Mappa Geopolitica della 61. Biennale d'Arte di Venezia
Una Biennale in tono minore? Niente affatto
La scultura di Banksy apparsa a Waterloo Place a Londra il 29 aprile 2026 | Courtesy © Banksy Website
Eleonora Zamparutti e Piero Muscarà
04/05/2026
Venezia - Nel documentario ARTE e PROPAGANDA (2025 - 52 min ARTE Originals) abbiamo esplorato il rapporto tra arte e potere attraverso i secoli. La 61ª Biennale di Venezia ci offre oggi un caso di studio straordinario, e inevitabilmente ci ha spinto a tornare su quelle domande.
La 61ª Biennale d'Arte di Venezia si apre in un clima di polemiche senza precedenti. Il ritorno della Russia dopo quattro anni di sospensione, la contestata presenza del padiglione israeliano, la giuria che ha annunciato di non considerare i paesi i cui leader sono sotto accusa per crimini contro l'umanità, salvo poi dare le dimissioni, le polemiche tra Ministro della Cultura e Presidente della Biennale, la cancellazione della cerimonia ufficiale di inaugurazione, lo spostamento della premiazione a novembre e la scelta di affidare il voto al pubblico dei visitatori: mai come quest'anno la politica è entrata così esplicitamente tra i padiglioni dei Giardini e dell'Arsenale. È in questo contesto che ARTE.it ha deciso di pubblicare una Mappa Geopolitica della Biennale d'Arte di Venezia, incrociando i dati ufficiali sulle partecipazioni nazionali con le classificazioni democratiche internazionali, per offrire al visitatori - e ai nostri lettori - uno strumento in più per orientarsi e capire cosa sta guardando. Non una presa di posizione, ma una chiave di lettura.
Le intenzioni di Koyo
In Minor Keys. Il titolo scelto da Koyo Kouoh per la 61ª Esposizione Internazionale d'Arte evoca sottrazione, discrezione, un sussurro invece di un grido. Eppure basta leggere il programma per rendersi conto che questa Biennale è tutto fuorché in sordina.
Kouoh - scomparsa nel maggio 2025, pochi mesi dopo aver tracciato le linee guida della mostra durante una settimana di lavoro a Dakar, sotto un albero di mango nella sede del suo centro culturale RAW Material Company - aveva immaginato qualcosa di radicalmente diverso dal format espositivo occidentale. Centoundici artisti, duo, collettivi e organizzazioni selezionati non per categorie geografiche o stilistiche, ma per "risonanze, affinità e possibili convergenze". Salvador, Dakar, San Juan, Beirut, Parigi, Nashville: non sono città scelte per ragioni geografiche o diplomatiche, ma luoghi che Kouoh conosceva personalmente, dove aveva incontrato artisti, costruito relazioni, seguito pratiche creative nel corso di decenni. Sono la mappa di una vita professionale e umana - una vita trascorsa fuori dai circuiti dell'arte occidentale dominante, in ascolto di voci che raramente arrivano in laguna.
I motivi della mostra parlano chiaro: l'incantamento contro il cinismo, la processione carnevalesca che sovverte le gerarchie, le "Scuole" come ecosistemi autonomi dal mercato, il riposo come atto politico. E sullo sfondo, i riferimenti letterari di Kouoh — Beloved di Toni Morrison, Cent'anni di solitudine di García Márquez - entrambi romanzi che attraversano soglie temporali e smontano narrazioni dominanti.
"Toni minori", dunque, nel senso musicale: non meno intensi, anzi. Più carichi di tensione emotiva. E - aggiungiamo noi - tutt'altro che privi di un messaggio preciso sul mondo.
Tutta l'arte è propaganda?
È la domanda che abbiamo portato al centro del nostro documentario. George Orwell lo sosteneva senza mezzi termini. L’artista Francesco Vezzoli, che abbiamo intervistato, non è d'accordo: "L'artista non è mai il manipolatore”, salvo poi aggiungere però: "Il rischio della manipolazione è sempre presente."
È una distinzione sottile, forse troppo. Perché anche quando un artista non obbedisce a nessun committente, il suo lavoro entra nel mondo e viene letto, usato, reinterpretato. Banksy occupa i muri e spazi pubblici senza chiedere permesso (come nel caso della recente statua apparsa a Waterloo Place a Londra, l'immagine che abbiamo messo in copertina - ndr ) - ma i suoi messaggi circolano, diventano magliette, copertine, simboli di movimenti. Chi controlla il messaggio a quel punto?
La Biennale stessa, nata nel 1895 per celebrare il regno d'Italia e poi trasformata in strumento del fascismo negli anni Trenta, è una macchina che produce significati politici anche quando non lo dichiara esplicitamente. Soprattutto quando non lo dichiara.
La mappa come strumento di lettura
Guardando l'elenco dei paesi partecipanti alla 61ª Biennale, ci siamo posti una domanda: chi sono, politicamente, le nazioni che portano la propria arte a Venezia nel 2026?
Per risponderci abbiamo costruito una Mappa Geopolitica, incrociando tre fonti: i dati ufficiali della Biennale su artisti e curatori, le classificazioni democratiche del V-Dem Institute dell'Università di Göteborg - che distingue tra democrazie liberali, democrazie elettorali, autocrazie elettorali e autocrazie chiuse - e gli indici del Global State of Democracy di International IDEA, che misurano rappresentanza, diritti, stato di diritto e partecipazione civica.
Il risultato è uno strumento editoriale, non una presa di posizione politica. Serve a fare una cosa semplice: guardare la Biennale non solo come evento artistico, ma come specchio del mondo in cui viviamo. Capire chi parla, da dove parla, in quale contesto politico opera. E lasciare al lettore la libertà di trarne le proprie conclusioni.
La Biennale si allarga, ma verso le autocrazie
C'è un dato che emerge dalla mappa e che vale la pena sottolineare. Tra i nuovi paesi che partecipano per la prima volta alla 61ª Biennale - otto in tutto - non figura nemmeno una democrazia liberale. Tre sono autocrazie chiuse: Guinea Equatoriale, Qatar, Somalia. Tre sono autocrazie elettorali: Guinea, Vietnam, El Salvador. Una sola è una democrazia elettorale: la Sierra Leone. L'ultima, Nauru, è un piccolo stato del Pacifico che le classificazioni internazionali non hanno ancora censito. Tre di questi paesi mantengono la pena di morte: Qatar, Somalia, Vietnam (fonte: Nessuno Tocchi Caino).
Non si tratta di un giudizio sugli artisti che partecipano - molti di loro operano in contesti difficili, e portare la propria voce a Venezia può essere per loro un atto di grande coraggio. Ma il dato istituzionale è lì, e merita di essere letto: la Biennale si allarga, accoglie nuovi paesi, si apre a geografie finora assenti. È una buona notizia, in linea con la vocazione universalista che Koyo Kouoh aveva immaginato per questa edizione. Ma la direzione di questa apertura verso sistemi politici che limitano le libertà civili, la libertà di espressione, il dissenso, non si può ignorare.
Le origini: una fiera tra nazioni
La prima Esposizione Internazionale d'Arte della città di Venezia fu inaugurata il 30 aprile 1895 alla presenza dei regnanti Umberto I e Margherita di Savoia. Duecentoventiquattromila visitatori. Un successo clamoroso per una manifestazione nata da una delibera del consiglio comunale veneziano guidato dal sindaco Riccardo Selvatico.
L'idea era semplice: una vetrina dell'arte internazionale, a cadenza biennale, che proiettasse Venezia - città in declino economico dopo la fine della Serenissima - al centro della scena culturale europea. Ma quasi subito la Biennale divenne qualcosa di più. Nel 1907 fu costruito il primo padiglione nazionale, quello del Belgio. Poi arrivarono Ungheria, Germania, Gran Bretagna, Francia, Russia. I Giardini di Castello si trasformarono in una piccola città diplomatica, dove ogni nazione costruiva la propria casa e vi esponeva la propria idea di arte, e quindi di se stessa.
Era, in tutto e per tutto, un prodotto dell'epoca della Società delle Nazioni: il sogno di un dialogo tra popoli mediato dalla cultura, mentre sotto traccia le stesse nazioni si preparavano alla guerra.
Nel 1930, con un decreto regio, la Biennale passò dal controllo del Comune di Venezia a quello dello Stato fascista. Il conte Giuseppe Volpi di Misurata, presidente di nomina governativa, la trasformò in una piattaforma multidisciplinare - nacquero le sezioni di Cinema, Musica e Teatro - e in uno strumento di proiezione del prestigio italiano nel mondo. Il Festival del Cinema premiò Olympia di Leni Riefenstahl nel 1938. Nessun caso: era esattamente quello che il regime voleva.
Quando la storia bussa ai cancelli
La Biennale ha subito due interruzioni belliche. Durante la Prima Guerra Mondiale le edizioni del 1916 e del 1918 furono soppresse. Durante la Seconda, quelle del 1944 e del 1946. Nel settembre 1943 Cinecittà occupò i padiglioni dei Giardini come teatri di posa.
La ripresa del 1948 fu storica: per la prima volta le avanguardie del Novecento furono presentate sistematicamente al pubblico italiano, in una Biennale che voleva segnare una discontinuità con il passato fascista. Ma anche quella discontinuità era, a modo suo, un messaggio politico. La guerra fredda era appena cominciata, e l'espressionismo astratto americano - Pollock, Rothko, de Kooning - stava per diventare, con il supporto segreto della CIA e del Dipartimento di Stato americano, l'arma culturale dell'Occidente contro il realismo socialista sovietico.
Gli artisti lo sapevano? Molti di loro no. Ma questo non cambia la sostanza delle cose.
La Biennale tornò a essere esplicitamente politica negli anni Settanta. Nel 1974 i padiglioni nazionali furono chiusi e sostituiti da una mostra di solidarietà con gli artisti cileni dopo il golpe di Pinochet: Libertà per il Cile. Per una cultura democratica e antifascista. Nel 1976 fu il turno della Spagna franchista. Nel 1977 la Biennale del Dissenso presentò arte sovietica non ufficiale, provocando il ritiro dell'URSS. Il Sudafrica fu escluso per tutti gli anni dell'apartheid, dal 1968 al 1993. Più di recente, la Russia fu sospesa dopo l'invasione dell'Ucraina nel 2022 - salvo poi tornare, non senza polemiche, nel 2026.
L'arte e il potere: un legame che non si spezza
Arte e politica è un binomio complesso. La storia ci racconta casi complicati.
Non servono grandi complotti. Basta che qualcuno decida quali artisti esporre, quali padiglioni aprire, quali escludere. Basta che un'istituzione nata per celebrare la bellezza si trovi, novant'anni dopo, a dover scegliere se accogliere un paese in guerra o una nazione sotto accusa per crimini contro l'umanità. In quel momento, l'arte diventa inevitabilmente politica. Che lo voglia o no.
Forse non tutta l'arte è propaganda. Ma è difficile trovare arte - almeno quella che arriva al grande pubblico, quella che entra nelle istituzioni, e anche quella che si espone a Venezia - che sia completamente al riparo dalla politica. Il confine tra le due cose è più sottile di quanto ci piaccia pensare. Ed è esattamente lì, su quel confine, che vale la pena continuare a guardare.
Ed è proprio questo lo scopo ultimo della nostra Mappa Geopolitica della Biennale d'Arte di Venezia. Non certo per relativizzare, ma anzi per offrire uno strumento per comprendere meglio il mondo odierno.
La 61ª Biennale d'Arte di Venezia si apre in un clima di polemiche senza precedenti. Il ritorno della Russia dopo quattro anni di sospensione, la contestata presenza del padiglione israeliano, la giuria che ha annunciato di non considerare i paesi i cui leader sono sotto accusa per crimini contro l'umanità, salvo poi dare le dimissioni, le polemiche tra Ministro della Cultura e Presidente della Biennale, la cancellazione della cerimonia ufficiale di inaugurazione, lo spostamento della premiazione a novembre e la scelta di affidare il voto al pubblico dei visitatori: mai come quest'anno la politica è entrata così esplicitamente tra i padiglioni dei Giardini e dell'Arsenale. È in questo contesto che ARTE.it ha deciso di pubblicare una Mappa Geopolitica della Biennale d'Arte di Venezia, incrociando i dati ufficiali sulle partecipazioni nazionali con le classificazioni democratiche internazionali, per offrire al visitatori - e ai nostri lettori - uno strumento in più per orientarsi e capire cosa sta guardando. Non una presa di posizione, ma una chiave di lettura.
Le intenzioni di Koyo
In Minor Keys. Il titolo scelto da Koyo Kouoh per la 61ª Esposizione Internazionale d'Arte evoca sottrazione, discrezione, un sussurro invece di un grido. Eppure basta leggere il programma per rendersi conto che questa Biennale è tutto fuorché in sordina.
Kouoh - scomparsa nel maggio 2025, pochi mesi dopo aver tracciato le linee guida della mostra durante una settimana di lavoro a Dakar, sotto un albero di mango nella sede del suo centro culturale RAW Material Company - aveva immaginato qualcosa di radicalmente diverso dal format espositivo occidentale. Centoundici artisti, duo, collettivi e organizzazioni selezionati non per categorie geografiche o stilistiche, ma per "risonanze, affinità e possibili convergenze". Salvador, Dakar, San Juan, Beirut, Parigi, Nashville: non sono città scelte per ragioni geografiche o diplomatiche, ma luoghi che Kouoh conosceva personalmente, dove aveva incontrato artisti, costruito relazioni, seguito pratiche creative nel corso di decenni. Sono la mappa di una vita professionale e umana - una vita trascorsa fuori dai circuiti dell'arte occidentale dominante, in ascolto di voci che raramente arrivano in laguna.
I motivi della mostra parlano chiaro: l'incantamento contro il cinismo, la processione carnevalesca che sovverte le gerarchie, le "Scuole" come ecosistemi autonomi dal mercato, il riposo come atto politico. E sullo sfondo, i riferimenti letterari di Kouoh — Beloved di Toni Morrison, Cent'anni di solitudine di García Márquez - entrambi romanzi che attraversano soglie temporali e smontano narrazioni dominanti.
"Toni minori", dunque, nel senso musicale: non meno intensi, anzi. Più carichi di tensione emotiva. E - aggiungiamo noi - tutt'altro che privi di un messaggio preciso sul mondo.
Tutta l'arte è propaganda?
È la domanda che abbiamo portato al centro del nostro documentario. George Orwell lo sosteneva senza mezzi termini. L’artista Francesco Vezzoli, che abbiamo intervistato, non è d'accordo: "L'artista non è mai il manipolatore”, salvo poi aggiungere però: "Il rischio della manipolazione è sempre presente."
È una distinzione sottile, forse troppo. Perché anche quando un artista non obbedisce a nessun committente, il suo lavoro entra nel mondo e viene letto, usato, reinterpretato. Banksy occupa i muri e spazi pubblici senza chiedere permesso (come nel caso della recente statua apparsa a Waterloo Place a Londra, l'immagine che abbiamo messo in copertina - ndr ) - ma i suoi messaggi circolano, diventano magliette, copertine, simboli di movimenti. Chi controlla il messaggio a quel punto?
La Biennale stessa, nata nel 1895 per celebrare il regno d'Italia e poi trasformata in strumento del fascismo negli anni Trenta, è una macchina che produce significati politici anche quando non lo dichiara esplicitamente. Soprattutto quando non lo dichiara.
La mappa come strumento di lettura
Guardando l'elenco dei paesi partecipanti alla 61ª Biennale, ci siamo posti una domanda: chi sono, politicamente, le nazioni che portano la propria arte a Venezia nel 2026?
Per risponderci abbiamo costruito una Mappa Geopolitica, incrociando tre fonti: i dati ufficiali della Biennale su artisti e curatori, le classificazioni democratiche del V-Dem Institute dell'Università di Göteborg - che distingue tra democrazie liberali, democrazie elettorali, autocrazie elettorali e autocrazie chiuse - e gli indici del Global State of Democracy di International IDEA, che misurano rappresentanza, diritti, stato di diritto e partecipazione civica.
Il risultato è uno strumento editoriale, non una presa di posizione politica. Serve a fare una cosa semplice: guardare la Biennale non solo come evento artistico, ma come specchio del mondo in cui viviamo. Capire chi parla, da dove parla, in quale contesto politico opera. E lasciare al lettore la libertà di trarne le proprie conclusioni.
La Biennale si allarga, ma verso le autocrazie
C'è un dato che emerge dalla mappa e che vale la pena sottolineare. Tra i nuovi paesi che partecipano per la prima volta alla 61ª Biennale - otto in tutto - non figura nemmeno una democrazia liberale. Tre sono autocrazie chiuse: Guinea Equatoriale, Qatar, Somalia. Tre sono autocrazie elettorali: Guinea, Vietnam, El Salvador. Una sola è una democrazia elettorale: la Sierra Leone. L'ultima, Nauru, è un piccolo stato del Pacifico che le classificazioni internazionali non hanno ancora censito. Tre di questi paesi mantengono la pena di morte: Qatar, Somalia, Vietnam (fonte: Nessuno Tocchi Caino).
Non si tratta di un giudizio sugli artisti che partecipano - molti di loro operano in contesti difficili, e portare la propria voce a Venezia può essere per loro un atto di grande coraggio. Ma il dato istituzionale è lì, e merita di essere letto: la Biennale si allarga, accoglie nuovi paesi, si apre a geografie finora assenti. È una buona notizia, in linea con la vocazione universalista che Koyo Kouoh aveva immaginato per questa edizione. Ma la direzione di questa apertura verso sistemi politici che limitano le libertà civili, la libertà di espressione, il dissenso, non si può ignorare.
Le origini: una fiera tra nazioni
La prima Esposizione Internazionale d'Arte della città di Venezia fu inaugurata il 30 aprile 1895 alla presenza dei regnanti Umberto I e Margherita di Savoia. Duecentoventiquattromila visitatori. Un successo clamoroso per una manifestazione nata da una delibera del consiglio comunale veneziano guidato dal sindaco Riccardo Selvatico.
L'idea era semplice: una vetrina dell'arte internazionale, a cadenza biennale, che proiettasse Venezia - città in declino economico dopo la fine della Serenissima - al centro della scena culturale europea. Ma quasi subito la Biennale divenne qualcosa di più. Nel 1907 fu costruito il primo padiglione nazionale, quello del Belgio. Poi arrivarono Ungheria, Germania, Gran Bretagna, Francia, Russia. I Giardini di Castello si trasformarono in una piccola città diplomatica, dove ogni nazione costruiva la propria casa e vi esponeva la propria idea di arte, e quindi di se stessa.
Era, in tutto e per tutto, un prodotto dell'epoca della Società delle Nazioni: il sogno di un dialogo tra popoli mediato dalla cultura, mentre sotto traccia le stesse nazioni si preparavano alla guerra.
Nel 1930, con un decreto regio, la Biennale passò dal controllo del Comune di Venezia a quello dello Stato fascista. Il conte Giuseppe Volpi di Misurata, presidente di nomina governativa, la trasformò in una piattaforma multidisciplinare - nacquero le sezioni di Cinema, Musica e Teatro - e in uno strumento di proiezione del prestigio italiano nel mondo. Il Festival del Cinema premiò Olympia di Leni Riefenstahl nel 1938. Nessun caso: era esattamente quello che il regime voleva.
Quando la storia bussa ai cancelli
La Biennale ha subito due interruzioni belliche. Durante la Prima Guerra Mondiale le edizioni del 1916 e del 1918 furono soppresse. Durante la Seconda, quelle del 1944 e del 1946. Nel settembre 1943 Cinecittà occupò i padiglioni dei Giardini come teatri di posa.
La ripresa del 1948 fu storica: per la prima volta le avanguardie del Novecento furono presentate sistematicamente al pubblico italiano, in una Biennale che voleva segnare una discontinuità con il passato fascista. Ma anche quella discontinuità era, a modo suo, un messaggio politico. La guerra fredda era appena cominciata, e l'espressionismo astratto americano - Pollock, Rothko, de Kooning - stava per diventare, con il supporto segreto della CIA e del Dipartimento di Stato americano, l'arma culturale dell'Occidente contro il realismo socialista sovietico.
Gli artisti lo sapevano? Molti di loro no. Ma questo non cambia la sostanza delle cose.
La Biennale tornò a essere esplicitamente politica negli anni Settanta. Nel 1974 i padiglioni nazionali furono chiusi e sostituiti da una mostra di solidarietà con gli artisti cileni dopo il golpe di Pinochet: Libertà per il Cile. Per una cultura democratica e antifascista. Nel 1976 fu il turno della Spagna franchista. Nel 1977 la Biennale del Dissenso presentò arte sovietica non ufficiale, provocando il ritiro dell'URSS. Il Sudafrica fu escluso per tutti gli anni dell'apartheid, dal 1968 al 1993. Più di recente, la Russia fu sospesa dopo l'invasione dell'Ucraina nel 2022 - salvo poi tornare, non senza polemiche, nel 2026.
L'arte e il potere: un legame che non si spezza
Arte e politica è un binomio complesso. La storia ci racconta casi complicati.
Non servono grandi complotti. Basta che qualcuno decida quali artisti esporre, quali padiglioni aprire, quali escludere. Basta che un'istituzione nata per celebrare la bellezza si trovi, novant'anni dopo, a dover scegliere se accogliere un paese in guerra o una nazione sotto accusa per crimini contro l'umanità. In quel momento, l'arte diventa inevitabilmente politica. Che lo voglia o no.
Forse non tutta l'arte è propaganda. Ma è difficile trovare arte - almeno quella che arriva al grande pubblico, quella che entra nelle istituzioni, e anche quella che si espone a Venezia - che sia completamente al riparo dalla politica. Il confine tra le due cose è più sottile di quanto ci piaccia pensare. Ed è esattamente lì, su quel confine, che vale la pena continuare a guardare.
Ed è proprio questo lo scopo ultimo della nostra Mappa Geopolitica della Biennale d'Arte di Venezia. Non certo per relativizzare, ma anzi per offrire uno strumento per comprendere meglio il mondo odierno.
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