Caronte’s boat

le fotografie di Marco Baroncelli
 

19/04/2005

“Le creazioni di Baroncelli hanno una struttura rigorosa e lineare che prevede l’accostamento di due o più immagini affiancate a familiarizzare, a conoscersi, contaminandosi: in una tenuta stagna, esse abilitano una dialettica che circola continuamente nell’ermetico condominio dell’opera stessa…”.    Alessio Verzenassi

Presso gli spazi de Il Sole Arte Contemporanea di Roma, Marco Baroncelli espone un ciclo di fotografie e un video inedito dal titolo Caronte’s boat. Immagini fisse e in movimento per una mostra suggestiva e coinvolgente.

Com’è nata l’idea della mostra?

M.B.“Il video era già pronto, così come alcune delle fotografie esposte. È stato fondamentale l’incontro con il curatore, Alessio Verzenassi, che ne è rimasto colpito ed ha pensato di proporlo alla galleria Il Sole Arte Contemporanea che ha dimostrato fin da subito particolare interesse, impegnandosi affinché venisse fuori un’esposizione in linea con la galleria”.

Lapsus Linguae e Caronte’s Boat. Due titoli che riconducono al classico. Scelta o casualità?

M.B.“I titoli sono relativi alle opere, si impregnano dei lavori e non ho fatto particolare attenzione alla loro etimologia.  

Lapsus Linguae è un progetto fotografico a cui lavoro da diversi anni: in sostanza scatto in maniera istintiva e veloce, cercando quasi di evocare degli errori, facendo sì che la pellicola registri segni che a prima vista mi erano sfuggiti. Il passo successivo è quello di affiancare e giustapporre alcuni degli scatti prodotti e, come fossero dei lapsus freudiani, cercare di dargli un senso compiuto combinando i molteplici e possibili accostamenti. Il video Caronte’s boat si basa sulla stessa metodologia. Essendo composto da vari still fotografici che, come in un incessante divenire, continuamente si interscambiano, rigenerano continui abbinamenti visivi, e di conseguenza concetti. Nel caso del video, il fatto che prenda spunto da un ipotetico sogno dantesco, fatto sulla traversata nella barca di Caronte, gli pone dei margini, in modo tale da circoscriverne il significato”.

Poche parole per descrivere l’esposizione.

M.B.“Sei dittici fotografici,  alcuni ripresi dal video anch’esso in mostra”.

Fotografia e video-arte: espressioni artistiche che a volte si confondono. Si sente più fotografo o video artista?

M.B.“Nel mio caso sono più che mai confuse, o per meglio dire,  fuse. Come dicevo prima il video presentato si compone di fotografie: il loro continuo relazionarsi sviluppa una narrazione visiva, e da qui il video prende forma. Nasco, artisticamente, con la fotografia. Ho frequentato una scuola diversi anni fa e l’approccio al video è arrivato in seguito forse per articolare maggiormente ciò che volevo esprimere. Penso tuttavia che alla fine sia fondamentale il senso più che la forma. L’importante è riuscire a parlare, ad esprimersi; il linguaggio è secondario, rimango comunque consapevole della sua specificità”.

A cosa si ispira per la creazione delle sue opere?

M.B.“Idee. Arrivano talvolta nei momenti anche meno opportuni; lampi che passano e che subito cerco di memorizzare, infatti porto sempre con me un taccuino, perché altrimenti succede come nei sogni al mattino, poche ore dopo rischiano, come fossero fatti di vapore, di scomparire”.

A cosa non rinuncerebbe mai …

M.B.“Sicuramente la libertà ha un grande significato.  E'  un obiettivo e allo stesso tempo un punto di partenza. Anche perché apre la strada ad altre componenti come la creatività, l’amore e non ultimo la scoperta di sé...”.

C’è un artista che l’ha ispirata o ammira in modo particolare?

M.B.“Devo molto a Luigi Ghirri. Credo sia stato colui che, nel campo della fotografia, soprattutto italiana, abbia rotto degli schemi in cui veniva comunemente intesa come documentazione”.

Progetti per il futuro?

M.B.“Al momento c’è un altro video che mi gira in testa, e idealmente penso già di averlo smontato e rimontato una decina di volte. Ancora non so di preciso come sarà. Il mio intento sarebbe quello di crearne uno basandomi su di un concetto zen in cui si afferma che per trovare se stessi, e arrivare alla propria essenza, occorre lasciare andare tutto, staccandosi da tutti quegli schemi a cui tenacemente siamo avvinghiati. Poi non so, è che la testa non si ferma mai. Lei va. Non posso fare altro che seguirla”.



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