Marco Maria Zanin. Demonumento. Tracce di memoria tra l'Italia e il Brasile
Dal 12 Giugno 2015 al 10 Luglio 2015
Luogo: Galleria Candido Portinari - Ambasciata del Brasile - Palazzo Pamphilj
Indirizzo: piazza Navona 10
Orari: dal lunedì al venerdì 11-17
Curatori: Alessandra Mauro
Enti promotori:
- Regione del Veneto
Telefono per informazioni: +39 06.89572855
E-Mail info: info@spazionuovo.net
Sito ufficiale: http://www.spazionuovo.net/
Inaugura giovedì 11 giugno, ore 18.30, presso l’Ambasciata del Brasile a Roma Demonumento. Tracce di memoria tra l'Italia e il Brasile, mostra personale di Marco Maria Zanin, a cura di Alessandra Mauro, in collaborazione con Galleria Spazio Nuovo, con il patrocinio di Regione del Veneto e ufficialmente fra gli appuntamenti del Mese della Cultura Internazionale. Roma 2015.
Demonumento. Tracce di memoria tra l'Italia e il Brasile è un viaggio fotografico nel tempo e nello spazio di San Paolo del Brasile, che in occasione del 150 anniversario della “migrazione italiana in Brasile”, fa emergere tracce di molte esistenze vissute e soffocate, sparite ma ancora in qualche modo presenti nel reticolo di cemento che, come un grande monumento all’oblio, costituisce il tessuto urbanisticamente impazzito della città di San Paolo.
Marco Maria Zanin prova a dare un nome e una storia a chi dalla storia è stato cancellato, con attitudine ottimistica prova a ricostruire il filo di identità e percorsi attraverso i resti di una memoria personale e collettiva fondante per il Brasile, ma rilevante anche per nostro Paese, che i primi del ‘900 ha fatto del Sud America la sua meta di emigrazione
Demonumento. Tracce di memoria tra l'Italia e il Brasile è un viaggio tra “edifici che impediscono all’orizzonte di distendersi, che si popolano di finestre come unici varchi nel privato più intimo, che si riempiono di graffiti come grandiosi disegni, lettere di un macroalfabeto che urla al mondo la sua presenza ma che sarà presto coperto da altre lettere e altri urli”. [ Alessandra Mauro]
Nello skyline interrotto della città, tra un’edificio e l’altro, spuntano gli interni spogli e misteriosi di un vecchio ospedale italiano ora in abbandono, affiorano oggetti ammassati su un tavolaccio vecchio, o fotografie girate sul retro appartenute alle famiglie di migranti, che mostrano, nei segni del tempo registrati in quel rettangolo di carta, ogni loro peripezia esistenziale.
L’atto di Marco Maria Zanin è un intervento artistico, ma anche l’atto consapevole di uno storico, che cerca di restituire il filo di identità e percorsi con l’attitudine di chi pensa che si tratti di un intervento possibile e necessario. Ma soprattutto è anche il gesto tipico del fotografo: cercare un’immagine, rivelarla, cioè portarla alla luce. Con la consapevolezza che, come dice Le Goff, ‘non esiste il documento-verità. Ogni documento è menzogna. Sta allo storico [ma potremmo dire, all’artista o al fotografo] il non fare ‘l’ingenuo’.
La ricerca di Marco Maria Zanin si sviluppa nell’analisi e nel confronto di due poli: ciò che appartiene al mondo delle ‘radici’, del mito e dell’archetipo da una parte, e i fenomeni delle sovrastrutture dell’epoca contemporanea dall’altra. Materiali per la sua indagine sono i segni che l’uomo lascia nel territorio e nel tempo, come l’architettura, gli strumenti di lavoro, gli oggetti attraverso cui si esprime il rapporto con il tempo in cui vive, nella civiltà del passato e in quella di oggi; ma anche la letteratura classica, il mito, la filosofia, che costituiscono le trame in cui ricontestualizzare gli elementi. Spesso questi, quando appartenenti a temporalità diverse, vengono sovrapposti, spostati dal loro contesto e giocati l’uno contro l’altro, come pietre focaie, per rompere ciò che blocca l’accesso al loro nucleo vitale, e attivarne la forza simbolica. La fotografia per Marco Maria Zanin riallaccia la realtà fisica a spazi metafisici che si mescolano con i luoghi più profondi dell’identità umana, dove il silenzio, più di ogni descrizione, è la via per avvicinarci a toccare ciò che ci circonda. In questo ‘spazio fusionale’, in cui passato e presente si sovrappongono, si apre anche la possibilità di costruire un canale tra le due temporalità, tra lo spazio dove affondano le radici e lo slancio del mondo contemporaneo, affinché l’uno possa nutrire l’altro, affinché si possa osservare con più consapevolezza cosa muove i comportamenti contemporanei, e verso quale direzione.
Demonumento. Tracce di memoria tra l'Italia e il Brasile è un viaggio fotografico nel tempo e nello spazio di San Paolo del Brasile, che in occasione del 150 anniversario della “migrazione italiana in Brasile”, fa emergere tracce di molte esistenze vissute e soffocate, sparite ma ancora in qualche modo presenti nel reticolo di cemento che, come un grande monumento all’oblio, costituisce il tessuto urbanisticamente impazzito della città di San Paolo.
Marco Maria Zanin prova a dare un nome e una storia a chi dalla storia è stato cancellato, con attitudine ottimistica prova a ricostruire il filo di identità e percorsi attraverso i resti di una memoria personale e collettiva fondante per il Brasile, ma rilevante anche per nostro Paese, che i primi del ‘900 ha fatto del Sud America la sua meta di emigrazione
Demonumento. Tracce di memoria tra l'Italia e il Brasile è un viaggio tra “edifici che impediscono all’orizzonte di distendersi, che si popolano di finestre come unici varchi nel privato più intimo, che si riempiono di graffiti come grandiosi disegni, lettere di un macroalfabeto che urla al mondo la sua presenza ma che sarà presto coperto da altre lettere e altri urli”. [ Alessandra Mauro]
Nello skyline interrotto della città, tra un’edificio e l’altro, spuntano gli interni spogli e misteriosi di un vecchio ospedale italiano ora in abbandono, affiorano oggetti ammassati su un tavolaccio vecchio, o fotografie girate sul retro appartenute alle famiglie di migranti, che mostrano, nei segni del tempo registrati in quel rettangolo di carta, ogni loro peripezia esistenziale.
L’atto di Marco Maria Zanin è un intervento artistico, ma anche l’atto consapevole di uno storico, che cerca di restituire il filo di identità e percorsi con l’attitudine di chi pensa che si tratti di un intervento possibile e necessario. Ma soprattutto è anche il gesto tipico del fotografo: cercare un’immagine, rivelarla, cioè portarla alla luce. Con la consapevolezza che, come dice Le Goff, ‘non esiste il documento-verità. Ogni documento è menzogna. Sta allo storico [ma potremmo dire, all’artista o al fotografo] il non fare ‘l’ingenuo’.
La ricerca di Marco Maria Zanin si sviluppa nell’analisi e nel confronto di due poli: ciò che appartiene al mondo delle ‘radici’, del mito e dell’archetipo da una parte, e i fenomeni delle sovrastrutture dell’epoca contemporanea dall’altra. Materiali per la sua indagine sono i segni che l’uomo lascia nel territorio e nel tempo, come l’architettura, gli strumenti di lavoro, gli oggetti attraverso cui si esprime il rapporto con il tempo in cui vive, nella civiltà del passato e in quella di oggi; ma anche la letteratura classica, il mito, la filosofia, che costituiscono le trame in cui ricontestualizzare gli elementi. Spesso questi, quando appartenenti a temporalità diverse, vengono sovrapposti, spostati dal loro contesto e giocati l’uno contro l’altro, come pietre focaie, per rompere ciò che blocca l’accesso al loro nucleo vitale, e attivarne la forza simbolica. La fotografia per Marco Maria Zanin riallaccia la realtà fisica a spazi metafisici che si mescolano con i luoghi più profondi dell’identità umana, dove il silenzio, più di ogni descrizione, è la via per avvicinarci a toccare ciò che ci circonda. In questo ‘spazio fusionale’, in cui passato e presente si sovrappongono, si apre anche la possibilità di costruire un canale tra le due temporalità, tra lo spazio dove affondano le radici e lo slancio del mondo contemporaneo, affinché l’uno possa nutrire l’altro, affinché si possa osservare con più consapevolezza cosa muove i comportamenti contemporanei, e verso quale direzione.
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