazza del Popolo - Franco Angeli, Tano Festa, Mario Schifano e Giosetta Fioroni - ci sono pezzi di Arte Povera e Arte Concettuale, e ancora Pistoletto, Luciano Fabro, Gino Paolini, i Fogli di Emilio Prini e il complesso lavoro di Gino De Dominicis.

Ciò che più affascina di questa storia che nasce e si sviluppa in via dei Chiavari 7 da una sorta di devozione all’arte e alla bellezza, è lo scrigno, inaugurato cinque mesi fa, nel quale Ovidio ha deciso di collocare i suoi gioielli, fondendo la sua anima da imprenditore con lo spirito appassionato del collezionista.
«Il Musia è il sogno di una vita realizzato a 84 anni, uno spazio che ho voluto dedicare alla città come luogo di riflessione sul senso della vita e della bellezza in una società sempre più oppressa dalla tristezza e dalle preoccupazioni nei riguardi del futuro. Mi sono chiesto: cosa posso fare nel mio piccolo? Nel corso della mia vita ho capito che per vivere sentendosi davvero protagonisti, nel senso buono del termine, è necessario mettere l’uomo, con il suo potenziale creativo, purtroppo talvolta dormiente, al centro di tutto, accrescendo la propria sensibilità culturale, sociale, artistica». Ed è anche per questo che Ovidio ha deciso di dare vita al Musia, molto più di una galleria d’arte, un progetto che consenta a chiunque di entrare nel sistema dell’arte contemporanea attraverso un processo di interpretazione dell’opera, perché, spiega «l’arte è uno strumento semplice che non necessita di essere capita, ma solo interpretata, rappresentando il punto di incontro di due creatività allo stato puro, che dà vita a un qualcosa di trascendente e che offre al fruitore quel sano protagonismo di cui ogni uomo ha bisogno».

Ed è in via dei Chiavari - nel rione Parione, il quartiere delle strade legate agli antichi mestieri - che la storia della famiglia Jacorossi ha avuto inizio intorno al 1922, con la bottega del nonno, venditore di carbone, divenuta, nel tempo - grazie al fratello Angelo, e alla madre, “tre creativi scatenati” come dice Ovidio - un gruppo importante, assestato nel campo degli impianti e dei servizi energetici e divenuto negli anni il decimo gruppo italiano privato per fatturato, con quindici filiali. E intanto la collezione di Ovidio cresceva, come anche la sua passione, allargando quel ventre enorme di opere con il respiro dell’arte. «Siamo stati una famiglia italiana prototipo, di origini contadine - spiega -. Abbiamo vissuto la seconda guerra mondiale, l’occupazione tedesca, gli anni del terrorismo. Poi l’imbarco dell’arte contemporanea nell’impresa, avvenuto grazie all’intuizione di un mio compagno, Giuseppe Gatt. Fu lui ad incitarmi a fare della nostra sede di via Brancati, all’Eur, un luogo speciale, un museo vivo, arricchendo le pareti con le opere di artisti contemporanei, affinché dipendenti e clienti potessero godere di un così grande patrimonio condiviso».
Perché ancor prima che arrivasse il Musia, impresa ed arte hanno cucito un percorso parallelo, dalla fine degli anni Settanta all’inizio del Duemila, quando il gruppo di famiglia si è sciolto ed Ovidio ha tenuto per sé quel tesoro straordinario riunito pazientemente, con amore, durante la sua vita.
E il Musia, lo spazio che accoglie tutti i giorni i visitatori con la sua atmosfera avvolgente, piacevole, quasi fuori dal tempo, è il punto di arrivo di questo incontro tra imprenditoria e passione artistica, un connubio che, lungi dal limitarsi al semplice collezionismo, ha investito nella ristrutturazione e nella gestione di spazi espositivi pubblici e privati, dal Guggenheim di Venezia, nel 1984, al Padiglione americano della Biennale, dal Palazzo delle Esposizioni di Roma, nel 1990, a Palazzo Ducale a Genova, nel 1992.

Sotto i nostri piedi, sotto i mille metri quadrati aperti dal martedì al sabato dalle 16 alle 22.30 con mostre temporanee allestite con i gioielli Jacorossi, ci sono, come anelli di un antico albero, i preziosi segni delle differenti epoche di Roma. C’è quello che resta del Teatro di Pompeo, a pochi metri da dove Giulio Cesare venne assassinato, ricco di quelle suggestioni storiche e archeologiche che l’esperienza immersiva di Studio Azzurro regala agli ospiti, con i poteri della videoarte. E c’è il cortile cinquecentesco attribuito a Baldassarre Peruzzi, che il pubblico in visita allo spazio espositivo attraversa grazie a una suggestiva volta trasparente che svela l’armoniosa visione d’insieme di questa perla architettonica capace di rivelare, attraverso i suoi piccoli dettagli, un grande e dettagliato lavoro di recupero e di restauro.
Scivolando lungo gli accoglienti spazi del Musia, lo sguardo si impiglia non soltanto tra i quadri della collezione Jacorossi, alle pareti, ma si posa adesso tra i residui di affreschi, tra capitelli e lesene che affiorano tra le tele in un continuo gioco di specchi tra il contemporaneo e la storia ultracentenaria di questo luogo magico.

Qui può accadere anche di perdersi nel dedalo di spazi che corre nel silenzio, mentre, fuori, la città impasta affaccendata la sua quotidianità fatta di voci, clacson e viavai di gente. Per caso, si scoprono così le quattro Sale di Pompeo, gli ambienti più remoti della galleria, incartate tre le mura di epoca medievale, e dove l’inica incursione della modernità è offerta dalle tecnologie audio-video che accolgono installazioni “site specific”.

In questo luogo dedicato all’arte contemporanea, nel cuore di Roma, è possibile anche concedersi un pranzo preparato dallo chef Ben Hirst, uno snack veloce, un bicchiere di vino, un aperitivo, circondati dalla forza creativa della bellezza.
E poi c’è la Galleria 9, riservata ai collezionisti o ai semplici appassionati, nella quale si possono acquistare opere di prestigio, ma anche indossare gioielli d’artista o godere di una selezione di oggetti di design o modernariato.

«Vorrei che questo luogo, rimasto chiuso per vent’anni prima di diventare il Musia, diventasse un ritrovo di aggregazione e condivisione - auspica Ovidio -. Quando i visitatori arrivano per pranzare circondati dall’arte rimangono quasi sempre stupiti. Allora si intrattengono a parlare, mi pongono domande, e tutto questo mi riempie di gioia».

L'avvocato Jacorossi avrebbe voluto fare il medico, ma poi ha scelto di studiare Giurisprudenza dato che, «non avendo allora questa facoltà l’obbligo di frequenza, avrei potuto aiutare la famiglia nell’attività». Il suo approccio all’arte scaturisce dalla duplice anima, quella imprenditoriale - ereditata dalla madre - e dallo spirito umanista del padre, un uomo di cuore «dalla fede semplice e intensa, venuto a mancare troppo presto».

Ma da cosa nasce la scelta di regalare alla città un percorso gratuito tra queste opere alle quali Ovidio tiene come fossero i suoi figli, tra queste mura in cui visse anche per un periodo Cassiano Dal Pozzo?
«La vita mi ha dato tanto, sebbene non siano mancate le difficoltà, i momenti di sconforto, come i giorni che seguirono al rapimento di mio fratello, nel 1979. Eppure le ho accettate con consapevolezza, perché fanno parte della vita stessa. Poi mi ha regalato i miei genitori, persone straordinarie, e anche questo è stato un immenso regalo. Ma soprattutto mi ha concesso il privilegio di nascere a Roma. Ecco, questo museo vuole essere un dono alla vita, alla città, un segno della mia gratitudine».

Dal Simbolismo all’Astrazione
La passione di Ovidio e l’attenzione per l’humanitas si percepiscono non appena si varca la soglia di questo luogo dove attualmente sono in corso due mostre. La prima, intitolata Dal simbolismo all’Astrazione. Il primo Novecento a Roma dalla collezione Jacorossi e prorogata fino al prossimo 30 settembre, rappresenta il capitolo numero uno di un racconto che farà conoscere e svelerà nel tempo la collezione. Il percorso si dipana attorno a una cinquantina di opere articolate entro il quadro di una rigorosa ricostruzione storica delle vicende delle arti plastiche a Roma nella prima metà del Novecento.
Bellissimo il Ritratto di padre di Guglielmo Janni, così come anche l’Autoritratto tricolore di Giacomo Balla, i Vasi di Corrado Cagli o La mattanza di Giulio Aristide Sartorio.
A questo primo capitolo seguiranno, nel corso del 2018 e sempre a cura di di Enrico Crispolti, una seconda antologica dedicata a opere significative della seconda metà del XX secolo e una mostra relativa a quelle “di grande formato” realizzate lungo i decenni centrali del Novecento.
Dal 18 aprile al 12 maggio l'esposizione Figure e metodi a confronto: opere dalla collezione Jacorossi - con lavori di Piero Fornasetti, Antonietta Raphael, Mario Mafai, Pericle Fazzini, Mario Schifano - si soffermerà invece sul cambiamento delle caratteristiche stilistiche e dei significati della figura durante il XX secolo.

Fuori Posto: Paola Gandolfi esplora l’incoscio femminile
Dal 29 marzo al 14 aprile, disegni, opere pittoriche, video e gioielli d’artista saranno al centro della mostra Fuori posto, dove Paola Gandolfi presenta il suo lavoro incentrato sull’esplorazione di luoghi inaccessibili come l’inconscio femminile.
I suoi gioielli sono vere e proprie sculture indossabili che ripropongono le iconografie visionarie presenti nelle opere. Le rappresentazioni nascono da disegni e bozzetti, che vengono poi sviluppati con media diversi, come le opere video che consentono al pubblico di compiere un percorso mentale. Fonte mitica e centrale nel lavoro dell’artista romana è il tema della “madre”. Gandolfi si trasforma in una sorta di “guida turistica” che, attraverso il video, conduce chi guarda all’interno del corpo della madre alla scoperta dell’universo materno, costellato di “stelle-seno” e “legami elettrizzanti”, custode di parti del sé mai nate che necessitano di contemplazione.

Leggi anche:


• Paola Gandolfi. Fuori posto

• Dal Simbolismo all'Astrazione. Il primo Novecento a Roma nella collezione Jacorossi

• Figure e metodi a confronto. Opere dalla collezione Jacorossi

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