“Caravaggio – l’Anima e il Sangue” nelle sale il 19, 20 e 21 febbraio

Un Caravaggio come non lo avete mai visto, ce ne parla Jesus Garcés Lambert, regista del film

Michelangelo Merisi da Caravaggio, I bari, 1594, Olio su tela, 131 x 94 cm, Kimbell Art Museum, Fort Worth
 

Francesca Grego

13/02/2018

Un Caravaggio come non l’abbiamo mai visto: è quello che conosceremo sul grande schermo dal 19 al 21 febbraio nel nuovo lungometraggio targato Sky e Magnitudo Film.
A illustrarlo in esclusiva è il regista Jesus Garcés Lambert, autore di documentari per Sky, National Geographic, Arté France, BBC, CNS e vincitore di numerosi premi internazionali.
Messicano d’origine e italiano d’adozione, Jesus ha diretto progetti di scottante attualità come “Dietro l’Altare” - sul fenomeno pedofilia all’interno della Chiesa cattolica - e “Concordia io c’ero”, accanto a “Viaggio nel cinema in 3D – una storia vintage”, sorprendente excursus alle origini di una delle tendenze cinematografiche oggi più in voga.
 
Ma “Caravaggio – l’Anima e il Sangue”, distribuito da Nexo Digital, occupa già un posto privilegiato nella sua storia. “Avevo solo 17 anni quando, dal Messico, sono venuto in vacanza in Italia con i miei genitori – racconta Jesus –. A Roma ho incontrato per la prima volta la pittura di Caravaggio: è stato uno shock che mi ha lasciato dentro un segno indelebile. Ricordo che, quando la direttrice creativa mi ha chiamato mi trovavo in Argentina e in un batter d’occhio mi sono ritrovato al momento in cui, ancora studente, vidi la Cappella Contarelli. Ho pensato: ‘È il mio film!’. Anche se non avevo concepito io il progetto, l’ho sentito subito come qualcosa di molto personale, come se Caravaggio fosse lì ad attendermi da anni senza che io lo sapessi. Girarlo è stato un viaggio ad altissima intensità: l’occasione straordinaria di lavorare in prima persona su qualcosa che già di per sé è fortemente mistico e sensuale se ammirato in una chiesa o in museo, ma che sul grande schermo si trasforma in un’esperienza inedita”.
 
Tra i punti di forza di “Caravaggio – l’Anima e il Sangue” ci sono tecnologie come la ripresa in 8k e Cinemascope 2:40. Puoi spiegare ai lettori meno esperti cosa cambia nella visione cinematografica?
“L’8k è la massima definizione oggi disponibile, che in Italia al momento è raramente utilizzata. Per intenderci, quella con cui vengono girati i film dei supereroi, come “Star Wars”: significa ottenere immagini con il più alto grado possibile di aderenza alla realtà.
Non si tratta semplicemente di perfezione tecnica ma, nel caso di opere d’arte, di riuscire per esempio a restituire dettagli non visibili a occhio nudo, superando anche le sensazioni offerte dal dipinto osservato dal vivo.
È una scelta che in qualche modo insegue la stessa tensione naturalistica di Caravaggio, che non è fine a se stessa ma legata a un’appassionata ricerca artistica ed espressiva.
Il mio desiderio era fare in modo che chi guarda il film possa incontrare questi straordinari dipinti in un’esperienza avvolgente e coinvolgente. Abbiamo voluto mantenere una delle costanti promesse del filone del cinema d’arte Sky, cioè sperimentare le tecnologie più evolute al servizio della narrazione delle opere e dei luoghi d’arte valorizzando al massimo l’impatto di visione, ma, in più, abbiamo voluto parlare ai sensi, mettere in scena delle emozioni. Spero di esserci riuscito.
 
Nel film convivono ricostruzioni storiche e momenti evocativi che raccontano il mondo interiore di Caravaggio con immagini contemporanee. Che effetto fa tradurre l’universo di un maestro d’altri tempi nell’alfabeto visivo del XXI secolo?
“In realtà è stata un’operazione piuttosto semplice e spontanea: anche se è vissuto quattro secoli fa, Caravaggio dipinge persone che potremmo incontrare oggi nella vita di tutti i giorni, parla un linguaggio che ci interpella in quanto esseri umani, al di là dell’appartenenza a un’epoca o a un’altra.
Abbiamo potuto evocare i moti del suo animo con sensibilità contemporanea proprio perché vanno oltre le barriere del tempo: sono universali”.
 
Come hai trovato il giusto ritmo per far procedere insieme divertimento e cultura, fiction e documentario, cuore, sensi e intelletto?
“Credo che in fondo queste distinzioni siano superate: nella nostra esperienza quotidiana tutto si mescola ed è giusto che questo accada anche al cinema. Perciò è sembrato naturale gestire i contenuti del film all’insegna della contaminazione.
Il ritmo è quello della vita, che invade lo spazio e il tempo cinematografico come i dipinti di Caravaggio.
Per esempio per interpretare il suo personaggio abbiamo scelto un attore non professionista, capitato tra noi quasi per caso: il nostro elettricista durante le riprese a Napoli. Non smettevo di guardare il suo viso, sentivo che aveva un’esperienza di vita importante alle spalle.
Dopo il casting, Emanuele Marigliano si è calato nei panni degli stati d’animo di Caravaggio portando negli occhi il riflesso di Scampia. Proprio come le Sette Opere di Misericordia sono una composizione di altissimo valore artistico e religioso, ma anche una finestra aperta su un vicolo popolare di Napoli”.
 
A modo suo, Caravaggio è stato un regista geniale: per il talento nel mettere in scena storie e sentimenti, condensandoli in un attimo ad altissima tensione, o nell’esprimersi attraverso la luce e il chiaroscuro. Sei d’accordo? Cosa può insegnare Caravaggio a un regista dei nostri giorni?
“È proprio questo che mi ha colpito quando da ragazzo ho visto il ciclo pittorico di San Matteo della Cappella Contarelli, nella chiesa romana di San Luigi dei Francesi. Non tanto la luce, quanto i personaggi: vivi, reali e caratterizzati alla perfezione, come pronti a uscire dalla tela. E poi la capacità di cogliere una scena nel momento esatto della sua massima intensità drammatica, né prima né dopo.
Da Caravaggio possiamo imparare tutto questo, ma soprattutto la grandissima onestà del suo sguardo, che ne fa, mi azzardo a dire, il primo documentarista della storia”.
 
Nei tuoi documentari ti sei occupato di questioni di estrema attualità. Qual è secondo te il valore più attuale di questo film?
“Quella della bellezza oltre il tempo, anche se può sembrare banale. Ogni giorno siamo sommersi da immagini e informazioni destinate a essere dimenticate dopo pochi minuti. La vera bellezza può salvarci, perché non si lascia dimenticare”.
 
Volendo tirare le somme, quale è stata la parte di questo lavoro che ti ha più divertito o ispirato? E quali le sfide più complesse, i nodi più spinosi da sciogliere?
“Adoro il mio lavoro e trovo che l’intero processo creativo di “Caravaggio – l’Anima e il Sangue” sia stato molto piacevole e stimolante.
La sfida più grande è stata inserirmi in un team che aveva alle spalle ben cinque film di successo che hanno segnato una svolta nel cinema d’Arte e lavorare insieme a un progetto che mantenesse la promessa dei precedenti: notevole rigore scientifico insieme a narrazione emozionale e impatto visivo coinvolgente.
Quando sono arrivato, una parte del lavoro era stata predisposta ed entrare in un meccanismo che era già in movimento presentava qualche incognita. Ma tutti, dalla direttrice creativa alla sceneggiatrice alla montatrice o ai grafici, si sono accostati a me con grande fiducia.
Abbiamo dato vita a un film diverso dai precedenti quanto a invenzione creativa, ma con rigore storico e scientifico inalterato. L’entusiasmo di questa grande squadra di fronte al lavoro realizzato insieme mi ha reso davvero felice”.
 
Guardando al futuro, su quale artista o fenomeno artistico ti piacerebbe girare un film?
“Leonardo, Botticelli o il Rinascimento a Venezia, gli artisti italiani ormai sono tra i miei soggetti preferiti. Credo che su di loro ci sia ancora tanto da raccontare”.

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