Ilya ed Emilia Kabakov. Diario veneziano
Dal 9 Maggio 2026 al 22 Novembre 2026
Venezia | Visualizza tutte le mostre a Venezia
Luogo: Ca’ Tron e Padiglione Venezia
Indirizzo: Sedi varie
Curatori: Cesare Biasini Selvaggi, Giulia Abate
A tre anni dalla scomparsa di Ilya Kabakov, Venezia rende omaggio a una delle più importanti coppie artistiche della scena internazionale con Diario veneziano, progetto monumentale e partecipato concepito da Ilya ed Emilia Kabakov. Frutto della loro visione condivisa, l’opera pone al centro le storie, le memorie e gli oggetti dei veneziani, restituendo un intenso autoritratto corale della città e riaffermando la forza poetica e concettuale che ha reso il duo una figura di riferimento nell’arte contemporanea mondiale.
Presentato in concomitanza con la 61. Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia, il progetto, curato da Cesare Biasini Selvaggi e Giulia Abate, si sviluppa in un dialogo tra città e Biennale, articolandosi tra il piano nobile di Ca’ Tron, storico palazzo cinquecentesco affacciato sul Canal Grande e sede dell’Università Iuav di Venezia, e il Padiglione Venezia ai Giardini, all’interno del progetto espositivo Note persistenti, curato da Giovanna Zabotti con Denis Isaia e Cesare Biasini Selvaggi.
Dal 9 maggio al 28 giugno 2026, la mostra, organizzata da BAM e patrocinata dal Comune di Venezia, trasformerà Ca’ Tron in un grande dispositivo narrativo e relazionale. Non una mostra su Venezia, ma una mostra con Venezia.
Il progetto affonda le proprie radici nel 1993, quando Ilya ed Emilia Kabakov idearono per Gand, in occasione della mostra collettiva Rendez (-) Vous al Museum van Hedendaagse Kunst, un’installazione fondata sulla narrazione collettiva. Oggi quell’intuizione viene ripensata per la città lagunare, assumendo una forma nuova, profondamente immersa nel presente e nella sua dimensione civile, radicandosi nella lunga relazione che la coppia ha avuto con il luogo e i suoi cittadini.
Protagonisti dell’opera sono circa 700 abitanti della città metropolitana di Venezia, appartenenti a diverse generazioni, contesti sociali e aree urbane: ciascuno è stato invitato a scrivere una pagina di diario raccontando il proprio legame con la città e ad affidare alla mostra un oggetto personale capace di rappresentarlo simbolicamente. Frammenti di vite, memorie, desideri, nostalgie e speranze esposte in teche con approccio museografico hanno composto così un mosaico umano stratificato e sorprendente, sospeso tra passato e futuro, organizzato in diverse sezioni. Le categorie coinvolte spaziano da negozianti a imprenditori, artigiani, pensionati, casalinghe, terzo settore, volontariato, sport, studenti, gondolieri, creativi, operatori culturali, liberi professionisti, mestieri del mare, ristoratori, albergatori, famiglie storiche, giornalisti, pubblici dipendenti, fino a diverse confessioni religiose.
Il progetto artistico si propone di mettere al centro i veneziani che non appaiono mai sui red carpet ma che, con il loro lavoro e impegno quotidiano, consentono a Venezia di continuare a essere viva. La selezione restituisce così la complessità sociale della città. Bambini, anziani, nuovi cittadini e famiglie che abitano Venezia da generazioni hanno risposto a una open call pubblica tra gennaio e febbraio 2026, trasformando l’invito dei Kabakov in un gesto collettivo e democratico. L’artista e i curatori hanno voluto che le storie fossero firmate solo con il nome di battesimo delle persone coinvolte. Da un lato, per mantenere la privacy di fronte a confessioni anche molto intime, dall’altro perché ciascuna storia è un “dono” per la comunità e, come ogni dono, richiede l’anonimato dell’atto altruistico. È anche una scelta che sottolinea la medesima importanza data a ogni storia e quindi, a ogni persona, senza gerarchie di sorta.
Esposti in una serie di vetrine tematiche e accompagnati dal racconto dei partecipanti, gli oggetti raccolti – utensili, ricordi, tracce minime del quotidiano e del futuro, frammenti di biografie intime – diventano vere e proprie “camere di risonanza” di esistenze. Come racconta il curatore Cesare Biasini Selvaggi: “Sono orsacchiotti, utensili, frammenti di biografie minime che, messi insieme, compongono una mappa del sentimento, dove l’arte smette di essere un oggetto da guardare per diventare un diario emotivo collettivo, ricordandoci che essere protagonisti significa, prima di tutto, essere insieme”.
In perfetta continuità con la poetica dei Kabakov, maestri delle celebri installazioni totali, l’opera si configura come uno spazio immersivo in cui la dimensione individuale si intreccia con quella collettiva. La città non è scenografia, ma materia viva e i veneziani non sono comparse, ma attori protagonisti. L’intento è semplice e radicale insieme: mettere al centro le persone, riconoscendole come custodi di un patrimonio non solo storico, culturale e artistico, ma innanzitutto umano. Come dichiara Emilia Kabakov: “Dalle storie raccolte emerge quanto Venezia sia densa di persone che lavorano duramente per mantenere non solo la città, ma un senso di comunità raramente riscontrabile nell’era digitale. In un momento in cui le differenze politiche, economiche e religiose sembrano insormontabili, Venezia è un faro di speranza: l’esempio di ciò che accade quando i vicini si sostengono a vicenda, condividendo la responsabilità di custodire la propria casa per le generazioni future”.
Tassello complementare del lavoro è quello all’interno del Padiglione Venezia, in dialogo con il progetto Note persistenti e in sintonia con la visione curatoriale della Biennale Arte 2026, In Minor Keys, di Koyo Kouoh, che invita a cogliere le frequenze più profonde della città: quelle che emergono dalle sue parti sommerse, dalla dimensione domestica e collettiva, dalle narrazioni intime che ne costituiscono il tessuto vivo. Nella sequenza di ambienti che accompagna il visitatore del Padiglione attraverso quattro dimensioni simboliche della città – sommersa, domestica, mitologica e collettiva – il percorso espositivo si articola in una trama di interventi artistici interdisciplinari in dialogo fra loro: le sculture di Alberto Scodro, la composizione del pianista Durdust con l’installazione immersiva ideata dallo scenografo Paolo Fantin in collaborazione con H-Farm e Cisco, i lavori del progetto Artefici del Nostro Tempo e Diario veneziano che attiva la relazione tra Biennale e città, tra Padiglione Venezia e Ca’ Tron. In questa cornice, la sezione affidata ai Kabakov pone l’attenzione su una specifica categoria di veneziani: i creativi. Testimonianze materiali cariche di memoria diventano così simboli di storie personali e percorsi artistici, assumendo il valore di un gesto di riconoscimento verso chi contribuisce a rinnovare l’identità culturale della città che ospita la più grande manifestazione d’arte al mondo.
Diario veneziano rappresenta l’ultima, intensa tappa di un legame lungo quasi cinquant’anni tra i Kabakov e Venezia. Era il 1977 quando Carlo Ripa di Meana, negli anni tra le edizioni ufficiali della Biennale, presentò la Biennale del Dissenso e la mostra dedicata a La nuova arte sovietica. Sebbene Ilya, ancora in Unione Sovietica, non potesse partecipare all’inaugurazione, quell’evento avrebbe segnato l’inizio di una lunga relazione tra Ilya, Emilia e la città.
Ilya Kabakov (Dnepropetrovsk, URSS, 1933 – Long Island, USA, 2023) ed Emilia Kabakov (Dnepropetrovsk, URSS, 1945) hanno iniziato il loro sodalizio artistico alla fine degli anni Ottanta, sposandosi nel 1992. Insieme hanno ridefinito il concetto di installazione ambientale attraverso le celebri “installazioni totali”, opere immersive che intrecciano memoria personale, utopia e fallimento, sogno e ironia, riflettendo sulla condizione umana universale.
Le loro opere sono presenti nelle collezioni dei principali musei internazionali, tra cui il Centre Pompidou, la Tate Modern, il MoMA, il MAXXI, il Museo Statale Ermitage e la Collezione Reale di Abu Dhabi. La rivista ArtNews li ha inclusi tra i dieci artisti viventi più influenti al mondo.
Dopo la scomparsa di Ilya nel maggio 2023, Emilia Kabakov continua a realizzare e sviluppare i progetti concepiti insieme, mantenendo viva una delle ricerche artistiche più significative della seconda metà del Novecento.
Presentato in concomitanza con la 61. Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia, il progetto, curato da Cesare Biasini Selvaggi e Giulia Abate, si sviluppa in un dialogo tra città e Biennale, articolandosi tra il piano nobile di Ca’ Tron, storico palazzo cinquecentesco affacciato sul Canal Grande e sede dell’Università Iuav di Venezia, e il Padiglione Venezia ai Giardini, all’interno del progetto espositivo Note persistenti, curato da Giovanna Zabotti con Denis Isaia e Cesare Biasini Selvaggi.
Dal 9 maggio al 28 giugno 2026, la mostra, organizzata da BAM e patrocinata dal Comune di Venezia, trasformerà Ca’ Tron in un grande dispositivo narrativo e relazionale. Non una mostra su Venezia, ma una mostra con Venezia.
Il progetto affonda le proprie radici nel 1993, quando Ilya ed Emilia Kabakov idearono per Gand, in occasione della mostra collettiva Rendez (-) Vous al Museum van Hedendaagse Kunst, un’installazione fondata sulla narrazione collettiva. Oggi quell’intuizione viene ripensata per la città lagunare, assumendo una forma nuova, profondamente immersa nel presente e nella sua dimensione civile, radicandosi nella lunga relazione che la coppia ha avuto con il luogo e i suoi cittadini.
Protagonisti dell’opera sono circa 700 abitanti della città metropolitana di Venezia, appartenenti a diverse generazioni, contesti sociali e aree urbane: ciascuno è stato invitato a scrivere una pagina di diario raccontando il proprio legame con la città e ad affidare alla mostra un oggetto personale capace di rappresentarlo simbolicamente. Frammenti di vite, memorie, desideri, nostalgie e speranze esposte in teche con approccio museografico hanno composto così un mosaico umano stratificato e sorprendente, sospeso tra passato e futuro, organizzato in diverse sezioni. Le categorie coinvolte spaziano da negozianti a imprenditori, artigiani, pensionati, casalinghe, terzo settore, volontariato, sport, studenti, gondolieri, creativi, operatori culturali, liberi professionisti, mestieri del mare, ristoratori, albergatori, famiglie storiche, giornalisti, pubblici dipendenti, fino a diverse confessioni religiose.
Il progetto artistico si propone di mettere al centro i veneziani che non appaiono mai sui red carpet ma che, con il loro lavoro e impegno quotidiano, consentono a Venezia di continuare a essere viva. La selezione restituisce così la complessità sociale della città. Bambini, anziani, nuovi cittadini e famiglie che abitano Venezia da generazioni hanno risposto a una open call pubblica tra gennaio e febbraio 2026, trasformando l’invito dei Kabakov in un gesto collettivo e democratico. L’artista e i curatori hanno voluto che le storie fossero firmate solo con il nome di battesimo delle persone coinvolte. Da un lato, per mantenere la privacy di fronte a confessioni anche molto intime, dall’altro perché ciascuna storia è un “dono” per la comunità e, come ogni dono, richiede l’anonimato dell’atto altruistico. È anche una scelta che sottolinea la medesima importanza data a ogni storia e quindi, a ogni persona, senza gerarchie di sorta.
Esposti in una serie di vetrine tematiche e accompagnati dal racconto dei partecipanti, gli oggetti raccolti – utensili, ricordi, tracce minime del quotidiano e del futuro, frammenti di biografie intime – diventano vere e proprie “camere di risonanza” di esistenze. Come racconta il curatore Cesare Biasini Selvaggi: “Sono orsacchiotti, utensili, frammenti di biografie minime che, messi insieme, compongono una mappa del sentimento, dove l’arte smette di essere un oggetto da guardare per diventare un diario emotivo collettivo, ricordandoci che essere protagonisti significa, prima di tutto, essere insieme”.
In perfetta continuità con la poetica dei Kabakov, maestri delle celebri installazioni totali, l’opera si configura come uno spazio immersivo in cui la dimensione individuale si intreccia con quella collettiva. La città non è scenografia, ma materia viva e i veneziani non sono comparse, ma attori protagonisti. L’intento è semplice e radicale insieme: mettere al centro le persone, riconoscendole come custodi di un patrimonio non solo storico, culturale e artistico, ma innanzitutto umano. Come dichiara Emilia Kabakov: “Dalle storie raccolte emerge quanto Venezia sia densa di persone che lavorano duramente per mantenere non solo la città, ma un senso di comunità raramente riscontrabile nell’era digitale. In un momento in cui le differenze politiche, economiche e religiose sembrano insormontabili, Venezia è un faro di speranza: l’esempio di ciò che accade quando i vicini si sostengono a vicenda, condividendo la responsabilità di custodire la propria casa per le generazioni future”.
Tassello complementare del lavoro è quello all’interno del Padiglione Venezia, in dialogo con il progetto Note persistenti e in sintonia con la visione curatoriale della Biennale Arte 2026, In Minor Keys, di Koyo Kouoh, che invita a cogliere le frequenze più profonde della città: quelle che emergono dalle sue parti sommerse, dalla dimensione domestica e collettiva, dalle narrazioni intime che ne costituiscono il tessuto vivo. Nella sequenza di ambienti che accompagna il visitatore del Padiglione attraverso quattro dimensioni simboliche della città – sommersa, domestica, mitologica e collettiva – il percorso espositivo si articola in una trama di interventi artistici interdisciplinari in dialogo fra loro: le sculture di Alberto Scodro, la composizione del pianista Durdust con l’installazione immersiva ideata dallo scenografo Paolo Fantin in collaborazione con H-Farm e Cisco, i lavori del progetto Artefici del Nostro Tempo e Diario veneziano che attiva la relazione tra Biennale e città, tra Padiglione Venezia e Ca’ Tron. In questa cornice, la sezione affidata ai Kabakov pone l’attenzione su una specifica categoria di veneziani: i creativi. Testimonianze materiali cariche di memoria diventano così simboli di storie personali e percorsi artistici, assumendo il valore di un gesto di riconoscimento verso chi contribuisce a rinnovare l’identità culturale della città che ospita la più grande manifestazione d’arte al mondo.
Diario veneziano rappresenta l’ultima, intensa tappa di un legame lungo quasi cinquant’anni tra i Kabakov e Venezia. Era il 1977 quando Carlo Ripa di Meana, negli anni tra le edizioni ufficiali della Biennale, presentò la Biennale del Dissenso e la mostra dedicata a La nuova arte sovietica. Sebbene Ilya, ancora in Unione Sovietica, non potesse partecipare all’inaugurazione, quell’evento avrebbe segnato l’inizio di una lunga relazione tra Ilya, Emilia e la città.
Ilya Kabakov (Dnepropetrovsk, URSS, 1933 – Long Island, USA, 2023) ed Emilia Kabakov (Dnepropetrovsk, URSS, 1945) hanno iniziato il loro sodalizio artistico alla fine degli anni Ottanta, sposandosi nel 1992. Insieme hanno ridefinito il concetto di installazione ambientale attraverso le celebri “installazioni totali”, opere immersive che intrecciano memoria personale, utopia e fallimento, sogno e ironia, riflettendo sulla condizione umana universale.
Le loro opere sono presenti nelle collezioni dei principali musei internazionali, tra cui il Centre Pompidou, la Tate Modern, il MoMA, il MAXXI, il Museo Statale Ermitage e la Collezione Reale di Abu Dhabi. La rivista ArtNews li ha inclusi tra i dieci artisti viventi più influenti al mondo.
Dopo la scomparsa di Ilya nel maggio 2023, Emilia Kabakov continua a realizzare e sviluppare i progetti concepiti insieme, mantenendo viva una delle ricerche artistiche più significative della seconda metà del Novecento.
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