Le rivelazioni del restauro

Torna a splendere la Cappella Bardi, capolavoro della maturità di Giotto

 

Francesca Grego

15/09/2026

Firenze - Sono stati necessari quattro anni di intenso lavoro per restituire piena leggibilità e brillantezza alle Storie di San Francesco dipinte da Giotto nella Cappella Bardi in Santa Croce, a Firenze. Prezioso ed eloquente, il ciclo è considerato il testamento artistico del maestro di Bondone, ma la sua delicatezza ha rischiato più volte di giocargli brutti scherzi. Oggi possiamo ammirarlo come non è mai stato possibile a memoria d’uomo, grazie a un’operazione corale orchestrata dall’Opera di Santa Croce e realizzata dall’Opificio delle Pietre Dure, con il sostegno del Ministero della Cultura, Fondazione CR Firenze e ARPAI (Associazione per il Restauro del Patrimonio Artistico Italiano), accanto a donatori privati di tutto il mondo riuniti intorno al progetto dalla campagna Giving4Giotto. 

“È assolutamente emblematico che nel 2026, ottavo centenario della morte di Francesco d’Assisi, il ciclo delle Storie del Santo venga restituito al mondo e ai visitatori che ogni giorno sono accolti nella basilica di Santa Croce. Un’opera fondamentale per la sua intensità espressiva e la comprensione del linguaggio giottesco e un restauro che ne rivela i segreti insieme ad una nuova leggibilità”, ha affermato Irene Sanesi, presidente dell’Opera di Santa Croce


Due gli obiettivi perseguiti dai restauratori. Da un lato la messa in sicurezza dei dipinti, minacciati da fratture nelle pareti, sollevamenti della pellicola pittorica, sali solubili e stuccature sintetiche risalenti a interventi precedenti; dall’altro la restituzione di un’immagine più comprensibile dell’opera di Giotto. E qui la delicata integrazione delle lacune - dalle più estese, che segnano in maniera indelebile il ciclo, alle circa cinquemila piccole mancanze che ne punteggiano la superficie - è stata affrontata con sistemi differenziati, per dare continuità al testo figurativo e rendere al contempo visibili le tracce della sua storia, dalla scialbatura a calce dei primi decenni del Settecento alla riscoperta del ciclo nel 1851 e al restauro di Gaetano Bianchi, fino all'intervento condotto da Leonetto Tintori sotto la guida del soprintendente Ugo Procacci tra il 1957 e il 1959.

Ma i lavori sono stati anche un’occasione irripetibile per indagare sulla pittura di Giotto, dalle innovazioni nella resa dello spazio alle scelte tecniche, fino alla riscoperta dei dipinti della volta, rimasta ai margini degli interventi passati.  

“Quello concluso sulla cappella Bardi è stato un restauro necessario e non semplice”, ricorda Emanuela Daffra, soprintendente dell’Opificio delle Pietre Dure: “Confrontarsi con un testo capitale, e questo lo è, è cosa che non si fa mai a cuor leggero; perché è un insieme entrato negli occhi di tutti dopo un restauro coraggioso che aveva eliminato i veri e propri rifacimenti ottocenteschi; perché è gravemente lacunoso e conservato in modo molto diseguale”. 


Nel terzo decennio del Trecento i Bardi, tra le famiglie di banchieri e mercanti più potenti d’Europa, affidano al maestro di Bondone la decorazione della propria cappella all’interno della Basilica di Santa Croce. Ne viene fuori un’opera di potente eloquenza. Le sei grandi scene della Cappella, ispirate alla Legenda maior di Bonaventura da Bagnoregio, ripercorrono alcuni momenti cruciali della vita del Santo: la Rinuncia ai beni paterni, l’Approvazione della Regola, l’Apparizione al Capitolo di Arles, la Prova del fuoco davanti al Sultano, la Morte di San Francesco e l’Apparizione a frate Agostino e al vescovo Guido. Qui Giotto si concentra sulla figura umana evidenziandone le emozioni con sorprendente realismo, come nel caso dei frati piangenti intorno alla salma del santo. I panneggi larghi e gonfi sottolineano i volumi dei corpi, mentre la scena della Prova del Fuoco preannuncia già le sacre conversazioni del Quattrocento fiorentino.

Oltre il racconto iconografico, il restauro ha consentito di entrare nel cantiere di Giotto. Le differenze tecniche e stilistiche oggi più chiaramente leggibili confermano infatti la presenza, accanto al maestro e sotto il suo coordinamento, di diversi pittori. La Cappella Bardi appare così come un vero laboratorio della pittura del Trecento: un luogo nel quale il linguaggio di Giotto viene sviluppato da una squadra di artisti e dove prendono forma soluzioni destinate a influenzare le generazioni successive. Anche l’uso delle tecniche rivela la libertà del maestro, capace di lavorare su una base ad affresco e di ricorrere ampiamente a interventi a secco per ampliare la gamma dei pigmenti, modulare gli effetti cromatici e spaziali e gestire le diverse fasi del cantiere.


Ma è soprattutto la straordinaria invenzione spaziale di Giotto a emergere oggi con nuova forza. Le scene sono legate da una monumentale architettura dipinta che si sovrappone idealmente a quella reale della cappella, trasformandola in una sorta di grande ciborio. All'interno di questa struttura illusionistica gli episodi prendono vita in ambienti costruiti come scatole aperte verso lo spettatore, nei quali architettura e figure dialogano continuamente. Il restauro ha restituito continuità e leggibilità a questo complesso dispositivo spaziale. Per la prima volta, inoltre, incisioni e linee utilizzate per costruire le architetture sulla parete sono state oggetto di una mappatura digitale completa, grazie alla quale è possibile seguire passo dopo passo la progettazione di uno spazio pittorico sorprendente per precisione e complessità e comprendere uno degli elementi centrali della rivoluzione introdotta da Giotto nella pittura del suo tempo.

Tra gli esiti più interessanti del lavoro c’è infine la riscoperta della volta della Cappella, la cui pulitura ha riportato alla luce la qualità figurativa delle allegorie delle Virtù Francescane, in particolare dell’Obbedienza e della Castità, evidenziando dettagli fino a oggi difficilmente leggibili o interpretati in maniera non corretta. 

 
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