Il testimone: Auschwitz e Primo Levi
Primo Levi, Se questo è un uomo
Dal 15 Gennaio 2020 al 24 Febbraio 2020
Padova | Visualizza tutte le mostre a Padova
Luogo: Scuderie di Palazzo Moroni
Indirizzo: via VIII Febbraio 8
Orari: lunedì 09:30-13:00; da martedì a venerdì 09:30-13:00 e 14:30-18:00; sabato e domenica 10:00-18:00
Enti promotori:
- Comune di Padova
Costo del biglietto: ingresso gratuito
Telefono per informazioni: +39 049 8205232
Sito ufficiale: http://padovacultura.padovanet.it/
La mostra “Il testimone: Auschwitz e Primo Levi”, frutto della collaborazione con il Museo di Auschwitz-Birkenau e il Museo della Storia degli ebrei polacchi di Varsavia, documenta l’aberrante logica e la lucida programmazione dello sterminio. Una storia di orrore che si chiude con la pagina esemplare di un’amicizia tra due giovani italiani che nel Lager seppero mantenere viva la propria umanità: Primo Levi e Alberto Dalla Volta. Primo è il grande scrittore che di quell’infamia è divenuto il testimone esemplare. Alberto è un giovane di straordinarie qualità, che non sopravvisse allo sterminio, ma contribuì alla sopravvivenza di molti sventurati compagni. La mostra è promossa, in occasione del Giorno della Memoria, dal Giardino dei Giusti del Mondo in collaborazione con il Centro Internazionale di Studi Primo Levi. Giuliano Pisani, vicepresidente del Comitato Scientifico del Giardino dei Giusti del Mondo di Padova spiega: “Poco più di ottanta anni sono passati dalle famigerate leggi razziali del 1938, che furono la premessa della Shoah italiana. Il 3 dicembre 1943, in adempimento della circolare emanata il 30 novembre da Guido Buffarini Guidi, l ministro degli Interni della Repubblica Sociale Italiana, Villa Venier a Vo’ Vecchio fu requisita e trasformata nel campo di concentramento provinciale degli ebrei. Tre giorni dopo gli internati erano già 35. Il 17 luglio 1944 iniziò per 47 nostri concittadini il viaggio che li avrebbe portati prima a Padova, poi nella risiera di san Sabba a Trieste e infine ad Auschwitz, dove arrivarono il 3 agosto con il convoglio 33 T. Soltanto tre giovani donne sopravvissero e furono liberate il 27 gennaio 1945, settantacinque anni fa: Sylva Sabbadini, quindicenne, sua madre Ester Hammer, trentaseienne, e Bruna Namias, trentaduenne. Questa mostra, frutto della collaborazione con il Museo di Auschwitz-Birkenau e il Museo della Storia degli ebrei polacchi di Varsavia, documenta l’aberrante logica e la lucida programmazione dello sterminio. Una storia di orrore che si chiude con la pagina esemplare di un’amicizia tra due giovani italiani che nel Lager seppero mantenere viva la propria umanità: Primo Levi e Alberto Dalla Volta. Primo è il grande scrittore, di cui nel 2019 è ricorso il centenario della nascita, che di quell’infamia è divenuto il testimone esemplare, che ci ammonisce a tenere costantemente vigili la nostra intelligenza e la nostra coscienza. Alberto è un giovane di straordinarie qualità, che non sopravvisse allo sterminio, ma contribuì alla sopravvivenza di molti sventurati compagni, perché non rinunciò mai alla propria dignità e al proprio rigore etico. Un grazie particolare alla Comunità Ebraica della nostra città, al Centro Internazionale di Studi Primo Levi e alla famiglia Dalla Volta”. Davide Romanin Jacur, assessore dell’Unione delle Comunità Ebariche Italiane commenta: ”Nell’immaginario collettivo Auschwitz rappresenta il culmine dell’abominio, lo sterminio di un intero popolo da parte di un altro; soltanto perché “questo” si riteneva al di sopra di ogni legge divina ed umana e considerava “quello” al fondo della scala dei valori. Ma ci sono volute decine di anni per far accettare quanto accaduto come dato storico, ora inoppugnabile malgrado i continui rigurgiti di negazionismo e riduzionismo, e la riattivazione dell’avversione per il “diverso” e dell’antisemitismo. Durante la guerra mondiale è ormai noto che le Potenze politiche e religiose “sapevano”, così come sapevano molte fasce di popolazioni europee, perché coinvolte, vicine, avvantaggiate, delatrici o silenziose. Nel dopoguerra troppe persone dovevano essere riciclate: anche in un’Italia ove le leggi razziali erano state fortemente condivise; anche nella Polonia – destinata dai Tedeschi ad essere popolo di schiavi – che, nel frattempo era diventata ostaggio di un altro sistema politico prevaricatore ed omologante. È dunque assolutamente necessario che quanto avvenuto possa essere portato alla conoscenza del maggior numero possibile di persone, perché solo così si può sperare che nella coscienza sociale si formino delle forti opposizioni alla ripetizione di tali eventi: prima della “Soluzione finale” c’era stato lo sterminio del popolo armeno, dopo abbiamo assistito a quello della Cambogia, della Bosnia, del Ruanda, del Darfour ed altri ancora. Piangere sui morti è un fatto privato e soggettivo; ricordare ed ammonire le future generazioni è un dovere e la base di speranza per un mondo migliore.
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