Roberta Basile. Noi Vivi

© Roberta Basile, dalla serie “Noi vivi”, Napoli

 

Dal 17 Marzo 2017 al 13 Maggio 2017

Napoli

Luogo: Spazio Kromìa

Telefono per informazioni: +39 081 19569381

E-Mail info: info@kromia.net

Sito ufficiale: http://www.kromia.net/


Comunicato Stampa:
In mostra, cinque opere fotografiche di grande formato dalla sua nuova serie “Noi vivi”, premiata al Festival Corigliano Calabro 2016.
Un reportage di trascinante respiro su una Napoli ancora - e nonostante tutto, sempre di più - in vita e resiliente, innanzi alle grandi sfide della contemporaneità come integrazione, globalizzazione, fenomeni mediatici. Forte del suo essere patria di deflagrante energia, salda memoria, rinnovato sogno.

Partènope
di Diana Gianquitto

“Irrituale, diretto”. Come il vivere.
Ma anche riordinato, focalizzato. Verso il cercare, per esso, un senso.
Se, come nel pensiero del teorico della comunicazione Franco Lever, talento del pioniere del fotogiornalismo Erich Salomon era proprio la capacità di saper riprendere al di là di ogni rito e stereotipo formale gli accadimenti, Roberta Basile va oltre. Verso la comprensione, l’interpretazione, l’arte.
Fotogiornalista è per certo, nel midollo, per il suo non risparmiarsi, abbandonandosi al vortice che la risucchia all’interno della situazione. E di movimenti a vortice, dall’alto, quasi mulinelli visivi di teste o braccia che dirigono veloci verso il focus dell’immagine, ve ne sono molti, nelle sue visioni. Così come di tagli accelerati, quasi chirurgia d’emergenza di diagonali anelanti di arrivare dritte al punto. Nel cuore del contenuto emotivo e fattuale dell’accadimento.
Tuttavia, innegabile è per la fotografa anche una particolare e innata abilità compositiva, che la induce a tirar fuori armonizzazioni, o meglio riordinamenti, dal caos. A “tentare di offrire per esso una interpretazione, di ordinare attraverso lo scatto”, come nelle sue stesse parole.
E così, la ripresa della folla in adorazione della diva e divina Sofia si può trasformare in orizzontale bipartizione tra una Terra affollata di ammiratori e un Cielo ideale da cui – quasi messia incarnato – è appena scesa l’attrice, mentre frattale centripeto di euritmica collettività culturale diviene il flash mob di musicisti, attorno al nucleo generativo del giovane artista nel mezzo. Felliniano onirico volo cinematografico di camera è la cattura dello stupore di una bimba al Carnevale nella Sanità, tanto quanto invece strong è l’inignorabile centralità scultorea del fist bump di un jewellery designer napoletano, ornato delle sue stesse creazioni, a metà tra cultura hip hop con citazioni Pop da Lichtenstein e assolutizzazione espressiva memore della mano guantata di Tiziano o autoritratta del Parmigianino. La stessa inaspettata focalizzazione che palesa l’intrinseca qualità informale, materica e segnica, di un muro graffito nel Tunnel Borbonico che dà nome alla mostra, denotandolo quasi come Scrittura-Pittura di Cy Twombly. O ancora, approfondendo l’analisi tra altre opere della serie, non in mostra ma in scuderia Kromìa, in struttura piramidale di muscolosa michelangiolesca sodezza e vittoriosa celebrazione si trasfigura l’abbraccio di due amanti al Mediterranean Pride, così come, nel vuoto tra i palazzi, imbuto ritmico che riporta alla terra come tamburi è la danza degli immigrati africani manifestanti con i disoccupati.
In fin dei conti, anche materna e profondamente femminile è questa abilità di Roberta Basile, unica fotogiornalista partenopea: trasformare in utero e camera gestazionale quello spazio riposto di buio e di vuoto che è l’obiettivo, quella pausa infinitesimale ma inevitabile che attraversa ogni immagine del reale prima di divenirne la fotografia; e, in quella presa di fiato, si costruisce il senso. Embrione che prende forma dall’amorevole accogliere in sé e nella propria attenzione l’energia genetica di un territorio – assurgente a dimensione esistenziale – percepito come microcosmo atomico, organismo vivente, Xàos etimologico, inteso come forza generatrice.
Ed ecco perché quelle di Roberta Basile non possono essere che storie non di Gomorra ma di una città figlia di una Sirena ammaliante scioltasi per amore, racconti di speranza, della sua resilienza, della sua vita, che graffia sulla pietra, partorendola all’arte con la fotografa, NOI VIVI.

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