Fino al 27 settembre a Torino
Il cuore di Gaza, tra storia e futuro, batte alla Fondazione Merz
Insieme di 30 lucerne bizantine 501–600. Luogo di ritrovamento: Gaza, Jabaliya Terracotta Proprietà dello Stato di Palestina, in deposito temporaneo al MAH - Musée d’art e d’histoire de la Ville de Genève Foto Bettina Jacot-Descombes
Samantha De Martin
21/04/2026
Torino - Non solo distruzione, e bombe. C’è uno sguardo antico che riemerge dal drappo di morte per riannodare i fili della storia, riascoltare il dialogo tra archeologia e arte contemporanea e ricordare la profondità storica e culturale di una città crocevia millenario di commerci, culture e credenze.
Sottraendosi alla lettura esclusivamente contingente della cronaca, Gaza invita a riflettere sul valore universale del patrimonio come luogo di memoria, identità e futuro. Lo fa attraverso una mostra intitolata “GAZA, il futuro ha un cuore antico. Materie e memorie del Mediterraneo” un progetto internazionale che, attraverso il dialogo tra archeologia e arte contemporanea, porta fino al 27 settembre alla Fondazione Merz di Torino circa ottanta reperti archeologici custoditi dal MAH - Musée d’art e d’histoire di Ginevra su mandato dello Stato di Palestina e dal Museo Egizio di Torino.
Le opere, dall’età del bronzo al periodo ottomano, intrattengono un dialogo con i lavori degli artisti contemporanei palestinesi e internazionali Samaa Emad, Mirna Bamieh, Khalil Rabah, Vivien Sansour, Wael Shawky, Dima Srouji e Akram Zaatari. L’allestimento è integrato da una selezione di fotografie di Gaza concesse dall'archivio dell'UNRWA - Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l'occupazione dei profughi palestinesi in Asia Occidentale.
Gaza, il futuro ha un cuore antico. Materie e memorie del Mediterraneo. Allestimento | Courtesy Fondazione Merz Foto Enrico Turinetto
I reperti in mostra provenienti da Gaza sono solo una selezione dalla collezione di circa 500 pezzi custoditi temporaneamente a Ginevra e inizialmente destinati alla creazione di un museo archeologico in Palestina, progetto rimasto incompiuto a causa dei conflitti che hanno interessato l’area. Oltre a inserirsi nel dibattito sulla distruzione del patrimonio culturale, la mostra, che dà anche conto di siti archeologici, monumenti storici e altre rappresentazioni fisiche del passato, perduti o gravemente danneggiate, racconta anche delle persone che li hanno vissuti, celebrati e identificati come parte della loro eredità culturale e che ora sono morte o fuggite in seguito alla guerra.
Sin dall’Età del Bronzo Gaza, luogo di scambio e di incontro tra civiltà diverse, ha ricoperto un ruolo strategico nelle relazioni tra Africa, Asia e Mediterraneo. Punto di passaggio per rotte commerciali, religiose e culturali, la città ha conosciuto nei secoli una straordinaria stratificazione storica. Il dialogo con la collezione del Museo Egizio di Torino contribuisce a porre l’enfasi su questa fitta rete di connessioni, inserendo Gaza in una geografia più ampia di relazioni e influenze reciproche.
Quattro sezioni tematiche guidano il visitatore in un percorso attraverso il tempo e lo spazio, a partire dalla prima tappa, “Passato, presente e futuro in pericolo”, nella quale si delinea il tema della distruzione del patrimonio culturale fatto di edifici, siti archeologici e monumenti, ma anche di comunità che mantenevano vivi i luoghi.
Il ruolo storico di Gaza come snodo strategico nelle reti commerciali e culturali del Mediterraneo e del Levante viene ricostruito attraverso ceramiche - come le anfore destinate al “vino di Gaza” e l’olio d’oliva - e poi le monete - esempio dell’ibridazione culturale del territorio - o ancora i manufatti provenienti da Egitto, Grecia, Babilonia e penisola arabica, espressione delle ibridazioni culturali.
Gaza, il futuro ha un cuore antico. Materie e memorie del Mediterraneo. Allestimento | Courtesy Fondazione Merz | Foto Enrico Turinetto
A testimoniare la dimensione umana degli scambi sono oggetti di uso quotidiano, amuleti, volti a documentare la circolazione di modelli culturali nel Mediterraneo orientale. Esempi di sincretismo religioso mettono in luce l’adozione e la rielaborazione locale di modelli egizi, come nel caso dei sarcofagi antropoidi “a pantofola”. Questi manufatti testimoniano un contesto profondamente multiculturale. D’altronde la storia religiosa di Gaza abbraccia quasi 5.000 anni e una pluralità di culti, monoteisti e politeisti. In mostra, le pratiche degli artisti contemporanei attivano un confronto diretto con la storia palestinese, facendone emergere complessità e urgenze nel presente. Il passato si manifesta come materia viva, tra valore e vulnerabilità, mentre la memoria diventa strumento critico per immaginare futuri possibili.
Gli interventi contemporanei dialogano con i reperti archeologici riattivandone i significati. Se l’artista visivo palestinese Khalil Rabah invita a riflettere sulla fragilità della memoria e dello sradicamento, la storia per l’egiziano Wael Shawky appare una costruzione stratificata attraversata da miti, religioni e interpretazioni in conflitto. La memoria quotidiana e domestica attraversa invece i lavori di Samaa Emad, che utilizza il collage come strumento di ricostruzione e cura, mentre il legame con la terra e con le sue trasformazioni emerge con forza nelle opere di Mirna Bamieh. Infine, i contributi di Dima Srouji conducono verso una dimensione intima e spirituale. Sacred Dissonance 1-2-3-6-7 (2025) sovrappone ad esempio due sguardi opposti: da una parte quello esterno occidentale che idealizza e mitizza questi luoghi; dall’altra l’esperienza concreta di chi questi luoghi li abita riconoscendoli come propri, segnati dalla violenza, dalla distruzione e dalla necessità di custodirne il ricordo
Sottraendosi alla lettura esclusivamente contingente della cronaca, Gaza invita a riflettere sul valore universale del patrimonio come luogo di memoria, identità e futuro. Lo fa attraverso una mostra intitolata “GAZA, il futuro ha un cuore antico. Materie e memorie del Mediterraneo” un progetto internazionale che, attraverso il dialogo tra archeologia e arte contemporanea, porta fino al 27 settembre alla Fondazione Merz di Torino circa ottanta reperti archeologici custoditi dal MAH - Musée d’art e d’histoire di Ginevra su mandato dello Stato di Palestina e dal Museo Egizio di Torino.
Le opere, dall’età del bronzo al periodo ottomano, intrattengono un dialogo con i lavori degli artisti contemporanei palestinesi e internazionali Samaa Emad, Mirna Bamieh, Khalil Rabah, Vivien Sansour, Wael Shawky, Dima Srouji e Akram Zaatari. L’allestimento è integrato da una selezione di fotografie di Gaza concesse dall'archivio dell'UNRWA - Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l'occupazione dei profughi palestinesi in Asia Occidentale.
Gaza, il futuro ha un cuore antico. Materie e memorie del Mediterraneo. Allestimento | Courtesy Fondazione Merz Foto Enrico Turinetto
I reperti in mostra provenienti da Gaza sono solo una selezione dalla collezione di circa 500 pezzi custoditi temporaneamente a Ginevra e inizialmente destinati alla creazione di un museo archeologico in Palestina, progetto rimasto incompiuto a causa dei conflitti che hanno interessato l’area. Oltre a inserirsi nel dibattito sulla distruzione del patrimonio culturale, la mostra, che dà anche conto di siti archeologici, monumenti storici e altre rappresentazioni fisiche del passato, perduti o gravemente danneggiate, racconta anche delle persone che li hanno vissuti, celebrati e identificati come parte della loro eredità culturale e che ora sono morte o fuggite in seguito alla guerra.
Sin dall’Età del Bronzo Gaza, luogo di scambio e di incontro tra civiltà diverse, ha ricoperto un ruolo strategico nelle relazioni tra Africa, Asia e Mediterraneo. Punto di passaggio per rotte commerciali, religiose e culturali, la città ha conosciuto nei secoli una straordinaria stratificazione storica. Il dialogo con la collezione del Museo Egizio di Torino contribuisce a porre l’enfasi su questa fitta rete di connessioni, inserendo Gaza in una geografia più ampia di relazioni e influenze reciproche.
Quattro sezioni tematiche guidano il visitatore in un percorso attraverso il tempo e lo spazio, a partire dalla prima tappa, “Passato, presente e futuro in pericolo”, nella quale si delinea il tema della distruzione del patrimonio culturale fatto di edifici, siti archeologici e monumenti, ma anche di comunità che mantenevano vivi i luoghi.
Il ruolo storico di Gaza come snodo strategico nelle reti commerciali e culturali del Mediterraneo e del Levante viene ricostruito attraverso ceramiche - come le anfore destinate al “vino di Gaza” e l’olio d’oliva - e poi le monete - esempio dell’ibridazione culturale del territorio - o ancora i manufatti provenienti da Egitto, Grecia, Babilonia e penisola arabica, espressione delle ibridazioni culturali.
Gaza, il futuro ha un cuore antico. Materie e memorie del Mediterraneo. Allestimento | Courtesy Fondazione Merz | Foto Enrico Turinetto
A testimoniare la dimensione umana degli scambi sono oggetti di uso quotidiano, amuleti, volti a documentare la circolazione di modelli culturali nel Mediterraneo orientale. Esempi di sincretismo religioso mettono in luce l’adozione e la rielaborazione locale di modelli egizi, come nel caso dei sarcofagi antropoidi “a pantofola”. Questi manufatti testimoniano un contesto profondamente multiculturale. D’altronde la storia religiosa di Gaza abbraccia quasi 5.000 anni e una pluralità di culti, monoteisti e politeisti. In mostra, le pratiche degli artisti contemporanei attivano un confronto diretto con la storia palestinese, facendone emergere complessità e urgenze nel presente. Il passato si manifesta come materia viva, tra valore e vulnerabilità, mentre la memoria diventa strumento critico per immaginare futuri possibili.
Gli interventi contemporanei dialogano con i reperti archeologici riattivandone i significati. Se l’artista visivo palestinese Khalil Rabah invita a riflettere sulla fragilità della memoria e dello sradicamento, la storia per l’egiziano Wael Shawky appare una costruzione stratificata attraversata da miti, religioni e interpretazioni in conflitto. La memoria quotidiana e domestica attraversa invece i lavori di Samaa Emad, che utilizza il collage come strumento di ricostruzione e cura, mentre il legame con la terra e con le sue trasformazioni emerge con forza nelle opere di Mirna Bamieh. Infine, i contributi di Dima Srouji conducono verso una dimensione intima e spirituale. Sacred Dissonance 1-2-3-6-7 (2025) sovrappone ad esempio due sguardi opposti: da una parte quello esterno occidentale che idealizza e mitizza questi luoghi; dall’altra l’esperienza concreta di chi questi luoghi li abita riconoscendoli come propri, segnati dalla violenza, dalla distruzione e dalla necessità di custodirne il ricordo
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