Vedere la storia

Foto Risorgimento
 

26/02/2004

Vedere la storia. Questo, in effetti, è l’aspetto più affascinante della mostra fotografica del Museo Centrale del Risorgimento, organizzata in collaborazione con l’Istituto Luce nell’edificio del Complesso del Vittoriano a Roma. Se l’immagine è il linguaggio che più si adatta alle nostre capacità mnemoniche, la fotografia dovrebbe essere il mezzo migliore per raccontare i luoghi, i personaggi, i fatti della storia. Questa ipotesi sembra essere confermata dalla selezione di centoventi opere qui esposta, appartenenti all’ampia collezione del museo, formatasi attraverso donazioni e lasciti pubblici e privati, che fa conoscere al pubblico solo una piccola parte del tesoro visivo comprensivo di 35.000 immagini (senza contare i numerosi negativi non ancora sviluppati). I motivi d’interesse della mostra e della collezione, che recentemente è stata sottoposta ad un piano di recupero conservativo, sono molteplici e intersecano aspetti tematici e di documentazione storica di un periodo che va dalla seconda metà dell’Ottocento fino al primo dopoguerra, ad aspetti tecnici e artistici del mezzo fotografico. Gli esemplari presenti infatti rappresentano le principali tappe dell’evoluzione delle tecniche fotografiche, a cominciare dall’antenato della fotografia: una piccola lastra di rame ricoperta da una sottilissima lamina d’argento, che tra i riflessi di luce, lascia emergere i tratti della figura ritratta, il dagherrotipo, inventato da Louis Jacques Mandé Daguerre nel 1839. Sono presenti inoltre il calotipo, la stampa al collodio e all’albume d’uovo (che incrementò l’allevamento di galline), il pannotipo e le sperimentazioni delle stampe stereoscopiche che, alla ricerca di effetti tridimensionali, raddoppiano l’immagine, secondo la visione binoculare. Nel percorso della mostra possiamo ripercorrere i primi passi dell’arte fotografica che, nella seconda metà dell’ottocento, si diffuse soprattutto come ritrattistica, superando e defraudando la pittura in poco tempo. I foto-ritratti, invero, costavano poco ed erano facilmente riproducibili e, mentre tutti i personaggi famosi volevano avere il proprio ritratto su cartoncino in formato carte de visite, ad imitazione della moda lanciata da Napoleone, i fotografi si moltiplicavano e si facevano concorrenza per conquistare i favori della casa reale e divenirne i ritrattisti ufficiali. Pittura e fotografia si confrontarono a lungo, alla ricerca di una propria specificità la fotografia, di nuove finalità la pittura (è noto che l’Impressionismo trasse molti spunti dalla riflessione sulla rappresentazione fotografica). Vi furono tuttavia anche sovrapposizioni tra le due arti, come quando, come si può vedere in molte foto esposte, i fotografi acquarellavano a colori le stampe, o i pittori lavoravano partendo da fotografie. (In una foto esposta è possibile vedere la quadrettatura fatta a matita per la successiva trasposizione grafica). Le foto ottocentesche inoltre erano spesso impostate secondo il genere teatrale tipico dei dipinti storici o della ritrattistica. I modelli, infatti, erano rigidamente fatti posare entro una scenografia ben studiata con elementi architettonici, finti giardini, loggiati, fondi orientali o vestiti di costumi storici (come nella fotografia colorata a mano che ritrae il duca Amedeo di Savoia e Maria Vittoria). Esemplare la serie della fuga di Felice Orsini dal carcere di Mantova, dove è ricreata una vera e propria scena “teatrale” con attori e le varie fasi dell’episodio, restituendo visivamente e narrativamente la vicenda, quasi come un “romanzo fotografico”. Con la guerra del ’15-’18, tuttavia, personaggi e luoghi rappresentati si svincolano degli artifici ottocenteschi, per approdare a una maggiore drammaticità dovuta al ruolo dei fotografi, che erano anche soldati e che attraverso i loro ritratti di guerra, lasciavano trasparire l’emotività che li investiva. Per far questo usavano tutte le potenzialità tecniche del mezzo, come i chiaro-scuri densi quasi pittorici, le inquadrature dal basso, il viraggio delle foto, influenzati dalle suggestioni dei nuovi orientamenti modernisti. Le immagini della prima guerra mondiale, donate al Museo Centrale del Risorgimento dai reparti dei foto-cineoperatori dell’esercito italiano, prima di tutto sono testimonianze visive che dovevano servire a colmare la distanza tra le popolazioni civili e gli scenari bellici. C’erano anche pittori al fronte, che avevano lo stesso incarico, e questo sarà il tema della prossima mostra di aprile organizzata dal museo. Infine alcuni scatti della collezione Giustiniani-Bandini-Gravina, immagini che documentano visivamente le civiltà dell’Oriente, in particolare della Cina, del Giappone e della Corea. La vita quotidiana, le città, i costumi, i modi di vivere. Le fotografie all’albumina colorate a mano cercano di restituire le impressioni cromatiche caratteristiche di quei luoghi. Ad esempio "Cherry flowers of Tokyo", mette in risalto il rosa della fioritura dei ciliegi, evento atteso in Giappone e fonte di contemplazione e poesia come suggerisce l’immagine, con le donne di spalle che osservano i ciliegi in fiore. VEDERE LA STORIA: La collezione fotografica del Museo Centrale del Risorgimento dall'Ottocento al Milite Ignoto ROMA, MUSEO CENTRALE DEL RISORGIMENTO - ALA BRASINI VIA SAN PIETRO IN CARCERE (FORI IMPERIALI) Fino al 3 marzo 2002 INGRESSO GRATUITO Per informazioni: 06/6793598 Orario: tutti i giorni 10.00-18.00 escluso il lunedì

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