Nuove frontiere per l’antico: ne parlano il direttore Paolo Giulierini e la professoressa Antonella Coralini

Picta Fragmenta: al MANN la pittura vesuviana guarda al futuro

Picta Fragmenta, courtesy Museo Archeologico Nazionale di Napoli
 

Francesca Grego

11/04/2018

Napoli - A quasi tre secoli dalla sua scoperta, Pompei continua a dispensare sorprese. Per rendersene conto non è necessario scavare nel sottosuolo: “Spesso i veri tesori sono nascosti negli stessi musei. Non a caso le novità più rilevanti oggi arrivano dalle archeologie alibi, cioè dagli scavi in archivio e in deposito”, osserva Antonella Coralini, docente di archeologia classica all’Università di Bologna e presidente dell’Association Internationale Peinture Murale Antique, che si dedica da vent’anni alla ricerca sul patrimonio della città sepolta e oggi dirige l’importante Programma Vesuviana dell’Alma Mater in collaborazione con il Museo Archeologico Nazionale di Napoli.
A tornare alla ribalta nei prossimi mesi, prima sotto l’occhio attento degli studiosi e poi sotto lo sguardo del pubblico, saranno le antiche pitture parietali dell’area del Vesuvio: un giacimento di straordinario valore, sempre pronto a stupire neofiti e addetti ai lavori con il fascino di rivelazioni inaspettate, che oggi trova nel MANN una rampa di lancio verso nuovi scenari.
 
Si parte con “Picta Fragmenta”, un convegno dall’approccio curioso e multidisciplinare in programma al MANN il 13 e il 14 settembre, che rileggerà da prospettive inedite i quattro stili della pittura vesuviana.
E da febbraio 2019, sempre presso il museo partenopeo, le ultime acquisizioni si tradurranno in due mostre che promettono di coniugare la qualità scientifica con un accattivante taglio divulgativo: la prima svelerà ai visitatori i segreti dei più recenti scavi condotti nei depositi del MANN, la seconda punterà l’attenzione su un sorprendente repertorio di nature morte vesuviane.
Come racconta ancora la professoressa Coralini, vedremo finalmente esposte “le pitture parietali di Praedia Iuliae Felicis, uno dei complessi più interessanti dell’ultima Pompei, riscoperte proprio nel corso di indagini negli archivi e nei depositi del Museo Archeologico di Napoli da Valeria Sampaolo, già Conservatore Capo delle Collezioni del MANN e massima esperta della pittura parietale dai siti vesuviani. Dopo un accurato restauro, ad opera del Laboratorio del Museo, questi reperti ritrovati da Karl Weber nel Settecento sono ritornati leggibili e hanno restituito un importante tassello per la nostra conoscenza del complesso cui appartenevano: un aspetto inatteso, che solo Valeria Sampaolo ha saputo riscoprire e mettere in valore”.
 
Che cosa vedremo nelle esposizioni in cantiere per il 2019?
“La mostra di tema pompeiano avrà il titolo di ‘Scavi in museo. L'Insula IX 8 di Pompei’ e l'obiettivo di valorizzare le potenzialità delle ‘miniere della memoria’: archivi, biblioteche e depositi del MANN. Attraverso un caso specifico, un isolato di Pompei scavato fra 1879 e 1880 i cui reperti sono conservati al Museo, si mostrerà come l'archeologia alibi sia di fondamentale importanza per il restauro della memoria, ovvero per il recupero dell'enorme bacino di scavato e di inedito che caratterizza il patrimonio archeologico italiano. La mostra offrirà anche la possibilità di far uscire dai depositi materiali di solito non visibili nel percorso museale, in coerenza con la linea ‘Mai visti’ del Piano Strategico del MANN.
Allo stesso risultato tenderà anche il progetto espositivo sulle nature morte nella pittura parietale dei siti vesuviani. Questa importante parte della Collezione degli Affreschi del Museo sarà presa in esame con un approccio contestuale, alla ricerca dei possibili significati di queste immagini al momento della loro esecuzione. Le nature morte costituiranno anche la base di partenza per un’indagine del valore del cibo nel mondo romano. Infine, in entrambe le mostre un ruolo importante sarà svolto dalle ricostruzioni tridimensionali dei contesti originari”.

Picta Fragmenta. Courtesy MANN

Un desiderio di attualizzazione dell’antico coerente con gli orientamenti degli ultimi progetti espositivi del Museo Archeologico Nazionale di Napoli, capaci di rintracciare spunti e risposte a domande del presente in opere create molti secoli fa.
Come ci spiega il direttore del MANN Paolo Giulierini, “L'occhio e il milieu culturale di chi guarda oggi alle opere antiche differiscono enormemente da quelli del visitatore del Grand Tour, ma anche dalle generazioni immediatamente precedenti alla nostra che, ad esempio, non hanno conosciuto la presenza pervasiva delle tecnologie di comunicazione. Queste trasformazioni sono state determinanti, in primis, per Pompei, il cui mito risorge dalle proprie ceneri, sempre diverso, in ogni epoca”.
“Occorre tener presente che la percezione dell'antico varia continuamente nel tempo e nello spazio - continua Giulierini - Questa consapevolezza porta a un maggiore rispetto per i tanti mondi antichi, che non necessariamente si ispirarono ai valori della cultura occidentale, nonché all’idea di un museo che, più che aver la pretesa di educare, può proporre modi di vita, forme di cultura e grandi picchi delle civiltà, ma anche denunciare in maniera spietata gli abissi toccati in passato, facendo sempre emergere, prima delle opere, l'uomo, con la sua genialità e i suoi lati oscuri. In questo modo il museo entra a pieno titolo nel dibattito sul contemporaneo, e non rimane relegato nell'ambito dell'archeologia e dell'arte.
Alla luce di queste linee guida, si intuisce facilmente che le mostre del MANN, da ‘Amori Divini’ a ‘Canova: più grande degli antichi’ a ‘Mann@Hero’ respirano tutte la stessa aria”.
 
Quali sono le nuove prospettive che guideranno la rilettura dei quattro stili pompeiani? Quali le ultime acquisizioni sull’argomento e le direzioni più feconde degli studi attuali?
“La pittura vesuviana mantiene ancora oggi il suo ruolo di caso di studio privilegiato, nonostante gli scavi e le ricerche dell'ultimo secolo abbiano restituito altri siti di grande importanza quali, per il mondo classico, Ostia, Efeso e Zeugma”, risponde la professoressa Coralini:
“La griglia tassonomica proposta dall’archeologo tedesco August Mau, che nella seconda metà dell’Ottocento classificò le pitture romane di Pompei in quattro tipologie legate allo stile e al periodo di esecuzione, è stata ripresa e affinata da più generazioni di studiosi e rimane un ottimo strumento di lavoro.
Ma l'attenzione oggi si rivolge soprattutto ai contesti: agli insiemi e ai sistemi cui quelle decorazioni appartenevano. All’approccio contestuale si affianca l'attenzione per gli aspetti della produzione, dalla scelta dei pigmenti alle tecniche di realizzazione, fino alla formazione e alla trasmissione del repertorio, sia degli ornati sia dei temi figurati. Nuove interessanti prospettive per la ricerca e la valorizzazione sono offerte inoltre dal restauro virtuale, soprattutto nella sua versione digitale”.


Picta Fragmenta. Courtesy MANN

Professoressa Coralini, quali novità possiamo aspettarci dal convegno “Picta Fragmenta” in programma al MANN per settembre?
“Il convegno di settembre, fortemente voluto anche da Valeria Sampaolo, ha l'ambizione di delineare un quadro dello stato delle conoscenze e degli approcci sulla pittura parietale dei siti vesuviani all'interno del contesto campano, in una prospettiva molto più ampia di quella tradizionale. Quello che ci aspettiamo è che il tema del convegno sia interpretato da ricercatori di tutti i settori che hanno nella pittura vesuviana il proprio oggetto di interesse: non solo archeologi e storici dell'arte, ma anche specialisti di archeometria e archeografia.
In quest’ottica, i due giorni di settembre 2018 apriranno la strada a un altro convegno internazionale: il MANN promuoverà e ospiterà nel 2019 il XIV Convegno dell'Association Internationale pour la Peinture Murale Antique. In quell'occasione, nell'arco di cinque giorni, dal 9 al 13 settembre, si parlerà di pittura parietale antica con un approccio integrato: attraverso la presentazione di esperienze e casi di studio provenienti da tutto il mondo si faranno discorsi sul metodo, per valorizzare le sinergie fra i diversi settori disciplinari”.
 
Come si inserisce in questo contesto la collaborazione tra il MANN e l’Università di Bologna?
Si tratta di un rapporto nato nel 1997, agli inizi del Programma Vesuviana, con cui da oltre vent'anni l'Università di Bologna contribuisce alla conoscenza e alla valorizzazione dei siti archeologici vesuviani, a partire da Pompei. Sin dai suoi primi anni di vita il Programma Vesuviana e i suoi progetti hanno investito risorse ed energie nelle archeologie alibi e nelle linee di ricerca che attraversano il MANN, in particolare nel recupero dei vecchi scavi. Protagonista di questa collaborazione è stata per il MANN Valeria Sampaolo, che tuttora conserva la responsabilità scientifica dei progetti condivisi con l'Alma Mater.
Nel 2016 il Direttore del Museo, Paolo Giulierini, d'intesa con Valeria Sampaolo, ha voluto rafforzare quella collaborazione, facendo del MANN il partner di ricerca dell'Alma Mater.
 
Può parlarci dell’Insula del Centenario di Pompei, protagonista della mostra del prossimo febbraio?
“Nel 1998 il Programma Vesuviana ha dato vita al suo progetto per Pompei, tuttora in corso, dal 1998 al 2016 con il nome di progetto ‘Pompei. Insula del Centenario (IX 9)’ e dal 2017 con quello di ‘Pompei 1998-‘.
Fortemente vocato alla transdisciplinarità e alla sinergia fra ricerca, didattica e comunicazione, il progetto Pompei del Programma Vesuviana ha trasformato l'insula ‘adottata’ come caso di studio in cantiere- scuola e laboratorio: nell'arco di vent'anni almeno 300 studenti dell'Alma Mater hanno potuto misurarsi con il campione pompeiano, lavorando con ricercatori di diversi settori disciplinari”.
 
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