Di quadro in quadro. L’arte della citazione
Dal 13 Giugno 2026 al 1 Novembre 2026
Rovereto | Trento | Visualizza tutte le mostre a Trento
Luogo: Mart Rovereto
Indirizzo: Corso Bettini 43
Orari: mar, mer, gio, dom: 10.00-18.00 ven, sab 10.00-19.30 lunedì chiuso
Costo del biglietto: Il biglietto dura due mesi e dà diritto all’ingresso al Mart di Rovereto, alla Casa d’Arte Futurista Depero e alla Galleria Civica di Trento Intero: 15 Euro Ridotto: 10 Euro Gratuito: Membership, under15 e persone con disabilità
Telefono per informazioni: +39 0465 670820
E-Mail info: info@mart.trento.it
Sito ufficiale: http://www.mart.trento.it
Concepita con un andamento graduale, all’inizio più rarefatta e concettuale, poi via via più colorata, densa e pop, la mostra si articola in 8 sezioni: Vis à vis, La copia, Quadri nei quadri, Grafie, D’après, Il caso Morandi, Cover (la sezione più ampia che traghetta verso la contemporaneità) e Avida Dollars. Attraverso 150 opere e quasi 80 artisti, il percorso si sviluppa attorno all’idea che la storia dell’arte possa essere letta come una suggestiva e continua sequenza di cover: Forme e temi del passato attraversano il tempo e si rinnovano continuamente.
Dal dialogo serrato tra i maestri del primo Novecento e l’antico – evidente nella copia da Raffaello di Giorgio de Chirico o quella da Correggio di Virgilio Guidi – fino al dispositivo del “quadro nel quadro”, la mostra documenta come l’atelier dell’artista sia sempre stato un luogo di riflessione e tributo verso i grandi modelli di riferimento. Pittori come Felice Casorati, Filippo de Pisis e Renato Guttuso inseriscono espliciti richiami ai capolavori del passato o alle loro stesse opere, trasformando la superficie pittorica in una complessa stratificazione di memorie visive. Con l’avvento della fotografia prima e della cultura pop poi, il concetto di riproducibilità tecnica analizzato da Walter Benjamin si amplifica, scardinando l’idea tradizionale di unicità dell’opera. La mostra mette in luce questo passaggio cruciale attraverso i lavori di autori contemporanei come Giulio Paolini, Luigi Ontani e Francesco Vezzoli, la cui ricerca si fonda sull’appropriazione e sul gioco ironico dell’identificazione con il maestro del passato. L’esposizione tocca infine la contemporaneità e i linguaggi dei mass media, nei quali immagini intramontabili come la Monna Lisa o le Veneri iconiche cedono il passo, o si fondono con i miti del cinema, o ancora vengono inglobate nei meccanismi di consumo e produzione di massa, secondo una linea che va dalla rivoluzione pop di Andy Warhol alle provocazioni concettuali di Piero Manzoni. Tra riscritture digitali, calembour visivi e riflessioni sulla mercificazione della bellezza, la mostra invita il pubblico a interrogarsi non solo su che cosa si sta guardando, ma su come lo si fa e soprattutto sul potere dello sguardo stesso. Artisti in mostra Stefano Arienti, Giacomo Balla, Paolo Baratella, Mary Ellen Bartley, Mirella Bentivoglio, Carlo Benvenuto, Gianni Bertini, Bertozzi & Casoni, Mariella Bettineschi, Mike Bidlo, Umberto Boccioni, Niccolò Boldrini, Giulio Bonasone, Pompeo Borra, Corrado Cagli, Chiara Calore, Massimo Campigli, Agostino Carracci, Felice Casorati, Mario Ceroli, Vittoria Chierici, Luca Coser, Salvador Dalí, Giorgio de Chirico, Filippo de Pisis, Bruno Di Bello, Andrea Facco, Flavio Favelli, Tano Festa, Giosetta Fioroni, Andrea Francolino, Achille Funi, Omar Galliani, Giorgio Ghisi, Virgilio Guidi, Renato Guttuso, Alain Jacquet, Jiří Kolář, Ketty La Rocca, Maria Lai, Roy Lichtenstein, Mario Mafai, Piero Manzoni, Lucia Marcucci, Arnold Mario Dall’O, Gino Marotta, Nino Migliori, Rolando Mignani, Aldo Mondino, Giorgio Morandi, Vik Muniz, Ugo Nespolo, Anna Oberto, Luigi Ontani, Luciano Ori, Giulio Paolini, Claudio Parmiggiani, Carlo Pasini, Luca Maria Patella, Lamberto Pignotti, Fausto Pirandello, Michelangelo Pistoletto, Décio Pignatari, Piero Pizzi Cannella, Concetto Pozzati, Marcantonio Raimondi, David Reimondo, Mimmo Rotella, Salvo, Sarenco, Mario Schifano, Gregorio Sciltian, Gino Severini, Emilio Tadini, Armando Testa, Francesco Vezzoli, Andy Warhol, Ai Weiwei. Il percorso della mostra nei testi di sala Nell’arte, il termine “citazione” indica una ripresa di motivi, temi ed elementi tratti da opere precedenti, un riecheggiamento raramente letterale e, tuttavia, riconoscibile. Si potrebbe addirittura affermare che gran parte della storia dell’arte è una questione di citazioni, poiché si sviluppa a partire dalle raffigurazioni più antiche con un susseguirsi di rimandi e dialoghi serrati. La mostra vuole mettere in luce questo meccanismo attraverso un percorso suddiviso in otto sezioni, dedicate a diverse forme di omaggio e variazione: dalla copia – quale tributo agli antichi Maestri ed esercizio necessario alla pratica artistica non solo in una fase di apprendistato – alle puntuali citazioni del quadro nel quadro, fino ai d’après e alle cover. Le opere di più di settanta artisti, provenienti dalle Collezioni del Mart e da importanti raccolte pubbliche e private, compongono uno sfaccettato panorama fatto di riflessi, rispecchiamenti e deformazioni. Un ambiente che sollecita la nostra memoria visiva e ci invita a riconoscere echi del passato, non solo nelle opere degli artisti che all’inizio del XX secolo hanno affermato l’importanza di guardare ai Maestri (Giorgio de Chirico, Achille Funi, Felice Casorati), ma anche in quelle dei protagonisti della seconda metà del Novecento (Mario Schifano, Giulio Paolini, Andy Warhol) e nell’arte del nostro tempo (Francesco Vezzoli, Vik Muniz, Ai Weiwei). VIS À VIS “[…] l’arte del passato non è ancora e non sarà mai ‘passata’. Il dilemma, l’enigma è dove e come si nasconda il nesso che ogni volta potremmo rintracciare tra un’opera e l’altra […]”. Con queste parole Giulio Paolini chiarisce il suo rapporto con l’arte antica, una costante della sua ricerca fin dagli anni Sessanta. Dai calchi in gesso di statue romane alle riproduzioni fotografiche di dipinti rinascimentali, le opere dell’artista si basano su citazioni e frammenti che compongono un inventario di figure di cui egli si dice “prigioniero”. È proprio il suo dialogo concettuale con l’arte del passato ad aprire la mostra, con un gioco di sguardi, un “faccia a faccia” rappresentato da due opere apparentemente identiche. Giovane che guarda Lorenzo Lotto (1967) è una fotografia in bianco e nero del Ritratto di giovane uomo, un dipinto di Lorenzo Lotto dei primi anni del Cinquecento. Paolini ha voluto mettere in relazione il tempo e lo spazio occupato dall’autore di quel dipinto con il tempo e lo spazio che appartiene a noi che ne osserviamo, oggi, la riproduzione. Controfigura (critica del punto di vista) è, invece, un fotomontaggio dove l’artista ha sostituito gli occhi del giovane con i propri, sviluppando ulteriormente il gioco delle parti e lo scambio di sguardi che coinvolge noi, l’autore dell’opera rinascimentale, il soggetto da lui ritratto e l’autore di quest’opera eseguita nel 1981. Questa sostituzione, che potremmo anche chiamare identificazione, trasforma la figura originale in una “controfigura”. LA COPIA Per secoli l’apprendistato degli artisti si è basato sulla pratica della copia, secondo il concetto classico di mimesis: l’imitazione di ciò che si vede. Nella formazione accademica, la copia era un modo per imparare dai grandi Maestri, emulandone le tecniche e lo stile. Nel corso dell’Ottocento, con l’emergere di correnti antiaccademiche, e ancor più con le avanguardie del primo Novecento, questa prassi viene contestata e abbandonata. Ma subito dopo la Prima guerra mondiale, con l’emergere del “ritorno all’ordine”, molti artisti tornano a studiare l’arte del passato, come Giorgio de Chirico che, in una lettera del 1922 indirizzata ad André Breton, scrive: "[...] un problema mi tormenta da circa tre anni: il problema del mestiere, è per questo che mi sono messo a copiare nei musei”. Tra la fine degli anni Dieci e l’inizio degli anni Venti, l’artista esegue copie di celebri opere antiche, come La Muta di Raffaello. Altre volte, l’artista rifà i quadri con uno stile più personale, come nella Fanciulla addormentata (1947) tratta da un’opera settecentesca di Antoine Watteau. Al tema della copia si ricollega quello delle riproduzioni di opere pittoriche tramite incisioni, una tecnica che, a partire dal Quattrocento, ha contribuito in modo determinante alla diffusione e alla conoscenza dell’arte. In seguito, verrà sostituita dalla riproduzione fotografica, come nella collana I maestri del colore, edita dal 1963 al 1967 in 278 fascicoli. In I Maestri Serie Oro (2022) Flavio Favelli incolla sulle copertine le carte dei cioccolatini Ferrero Rocher. Queste toppe dorate occultano i volti delle figure ma, più che cancellare, sembrano voler custodire e impreziosire le immagini nascoste. QUADRI NEI QUADRI I dipinti metafisici di Giorgio de Chirico contengono spesso la rappresentazione di un’opera d’arte. L’espediente ricorda la tradizione del quadro nel quadro, con la quale i pittori davano prova della loro abilità nel riprodurre nei minimi dettagli una versione molto più piccola della raffigurazione principale. Al centro di Interno metafisico (1926), ad esempio, si può riconoscere una delle sue celebri Piazze d’Italia, una serie dove l’artista inserisce, talvolta, la riproduzione dell’Arianna addormentata, una statua antica conservata ai Musei Vaticani. Il dorso del cielo (1979) di Piero Pizzi Cannella è un esplicito omaggio al padre della Metafisica. Nella parte sinistra della tela è raffigurato lo stesso palazzo dipinto da de Chirico in Villa romana (1922), seppur con un diverso taglio prospettico. Basterebbe questo per parlare di quadro nel quadro, ma Pizzi Cannella inserisce anche un dipinto, sorretto dalla figura bendata, che riflette il paesaggio della scena principale. Gli esempi sono numerosi anche nella pittura di Filippo de Pisis: in mezzo allo studiato disordine delle sue nature morte si possono riconoscere opere di grandi artisti come El Greco e Francisco Goya. Questa sezione della mostra ci sfida a identificare i capolavori nascosti nei quadri di Gregorio Sciltian (un disegno di Leonardo conservato nel Gabinetto Disegni e Stampe degli Uffizi), Mario Mafai (l’Allegoria della pittura di Vermeer), Renato Guttuso (Broadway Boogie Woogie di Mondrian). GRAFIE E CROMIE Le firme degli artisti hanno svolto un ruolo fondamentale nella definizione dell’identità, della storia e del valore delle opere. Attraverso i secoli, il modo in cui l’autore ha siglato l’opera si è evoluta rispecchiando i cambiamenti culturali, economici e sociali. Le sperimentazioni artistiche e concettuali del XX secolo hanno, talvolta, reso l’autografo dell’artista il soggetto principale dell’opera. L’installazione intitolata Brand Names ne è un recente esempio: Andrea Facco ha riprodotto fedelmente le firme di decine di artisti, tratte dai dipinti che hanno segnato la sua formazione, da Manet a Picasso, da Seurat a Mondrian, da Morbelli a de Chirico. Ventisette quadri evocati da una porzione di muro, delimitata da un segno a matita a indicare lo spazio di un’assenza. Di quelle opere rimane solo la porzione dedicata alla firma, che negli originali certifica l’autenticità e la conclusione del lavoro ma che qui è contraffatta per invitarci a riflettere sull’identità dell’artista e immaginare questi fantasmi dell’arte del passato. L’installazione di David Reimondo, invece, parte dal linguaggio visivo per esplorare la dimensione sonora. L’artista ha selezionato decine di libri d’arte dove ogni immagine è sottoposta a un attento scrutinio visivo, attraverso una griglia che suddivide l’opera in riquadri per individuare fino a quattro colori in ognuno di essi. La Cromofonetica di Reimondo è una personale teoria del colore che assegna a ogni tinta una sillaba. In tal modo, dalla combinazione di più colori si ottengono nuovi fonemi: la “descrizione cromatica” dell’opera. D’APRÈS Nelle opere d’arte, la citazione si esprime soprattutto attraverso omaggi, rielaborazioni e interpretazioni che si possono riassumere con il termine francese d’après. Mentre la copia è una riproduzione il più possibile simile al modello, un’opera “tratta da” può ispirarsi ad esso liberamente, con uno stile diverso. Nella prima metà del Novecento molti artisti hanno instaurato un dialogo fecondo con i Maestri del passato e nelle loro opere si riconoscono facilmente fonti di ispirazione e modelli. Il Ritratto di Marta Pallini, un dipinto del 1940 di Achille Funi, richiama alla mente La Velata di Raffaello e all’arte rinascimentale si rifà gran parte della ritrattistica degli artisti che, insieme a Funi, fanno parte del movimento Novecento Italiano. Piero della Francesca costituisce uno dei principali riferimenti per Felice Casorati e Massimo Campigli, i quali guardano al suo senso della misura e dell’equilibrio per ricercare una semplificazione delle forme basata su solidi geometrici. Un principio sottolineato già da Paul Cézanne nelle sue nature morte, modello imprescindibile per Le uova sul cassettone (1920) di Casorati. In questa sezione ci sono anche alcuni espliciti omaggi ad artisti del Novecento. Campigli, ad esempio, interpreta nel 1954 la tela più famosa di Georges Seurat, Una domenica alla Grande Jatte, semplificandone la composizione e facendo dialogare la stilizzazione del proprio linguaggio pittorico con quella dell’artista neoimpressionista. IL CASO MORANDI Gli omaggi a Giorgio Morandi nell’arte del XX secolo sono talmente numerosi da meritare un approfondimento. La ricerca rigorosa e solitaria dell’artista bolognese ha affascinato più di una generazione di pittori, scultori e fotografi. Le loro opere dialogano con i dipinti del Maestro: un autoritratto e tre nature morte, soggetto prediletto da Morandi. L’Autoritratto (1924) è a sua volta un omaggio, poiché riprende esattamente la composizione di un autoritratto di Jean-Baptiste Camille Corot del 1825 conservato al Louvre. Lo studio in via Fondazza a Bologna, che oggi fa parte della Casa Museo Morandi, è un luogo dove il tempo sembra essersi fermato, un mondo di cose immobili eternate dalle opere dell’artista: le tazze e le bottiglie rese opache da uno strato di pittura chiara, i vasi con i mazzolini di fiori secchi o di stoffa, sui quali l’artista lasciava che si depositasse la polvere. Povere cose che non dovevano mai essere lustrate, per non riflettere ma, piuttosto, assorbire la luce. Le ampolle messe in fila da Claudio Parmiggiani in Senza titolo (2019) potrebbero essere i fantasmi di quegli oggetti. L’artista, che conobbe Morandi negli anni della sua formazione, dal 1970 inizia a lavorare sul tema dell’assenza e della memoria con le Delocazioni, opere dove imprime l’impronta degli oggetti in negativo tramite il fumo e la polvere. I libri e gli oggetti conservati nella Casa Museo sono al centro del progetto Morandi’s Books di Mary Ellen Bartley, dove l’artista americana ha creato e fotografato una serie di nitide e meditate composizioni che riflettono l’attenzione morandiana per la luce, i colori e la geometria. COVER Nella terminologia della musica leggera, “fare una cover” significa reinterpretare un brano già esistente, eseguito da un altro artista, mantenendo la melodia e il testo originali ma adattandoli al proprio stile. Questa sezione prende a prestito il termine cover per indicare opere dove gli artisti rivisitano famose opere del passato in una nuova chiave. Esse possono essere riprodotte interamente con delle varianti oppure ne viene prelevato un dettaglio. La Gioconda di Leonardo, forse l’opera d’arte più conosciuta al mondo, è comprensibilmente il soggetto di molte cover, come quella di Ai Weiwei fatta con mattoncini Lego e “imbrattata di panna” a ricordare l’atto vandalico del 2022, quando un attivista lanciò una torta sul vetro protettivo di quel capolavoro. Tano Festa rilegge Michelangelo in chiave pop in una serie di opere degli anni Sessanta dove si riconosce l’Aurora delle Tombe Medicee, resa con una silhouette grafica che appiattisce la tridimensionalità della scultura. Luigi Ontani usa la fotografia per reinterpretare quadri celebri: in Déjeuner sur l’art (1969) mima la posa della donna nuda del quadro di Manet, tenendo in mano una riproduzione di quel dipinto. Le sue opere sono spesso basate su giochi di parole, come quando veste i panni di LeonArdo o RaffaEllo. Prima di lui, Salvo aveva già vestito i panni di Raffaello Sanzio – Autoritratto (come Raffaello), 1970 – in una fotografia alla quale renderà omaggio Francesco Vezzoli molti anni più tar
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