“Il Museo del Prado. La Corte delle Meraviglie” al cinema dal 15 al 17 aprile

Viaggio a Madrid: il mondo di Goya tra le sale Prado

Francisco José de Goya y Lucientes (Fuendetodos 1746 - Bordeaux, 1828), Il 3 maggio 1808, 1814, Olio su tela 3.47 x 2,68 m, Museo del Prado, Madrid | Courtesy of Nexo Digital
 

Francesca Grego

11/04/2019

Mondo - Tra i numerosi tesori del Museo del Prado è impossibile non notare la collezione dedicata a Francisco José de Goya y Lucientes (1746-1828), artista dai molti volti e dalla forte personalità, che con stile nuovo e “chiaroveggenza da sonnambulo” conquisterà Manet e gli impressionisti, Picasso e Munch, Pollock e Bacon, Giacometti e i surrealisti. Al guado tra due epoche, Goya fu prima di tutto un pittore originale, capace di anticipare i tempi e di interpretare le tendenze del suo secolo con taglio assolutamente singolare.
Con oltre 900 opere - dipinti, disegni, incisioni e lettere illuminanti - il museo spagnolo è un osservatorio privilegiato sull'avventura dell'artista, il luogo di un viaggio a 360 gradi capace di spaziare tra temi e stili regalando emozioni contrastanti.

In occasione dell'uscita di Il Museo del Prado. La Corte delle Meraviglie, al cinema il 15, il 16 e il 17 aprile, ci inoltriamo nelle sale del glorioso palazzo madrileno sulle tracce di una star del XIX secolo.
Quadri come Il 2 e Il 3 maggio 1808, la Maja desnuda, Saturno che divora i suoi figli sono ormai icone dell'immaginario collettivo, mentre il motto “Il sonno della ragione genera mostri”, inscritto nel più celebre dei Caprichos, è ben noto anche a chi non si interessa d'arte.

Parte di qui il nostro viaggio di scoperta di Goya, ultimo dei neoclassici, rivelatore delle crepe della ragione illuminista, e primo dei romantici, che porta nell'arte attitudini introspettive inusitate, pennellate rapide e informali, incubi mai visti.
Focoso e anticonformista, critico amaro e seduttore impenitente, artista libero e pittore ufficiale del re, uomo di popolo e di corte, Goya resiste a ogni classificazione e affascina con la sua personalità. Quando, nel 1880, la sua tomba di Bordeaux viene aperta per rimpatriarne le spoglie, si scopre che il teschio è stato trafugato: probabilmente da fanatici della frenologia, curiosi di analizzare il cranio di un soggetto così fuori dal comune.
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Una storia a due facce
Ma se guardiamo alla sua storia, l'evoluzione di Goya non è più così impenetrabile: la Maniera Chiara, fatta di luce diffusa, scene amene e pennellate sciolte, e la Maniera Scura, onirica, drammatica e quasi brutale, si rivelano come facce della stessa medaglia che la storia e le vicende personali hanno ribaltato.
Tra le due fa da spartiacque una grave malattia, che portò l'artista quarantaseienne alla sordità totale. Non a caso il critico Jean Starobinski ha paragonato l'esperienza di Goya a quella di Ludwig van Beethoven. “Non solo per la sordità comparsa dopo la malattia del 1793”, scrive Starobinski, “ma anche per la straordinaria trasformazione stilistica attuata in pochi decenni. Questi due artisti chiusi nella solitudine sviluppano un mondo autonomo, con strumenti che l'immaginazione, la volontà e una sorta di furore inventivo non cessano di arricchire e di modificare, al di là di ogni linguaggio preesistente”.

Un insolito pittore di corte
Giunto a Madrid dal villaggio aragonese di Fuendetodos, Goya inizia la sua carriera ufficiale come disegnatore di arazzi per la Fabbrica Reale di Santa Barbara: scene di campagna e di caccia, che evocano i piaceri della vita all'aria aperta con colori limpidi e brillanti, come nel gusto aristocratico dell'epoca. Ma la spensieratezza bucolica nasconde già dettagli inquietanti: come i volti grotteschi che possiamo osservare nel corteo di La Boda (Le Nozze) o l'espressione vacua del pupazzo che quattro fanciulle fanno danzare in aria nel Pelete (Il Fantoccio), ricondotto da qualcuno a un'amara allegoria dei rapporti uomo-donna.
Promosso a “pittore del re” da Carlo III di Borbone e poco dopo a “pittore di camera” dal suo successore Carlo IV, Goya ritrae i sovrani, la famiglia reale e i personaggi più in vista della corte spagnola in quadri luminosi, che alla tavolozza delicata e impalpabile uniscono una spiccata attitudine psicologica. Al Prado ne sono esempi il Ritratto dei Duchi di Osuna con i figli, pervaso da un insolito senso di intimità, o il Ritratto di Carlo III, dove il re, per nulla idealizzato, appare in tutta la sua goffa ma simpatica umanità.

Il lato oscuro dell'uomo
Ed è proprio un profondo interesse per l'uomo la costante di tutta la carriera dell'artista. Come scriverà più tardi Max Klinger, Goya “fissa l'uomo come si fissa una farfalla, con uno spillo, cogliendolo per lo più nei suoi momenti di follia o malvagità”. Un aspetto evidente nei Quadritos, 11 piccoli dipinti che segnano l'esordio della cosiddetta “Maniera Scura”: interni di manicomio, scene di naufragi, assalti di briganti e individui dalla mente ottenebrata mostrano un approccio intimo alla realtà quotidiana, ma pervaso di tragedia e violenza.
Oltre i recinti della ragione illuminista, si agitano già le pulsioni più brutali dell'animo umano. Troveranno un primo sfogo nei Caprichos (Capricci), un ciclo di 80 incisioni che fotografa con ironia tagliente vizi ed errori, barbarie e follie della società ottocentesca. Tra i bersagli dell'eccezionale vignettista, la decadente aristocrazia della corte di Carlo IV si incarna nella figura dell'asino. In uno dei fogli conservati al Prado, un nobile dalle lunghe orecchie è ritratto mentre contempla il proprio albero genealogico, composto inevitabilmente da generazioni di somari.
Ma la furia della storia incombe sulla Spagna e sulla vita di Goya, che nella primavera del 1808 osserva con i propri occhi le atrocità della rivolta contro il governo di Giuseppe Bonaparte, imposto da Napoleone. Le trasferirà in una serie di incisioni e in due quadri memorabili, assurti a simbolo della barbarie di ogni guerra. Tra i gioielli del Prado, Il 2 e il 3 maggio 1808 catturano la nostra attenzione con sprazzi rosso sangue e scene ad alto contenuto di emozioni. Se il primo ci catapulta nella concitazione caotica di una battaglia di strada, il secondo ci mostra la violenza ordinata e ufficiale di un plotone di esecuzione e le reazioni variegate dei protagonisti della resistenza popolare. “


Gli incubi delle Pinturas Negras
C'è una parte dell'opera di Goya che ha rischiato di andare perduta e che invece è tra le più interessanti. Si tratta delle cosiddette Pinturas Negras (letteralmente “pitture nere”) che l'artista realizzò sulle pareti della Quinta del Sordo, la casa di campagna alla periferia di Madrid dove si ritirò negli ultimi anni della sua vita in seguito alla svolta assolutista di Ferdinando VII: immagini spaventose che, in rapide pennellate, danno forma a incubi e ossessioni, lasciando emergere per la prima volta nella storia dell'arte il caos violento dell'inconscio.
Si devono al barone di Erlanger, successivo proprietario della casa, il loro trasferimento su tela e la donazione al Museo del Prado.
La più nota delle Pinturas Negras è certamente Saturno che divora i suoi figli, in cui espressionisti e surrealisti riconobbero l'esordio dell'arte moderna. Goya sviluppa il tema mitologico già affrontato da Rubens con un furore espressivo senza precedenti, che ne evidenzia la follia irrazionale.
Altro aspetto nuovo dei dipinti della Quinta del Sordo è il carattere privato, sganciato da pubblico e committenza, che mostra un'evoluzione radicale della figura dell'artista.

Un nudo che fa scandalo: la Maja
Ma Goya è anche il pittore della Maja desnuda e della Maja vestida, la bella che ammicca da due quadri gemelli su cui gli esperti non hanno mai smesso di interrogarsi. Si ignora chi sia stato il committente delle opere, né si conosce l'identità della modella: c'è chi vi ha riconosciuto la duchessa di Alba, con cui pare che il pittore avesse intrecciato un'affettuosa amicizia.
Certo è che uno dei suoi proprietari, il nobile Francisco Godoy, subì il sequestro del Tribunale dell'Inquisizione, andando incontro a un processo in cui fu coinvolto lo stesso Goya.
In un'epoca in cui i palazzi di Madrid traboccavano di veneri e ninfe dipinte, ciò che realmente suscitò l'accanimento dei censori fu la scelta del nudo svincolato da ogni pretesto mitologico. Oltre sovrastrutture e idealizzazioni, Goya aveva scelto ancora una volta di aderire alla realtà, giungendo a mostrare i peli pubici per la prima volta nella storia dell'arte.
Si dice che i due quadri siano nati per essere esposti uno sull'altro: sollevando la Maja vestida, la stessa donna sarebbe apparsa nella medesima posizione senza abiti né trucco, maliziosa e fiera della propria bellezza su un letto di lenzuola stropicciate.
Le Majas furono separate nelle sale della Real Accademia di San Fernando, dove la Desnuda fu confinata in una stanza ad accesso controllato insieme ad altri nudi. Ciò non impedì a Édouard Manet di ammirarla e di trarne ispirazione per un altro scandaloso capolavoro: l'Olympia.

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