Franco Rognoni. La città sognata
Franco Rognoni, Paese di sera, 1961, olio su tela, 50.5x61 cm.
Dal 4 Marzo 2023 al 26 Marzo 2023
Rho | Milano | Visualizza tutte le mostre a Milano
Luogo: Villa Burba
Indirizzo: Corso Europa 291
Orari: martedì, mercoledì e venerdì: dalle ore 15:30 alle ore 18:30; sabato e domenica: dalle ore 10:30 alle ore 12:30 e dalle ore 15:30 alle ore 18:30
Curatori: Cristina Palmieri
Enti promotori:
- Comune di Rho
L’evoluzione artistica del pittore milanese Franco Rognoni sarà oggetto di una mostra che la “Sala delle Colonne” e la “Sala del Filatoio” di Villa Burba accoglieranno a partire da sabato 4 marzo e fino a domenica 26 marzo. La retrospettiva “La città sognata”, organizzata dal Comune di Rho e dall’Associazione culturale “GPC Arte”, con la collaborazione della Galleria B&B arte e il patrocinio di Confcommercio, è stata curata dalla critica d’arte Cristina Palmieri, riprende il progetto biennale “Art in the City” e prosegue il percorso artistico-culturale che ha contraddistinto Villa Burba in questi ultimi anni. L’inaugurazione è prevista sabato 4 marzo alle ore 17.30.
L’iter di ricerca di Franco Rognoni, nato a Milano nel 1913 e mancato nel 1999, attraversa circa sessant’anni di storia della pittura lombarda e – ovviamente – italiana. L’artista vive le prime esperienze artistiche in un clima particolare, quello dilacerato e angoscioso del secondo dopoguerra. Mentre i colleghi milanesi – nel confronto inevitabile con l’eredità di Corrente – cercano di trovare una propria dimensione in quell’insieme di esperienze, pur varie e personali, che è stato definito dal critico Valsecchi “Realismo esistenziale”, Rognoni – per quanto non estraneo alla percezione della drammaticità del vivere, che ha intensamente colpito e dilaniato una generazione tutta - cerca caparbiamente un proprio linguaggio. “Rappresenta – spiega Cristina Palmieri - un unicum nel panorama della pittura italiana di quegli anni proprio per il suo essere personalità che si muove autonomamente nell’indagine di un linguaggio personale, lontano dalle eccedenze del riversare nella pittura un’esuberanza di coinvolgimento emotivo, che ravvisa anche in certe ricerche informali”.
Il riferimento alla realtà, pur trasfigurata da un animo incline all’alterazione fantastica e onirica, è costante. Rognoni appare affascinato da alcuni riferimenti europei, soprattutto appartenenti all’espressionismo: la sua pittura si nutre di quella lacerazione della tradizione figurativa che porta a deformare il vero secondo il proprio sentimento del medesimo.
“Innegabile la fascinazione che su di lui esercitano autori come Kandinskij, Chagall, Klee, come i maestri tedeschi della “Nuova Oggettività”, come Grosz e Otto Dix, con i quali condividerà lo sguardo ironico e disincantato verso il contemporaneo, nonché con alcuni protagonisti dell’ “Ecole de Paris”, quali Daumier e Rouault, di cui osserva soprattutto il segno e quella capacità di stare in equilibrio tra linguaggio espressionista e sogno surrealista – continua Palmieri -. Più difficile, invece, il rapporto con la tradizione espressiva italiana degli anni Trenta, che avverte come riferimento angusto. Non mancano però l’amore per artisti conosciuti frequentando, fra le altre, la nota Galleria “Il Milione”, quali Mario Sironi ed Osvaldo Licini. Ciò nonostante Franco Rognoni ha presto conquistato una propria esplicita peculiarità e riconoscibilità semantica, capace di fondere tradizione e modernità”.
Paradigma di riferimento figurativo sono il quotidiano, Milano, il Lago Maggiore. Il lessico è vibrante, nella forma e nel colore, di accenti espressionistici e surrealistici.
Come scrive Cristina Palmieri, “La caratteristica peculiare di Franco Rognoni, sin dall’inizio, è quella di essere un apprezzabile e dotato colorista. Le tonalità si intersecano fra loro senza mai stridore, come timbri differenti di una partitura musicale, nell’attenzione alla relazione di tutto il tessuto cromatico con la luce, volta a imprimere nell’opera una cangiante trama di valori aderente al suo sentimento esistenziale. Come un sapiente compositore sa discernere i rapporti fra note alte e note basse, quindi fra colori tenui, quasi opalescenti a rammentare le nebbie milanesi, colori dolci e morbidi come gli azzurri dei cieli e dell’acqua lacustre, e l’intensità dei colori accesi che ci appaiono come epifanie luminose”.
Con poche linee l’artista suddivide in più campiture la superficie dell’opera, demolendo e ricostruendo i piani. Ci proietta in luoghi (strade, piazze, periferie) stilizzati, che paiono nascere dal nulla, perché da lui inventate, progettate con l’intento di moltiplicare le atmosfere, rendendole quasi evanescenti, inverosimili e inafferrabili. Tipicamente suoi sono gli “interni-esterni”, spazi che si aprono senza essere chiusi - così come la coscienza si apre sul sogno e sul vagheggiamento. In essi colloca i suoi tipi umani, le sue silhouette solitarie e allungate, i volti e i nudi femminili, i flâneurs, le figure maschili incravattate, dai volti caricaturali. “Pur utilizzando temi appartenenti alla tradizione (dipinge la città, i passanti, le periferie, una declinazione infinita di figure, nature morte) – conclude Palmieri - ci immerge in un contesto assolutamente intimo, quasi anonimo, definito da molti gaddiano ma, a mio parere, anche gozzaniano, fatto di “piccole ed umili cose quotidiane”.
Insieme alla curatrice Cristina Palmieri, hanno aderito al progetto il gallerista Evaristo Bonelli della B&B Arte di Canneto sull’Oglio e Luisa Magnani, curatrice dell’Archivio Rognoni.
L’iter di ricerca di Franco Rognoni, nato a Milano nel 1913 e mancato nel 1999, attraversa circa sessant’anni di storia della pittura lombarda e – ovviamente – italiana. L’artista vive le prime esperienze artistiche in un clima particolare, quello dilacerato e angoscioso del secondo dopoguerra. Mentre i colleghi milanesi – nel confronto inevitabile con l’eredità di Corrente – cercano di trovare una propria dimensione in quell’insieme di esperienze, pur varie e personali, che è stato definito dal critico Valsecchi “Realismo esistenziale”, Rognoni – per quanto non estraneo alla percezione della drammaticità del vivere, che ha intensamente colpito e dilaniato una generazione tutta - cerca caparbiamente un proprio linguaggio. “Rappresenta – spiega Cristina Palmieri - un unicum nel panorama della pittura italiana di quegli anni proprio per il suo essere personalità che si muove autonomamente nell’indagine di un linguaggio personale, lontano dalle eccedenze del riversare nella pittura un’esuberanza di coinvolgimento emotivo, che ravvisa anche in certe ricerche informali”.
Il riferimento alla realtà, pur trasfigurata da un animo incline all’alterazione fantastica e onirica, è costante. Rognoni appare affascinato da alcuni riferimenti europei, soprattutto appartenenti all’espressionismo: la sua pittura si nutre di quella lacerazione della tradizione figurativa che porta a deformare il vero secondo il proprio sentimento del medesimo.
“Innegabile la fascinazione che su di lui esercitano autori come Kandinskij, Chagall, Klee, come i maestri tedeschi della “Nuova Oggettività”, come Grosz e Otto Dix, con i quali condividerà lo sguardo ironico e disincantato verso il contemporaneo, nonché con alcuni protagonisti dell’ “Ecole de Paris”, quali Daumier e Rouault, di cui osserva soprattutto il segno e quella capacità di stare in equilibrio tra linguaggio espressionista e sogno surrealista – continua Palmieri -. Più difficile, invece, il rapporto con la tradizione espressiva italiana degli anni Trenta, che avverte come riferimento angusto. Non mancano però l’amore per artisti conosciuti frequentando, fra le altre, la nota Galleria “Il Milione”, quali Mario Sironi ed Osvaldo Licini. Ciò nonostante Franco Rognoni ha presto conquistato una propria esplicita peculiarità e riconoscibilità semantica, capace di fondere tradizione e modernità”.
Paradigma di riferimento figurativo sono il quotidiano, Milano, il Lago Maggiore. Il lessico è vibrante, nella forma e nel colore, di accenti espressionistici e surrealistici.
Come scrive Cristina Palmieri, “La caratteristica peculiare di Franco Rognoni, sin dall’inizio, è quella di essere un apprezzabile e dotato colorista. Le tonalità si intersecano fra loro senza mai stridore, come timbri differenti di una partitura musicale, nell’attenzione alla relazione di tutto il tessuto cromatico con la luce, volta a imprimere nell’opera una cangiante trama di valori aderente al suo sentimento esistenziale. Come un sapiente compositore sa discernere i rapporti fra note alte e note basse, quindi fra colori tenui, quasi opalescenti a rammentare le nebbie milanesi, colori dolci e morbidi come gli azzurri dei cieli e dell’acqua lacustre, e l’intensità dei colori accesi che ci appaiono come epifanie luminose”.
Con poche linee l’artista suddivide in più campiture la superficie dell’opera, demolendo e ricostruendo i piani. Ci proietta in luoghi (strade, piazze, periferie) stilizzati, che paiono nascere dal nulla, perché da lui inventate, progettate con l’intento di moltiplicare le atmosfere, rendendole quasi evanescenti, inverosimili e inafferrabili. Tipicamente suoi sono gli “interni-esterni”, spazi che si aprono senza essere chiusi - così come la coscienza si apre sul sogno e sul vagheggiamento. In essi colloca i suoi tipi umani, le sue silhouette solitarie e allungate, i volti e i nudi femminili, i flâneurs, le figure maschili incravattate, dai volti caricaturali. “Pur utilizzando temi appartenenti alla tradizione (dipinge la città, i passanti, le periferie, una declinazione infinita di figure, nature morte) – conclude Palmieri - ci immerge in un contesto assolutamente intimo, quasi anonimo, definito da molti gaddiano ma, a mio parere, anche gozzaniano, fatto di “piccole ed umili cose quotidiane”.
Insieme alla curatrice Cristina Palmieri, hanno aderito al progetto il gallerista Evaristo Bonelli della B&B Arte di Canneto sull’Oglio e Luisa Magnani, curatrice dell’Archivio Rognoni.
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