Le ambre della principessa. Storie e archeologia dall’antica terra di Puglia

Le ambre della principessa. Storie e archeologia dall’antica terra di Puglia

 

Dal 04 Febbraio 2017 al 07 Gennaio 2018

Vicenza

Luogo: Gallerie d'Italia - Palazzo Leoni Montanari

Curatori: Federica Giacobello

Costo del biglietto: intero € 5, ridotto € 3, gratuito per le scuole, gratuito sabato 4 e domenica 5 febbraio e nelle prime domeniche del mese

Telefono per informazioni: 800.578875

E-Mail info: informazioni@palazzomontanari.com,

Sito ufficiale: http://www.gallerieditalia.com


Comunicato Stampa:
Alle Gallerie d’Italia - Palazzo Leoni Montanari, sede museale di Intesa Sanpaolo a Vicenza, apre oggi al pubblico l’esposizione Le ambre della principessa. Storie e archeologia dall’antica terra di Puglia, quarto appuntamento del progetto Il Tempo dell’Antico. Ceramiche attiche e magnogreche dalla collezione Intesa Sanpaolo.
 
L’esposizione, curata da Federica Giacobello, indaga il contesto storico-culturale e il fenomeno del collezionismo di vasi antichi che nell’Ottocento portò alla formazione, ad opera della famiglia Caputi, della raccolta oggi Intesa Sanpaolo. In mostra, accanto ad alcune delle ceramiche più rappresentative della collezione, con la collaborazione del Museo Archeologico Nazionale di Napoli sono esposte importanti testimonianze da Ruvo di Puglia, risalenti al periodo dal VI-IV secolo a.C., tra cui uno degli affreschi della decorazione parietale della misteriosa Tomba delle Danzatrici di Ruvo e il  ricco corredo funerario di una principessa apula, con ambre e preziosi ornamenti, da cui il titolo della mostra. Ai beni di lusso deposti nella Tomba delle Ambre apparteneva anche la celebre kalpis con ceramografi, il vaso capolavoro della raccolta della Banca.
 
Le ceramiche della raccolta di Intesa Sanpaolo conservata a Palazzo Leoni Montanari sono inserite in un percorso espositivo che fonde i tesori archeologici con la storia della collezione stessa, sottolineando una volta di più il valore di un corpus rispetto alla semplice somma dei suoi componenti e come la sua evoluzione storica possa diventare essa stessa elemento espositivo degno di narrazione.
 
Le illustrazioni ottocentesche in esposizione – tra cui i fogli dipinti in prestito dal Pontificio Seminario Regionale Pugliese di Molfetta – documentano come ai reperti di Ruvo furono subito riconosciute eccezionale qualità e straordinaria bellezza. La mostra si avvale inoltre della collaborazione scientifica dell’Università degli Studi di Bari che da tempo si dedica allo studio e alla ricostruzione archeologica di Ruvo e del suo territorio.
 
L’esposizione è la quarta de Il Tempo dell’Antico, il progetto espositivo dedicato alla valorizzazione della raccolta di ceramiche attiche e magnogreche di Intesa Sanpaolo. La collezione è composta da oltre cinquecento vasi rinvenuti nelle antiche sepolture di Ruvo di Puglia, realizzati dal VI al III secolo a.C. nelle officine dell’Apulia e della Lucania o importati da Atene per essere collocati nelle tombe come beni di prestigio o oggetti funzionali al rituale funerario. Il progetto si declina in esposizioni tematiche che presentano, a rotazione, nuclei di opere selezionate dalla raccolta. Attingendo dal ricco patrimonio di immagini dipinte sui vasi, si costruiscono percorsi che illustrano vari aspetti della società, della cultura e dell’arte in Grecia e nella Magna Grecia tra il V e il IV secolo a.C.
 
NOTA DI APPROFONDIMENTO
Storia e archeologia si intrecciano in un’affascinante narrazione espositiva
I tesori dell’antica Ruvo 
La Tomba delle Danzatrici deve il suo nome alla misteriosa danza rituale affrescata sulle pareti di una tomba ipogeica a semi-camera ritrovata nel 1833 appartenuta a un personaggio di spicco della Ruvo di inizio IV secolo a.C. Una vivace rappresentazione della sepoltura al momento del rinvenimento è offerta dall’acquerello realizzato da un anonimo e abilissimo pittore. L’affresco delle danzatrici fu staccato dalle pareti e venduto in blocchi separati al Real Museo Borbonico di Napoli (oggi Museo Archeologico Nazionale) nel 1838, dove ancor oggi è conservato.
Una delle lastre è qui eccezionalmente esposta per incantare con la sua bellezza e con i suoi colori e per condurre il visitatore, attraverso il suo labirintico intreccio, nei suoi misteri. All’affresco si affianca un video ricostruttivo 3D della tomba, realizzato appositamente per la mostra da Al.T.A.I.R., azienda spin-off dell’Università degli Studi di Bari. Immerso in un’atmosfera suggestiva, è riunito per la prima volta il corredo della Tomba delle Ambre: l’hydria attica con ceramografi, masterpiece della collezione Intesa Sanpaolo, è esposta insieme agli altri oggetti che, come attesta l’intricata vicenda delineata tramite i documenti d’archivio, furono deposti insieme ad essa nella sepoltura di una ricca principessa esponente dell’élite peuceta del V e IV secolo a.C.
Nella tomba, scoperta nei fondi Caputi nel 1876, nell’ormai Regno d’Italia, si trovarono, oltre a vasi, numerosi pendenti in ambra, materiale raro e prezioso a cui venivano attribuite proprietà terapeutiche e magiche. I reperti furono smembrati al momento del ritrovamento ed ebbero una storia distinta: i vasi entrarono a far parte della collezione Caputi, mentre le ambre e altri ornamenti furono acquistati dal Ministero della Pubblica Istruzione e assegnati al Museo Archeologico di Napoli. In mostra, oltre a percorso sensoriale-olfattivo, è inoltre allestito lo studiolo di un collezionista di vasi, ispirato alle dimore e della nobiltà del XVIII-XIX secolo dove esemplari della collezione sono esposti in un armadio-libreria secondo la consuetudine ottocentesca. Tre video concludono la visita con l’approfondimento del mito delle ambre, degli scavi di Ruvo di Puglia e del collezionismo delle nobildonne dell’Ottocento.
La storia della collezione Caputi
Durante il governo dei Borboni e l’intermezzo del regno francese (1806-1815), nel sud Italia affiorarono le vestigia di un glorioso passato: nel 1748 iniziarono gli scavi a Pompei per volontà di Carlo di Borbone, preceduti da quelli di Ercolano (1738), e nel 1762, grazie alla costruzione della strada di collegamento tra Campania e Calabria, emersero Paestum e i suoi templi. Nel frattempo venivano ritrovate sepolture di VI-III secolo a.C. con splendidi corredi costituiti da oggetti preziosi (ori, argenti, ambre), armature, bronzi e soprattutto ceramiche. In particolare i vasi figurati destarono l’interesse di studiosi e collezionisti colpiti dalla bellezza delle scene dipinte che rimandavano a un universo mitico affascinante.
A far diventare moda la passione per i vasi fu Sir William Hamilton, ambasciatore inglese a Napoli, che costituì due raccolte vascolari e diffuse il gusto del vivere “alla greca”. Tra i collezionisti illustri di vasi vi fu la regina Carolina Murat, sorella del Bonaparte e moglie di Gioacchino, che creò un proprio museo privato, il Museo Palatino a Napoli. La città partenopea, capitale del Regno e della vita economica e culturale, era il principale mercato di antichità frequentato dalla nobiltà europea. Di questa Napoli si offre in mostra uno spaccato attraverso nove dipinti appartenenti alle collezioni Intesa Sanpaolo: otto tele attribuite all’ambito di Anton Sminck Pitloo, pittore olandese fondatore della cosiddetta Scuola di Posillipo, in cui sono immortalati angoli suggestivi della città nei primi dell’Ottocento, e il ritratto di Ferdinando IV di Borbone, re di Napoli e dal 1816 Ferdinando I re delle Due Sicilie, attribuito a Nicola Domenico Menzele.
A Ruvo, antico centro nella provincia di Bari, dal glorioso passato, si sviluppò una frenetica attività di scavo che vide impegnati, oltre al governo, locali faccendieri appartenenti alle più disparate categorie (sacerdoti, medici, farmacisti, contadini, commercianti): depredando le tombe, recuperavano gli oggetti e li rivendevano ai privati e ai musei internazionali con la conseguente disgregazione dei corredi antichi.
Fu l’arcidiacono Giuseppe Caputi, intorno al 1830, a iniziare la raccolta di famiglia selezionando i soli vasi messi in luce nei suoi fondi, mosso dalla volontà di salvaguardare e non disperdere importanti testimonianze patrie. Continuò il suo operato il nipote Francesco, che si adoperò a incrementare e a ordinare l’intera collezione, conservata all’interno di Palazzo Caputi. La raccolta fu da subito apprezzata e ritenuta di pregio: a testimonianza di ciò sono esposti in mostra una copia del primo catalogo dell’intera collezione, edito nel 1877 a cura di Giovanni Jatta, e la cosiddetta “pelike degli amanti”, il vaso che suscitò per la sua vivace scena amorosa curiose interpretazioni da parte degli studiosi del tempo. Così si formò la collezione Caputi, oggi Intesa Sanpaolo.


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