Linda Fregni Nagler. Anger Pleasure Fear
Linda Fregni Nagler, Untitled (UCC-007-ML), 2018 | Dalla serie Smokes, Clouds, Explosions, 2018, Stampa positivo diretto alla gelatina ai sali d’argento su carta baritata da diapositiva per lanterna magica / Direct positive gelatin silver print of lantern slide on baryta paper 41 x 31cm. Courtesy dell’artista
Dal 29 October 2025 al 12 April 2026
Torino
Luogo: GAM Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea di Torino
Indirizzo: Via Magenta 31
Orari: Mar - Dom 10 – 18 | Chiuso Lun
Curatori: Cecilia Canziani
Costo del biglietto: 10 €
Sito ufficiale: http://www.gamtorino.it
Nell’ambito della TERZA RISONANZA, dal 29 ottobre 2025 al 12 aprile 2026, la GAM – Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea di Torino presenta la prima mostra antologica in un’istituzione italiana dedicata a Linda Fregni Nagler (Stoccolma, 1976) a cura di Cecilia Canziani.
L’artista utilizza il mezzo fotografico intrecciando ricerca, collezionismo e un’indagine profonda sulla materialità dell’immagine. La sua pratica riflette sulle convenzioni iconografiche, sui cliché visivi e sull’uso delle immagini anonime, costruendo dispositivi narrativi capaci di generare nuove riflessioni sul presente.
Nell’isolare e conservare frammenti del visibile, le immagini fotografiche raccontano la storia dello sguardo: testimoniano non solo ciò che mostrano, ma anche i diversi modi in cui, nel tempo, abbiamo osservato il mondo. Nella fotografia, presenza e assenza, visibile e invisibile si inseguono, rendendo ogni immagine un luogo di riflessione, memoria e immaginazione.
La mostra, costruita intorno a opere realizzate nel corso di oltre vent’anni, riunisce cicli differenti in un unico racconto, mettendo in dialogo opere distanti nel tempo ma capaci di restituire, attraverso la materialità della fotografia, un affresco poetico sul XX secolo: una lunga notte rischiarata da brevi lampi di incanto e bellezza che ci accompagna fino al nostro tempo.
Anger Pleasure Fear si struttura a partire dal dialogo ideale tra due opere: The Hidden Mother, presentata per la prima volta alla Biennale di Venezia del 2013 – un’installazione composta da 997 dagherrotipi, carte de visite e tin types, in cui il soggetto visibile, un bambino, cela il soggetto occultato, la madre, presente ma avvolta da un drappo – e Vater (Father), una serie inedita realizzata per questa occasione, dedicata al Mensur: duello rituale praticato da confraternite studentesche in Germania, Svizzera e Austria in cui le cicatrici riportate sono segno di coraggio e distinzione, un rito di passaggio che oggi ci appare come simbolo della violenza senza fine che ha attraversato il secolo trascorso e connota il nostro tempo.
Attorno a questo nucleo, il percorso espositivo si snoda attraverso altre, tra cui Pour commander à l’air (Premio MAXXI 2014), ingrandimenti di fotografie tratte dalla cronaca che liberate dal testo e dal contesto diventano materia risignificabile, mettendo in discussione il valore narrativo delle immagini documentarie. Il rapporto ambiguo con la modernità è presente nella serie on going Untitled, stampe fotografiche realizzate a partire da disegni che riproducono originali fotografici di oggetti legati al mondo del lavoro o architetture misteriose di cui non conosciamo più l’uso, e nella serie di stampe Smokes, clouds, explosions tratte dalla collezione di lastre per lanterna magica dell’artista che costituisce la base della performance Things that Death Cannot Destroy.
Inoltre in mostra la serie Non voglio uccidere nessuno, un lavoro degli esordi che sembra aver anticipato alcuni dei temi e delle riflessioni approfondite in questa antologica, Playground, e la serie inedita Little History of Subjugation, che indaga l’ambiguità della relazione tra umano e animale, solo apparentemente pacificata, e un’opera realizzata in collaborazione con il fisico Michael Doser: una lastra di vetro emulsionata a mano con gelatina ai sali d’argento – secondo la ricetta di Hercule Florence, pioniere della fotografia – esposta a un flusso di antiprotoni, che attraverso il corpo della fotografia testimonia l’esistenza dell’antimateria.
Attraverso l’atto del raccogliere, osservare e reinterpretare immagini, Linda Fregni Nagler ci invita a esplorare i confini mutevoli tra documento e visione, memoria e immaginazione, rendendo la fotografia non solo oggetto, ma soggetto del pensiero.
La mostra è accompagnata da un catalogo con saggi di Cecilia Canziani, Geoff Dyer, Luisella Farinotti, Federico Nicolao, Dieter Roelstraete, edito da Quodlibet.
Linda Fregni Nagler (Stoccolma, 1976, vive a Milano) ha esposto in numerose mostre personali e collettive, fra cui la 55. Biennale di Venezia, Il Palazzo Enciclopedico, 2013, curata da Massimiliano Gioni; presso istituzioni italiane (Galleria Nazionale d’Arte Moderna, Roma; MAXXI, Roma; Fondazione Olivetti, Roma; Triennale, Milano; Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, Torino) ed estere (Moderna Museet, Stockholm; Centre National d’Art Contemporain de Grenoble; Columbia University, NY; Nouveau Musée National de Monaco; ZKM | Zentrum für Kunst und Medientechnologie, Karlsruhe; Museum für Kunst und Gewerbe, Hamburg). Accanto alla produzione artistica ha coltivato una pratica di ricerca storica che l’ha portata a sviluppare, dal 2012 al 2017, un progetto sul pioniere della fotografia Hercule Florence, e successivamente a curare, insieme a Cristiano Raimondi, la mostra Hercule Florence, Le Nouveau Robinson presso il Nouveau Musée National de Monaco.
Nel 2007 ha ricevuto il New York Prize del Ministero degli Affari Esteri e della Columbia University. Nel 2008 ha vinto la residenza della Dena Foundation di Parigi, mentre nel 2014 ha ottenuto una residenza presso lo Iaspis (Swedish Arts Grants Committee’s International Programme for Visual Artists) di Stoccolma, e nel 2016 ha vinto il Premio ACACIA.
È docente di ruolo di Fotografia presso l’Accademia Carrara di Bergamo, e insegna “Fotografia: teorie e tecniche” presso l’università IULM di Milano.
L’artista utilizza il mezzo fotografico intrecciando ricerca, collezionismo e un’indagine profonda sulla materialità dell’immagine. La sua pratica riflette sulle convenzioni iconografiche, sui cliché visivi e sull’uso delle immagini anonime, costruendo dispositivi narrativi capaci di generare nuove riflessioni sul presente.
Nell’isolare e conservare frammenti del visibile, le immagini fotografiche raccontano la storia dello sguardo: testimoniano non solo ciò che mostrano, ma anche i diversi modi in cui, nel tempo, abbiamo osservato il mondo. Nella fotografia, presenza e assenza, visibile e invisibile si inseguono, rendendo ogni immagine un luogo di riflessione, memoria e immaginazione.
La mostra, costruita intorno a opere realizzate nel corso di oltre vent’anni, riunisce cicli differenti in un unico racconto, mettendo in dialogo opere distanti nel tempo ma capaci di restituire, attraverso la materialità della fotografia, un affresco poetico sul XX secolo: una lunga notte rischiarata da brevi lampi di incanto e bellezza che ci accompagna fino al nostro tempo.
Anger Pleasure Fear si struttura a partire dal dialogo ideale tra due opere: The Hidden Mother, presentata per la prima volta alla Biennale di Venezia del 2013 – un’installazione composta da 997 dagherrotipi, carte de visite e tin types, in cui il soggetto visibile, un bambino, cela il soggetto occultato, la madre, presente ma avvolta da un drappo – e Vater (Father), una serie inedita realizzata per questa occasione, dedicata al Mensur: duello rituale praticato da confraternite studentesche in Germania, Svizzera e Austria in cui le cicatrici riportate sono segno di coraggio e distinzione, un rito di passaggio che oggi ci appare come simbolo della violenza senza fine che ha attraversato il secolo trascorso e connota il nostro tempo.
Attorno a questo nucleo, il percorso espositivo si snoda attraverso altre, tra cui Pour commander à l’air (Premio MAXXI 2014), ingrandimenti di fotografie tratte dalla cronaca che liberate dal testo e dal contesto diventano materia risignificabile, mettendo in discussione il valore narrativo delle immagini documentarie. Il rapporto ambiguo con la modernità è presente nella serie on going Untitled, stampe fotografiche realizzate a partire da disegni che riproducono originali fotografici di oggetti legati al mondo del lavoro o architetture misteriose di cui non conosciamo più l’uso, e nella serie di stampe Smokes, clouds, explosions tratte dalla collezione di lastre per lanterna magica dell’artista che costituisce la base della performance Things that Death Cannot Destroy.
Inoltre in mostra la serie Non voglio uccidere nessuno, un lavoro degli esordi che sembra aver anticipato alcuni dei temi e delle riflessioni approfondite in questa antologica, Playground, e la serie inedita Little History of Subjugation, che indaga l’ambiguità della relazione tra umano e animale, solo apparentemente pacificata, e un’opera realizzata in collaborazione con il fisico Michael Doser: una lastra di vetro emulsionata a mano con gelatina ai sali d’argento – secondo la ricetta di Hercule Florence, pioniere della fotografia – esposta a un flusso di antiprotoni, che attraverso il corpo della fotografia testimonia l’esistenza dell’antimateria.
Attraverso l’atto del raccogliere, osservare e reinterpretare immagini, Linda Fregni Nagler ci invita a esplorare i confini mutevoli tra documento e visione, memoria e immaginazione, rendendo la fotografia non solo oggetto, ma soggetto del pensiero.
La mostra è accompagnata da un catalogo con saggi di Cecilia Canziani, Geoff Dyer, Luisella Farinotti, Federico Nicolao, Dieter Roelstraete, edito da Quodlibet.
Linda Fregni Nagler (Stoccolma, 1976, vive a Milano) ha esposto in numerose mostre personali e collettive, fra cui la 55. Biennale di Venezia, Il Palazzo Enciclopedico, 2013, curata da Massimiliano Gioni; presso istituzioni italiane (Galleria Nazionale d’Arte Moderna, Roma; MAXXI, Roma; Fondazione Olivetti, Roma; Triennale, Milano; Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, Torino) ed estere (Moderna Museet, Stockholm; Centre National d’Art Contemporain de Grenoble; Columbia University, NY; Nouveau Musée National de Monaco; ZKM | Zentrum für Kunst und Medientechnologie, Karlsruhe; Museum für Kunst und Gewerbe, Hamburg). Accanto alla produzione artistica ha coltivato una pratica di ricerca storica che l’ha portata a sviluppare, dal 2012 al 2017, un progetto sul pioniere della fotografia Hercule Florence, e successivamente a curare, insieme a Cristiano Raimondi, la mostra Hercule Florence, Le Nouveau Robinson presso il Nouveau Musée National de Monaco.
Nel 2007 ha ricevuto il New York Prize del Ministero degli Affari Esteri e della Columbia University. Nel 2008 ha vinto la residenza della Dena Foundation di Parigi, mentre nel 2014 ha ottenuto una residenza presso lo Iaspis (Swedish Arts Grants Committee’s International Programme for Visual Artists) di Stoccolma, e nel 2016 ha vinto il Premio ACACIA.
È docente di ruolo di Fotografia presso l’Accademia Carrara di Bergamo, e insegna “Fotografia: teorie e tecniche” presso l’università IULM di Milano.
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