Dal 20 marzo al 24 giugno alla Galleria Nazionale d'Arte Moderna e Contemporanea

Alla Gnam 17 artisti africani raccontano l'ebbrezza di "essere altro"

Bili Bidjocka, Purgatorio, 2014, Courtesy Sindika DokoloFoundation, Bruxelles
 

Samantha De Martin

19/03/2018

Roma - Un invito ad uscire da se stessi, a vivere l’ "ebbrezza di essere altro". È questa la proposta della mostra I is an Other / Be the Other, a cura di Simon Njami, un omaggio dedicato all’opera di 17 artisti contemporanei di origine africana che condividono un orizzonte di ricerca comune sul rapporto con l’ignoto, che si esplica a partire dall’incontro con l’altro.

“Questa mostra parla di alterità, di quell’alterità che considera l’altro il prolungamento di noi, che lo identifica con noi. Vogliamo interrogarci sullo stato del nostro mondo attuale e l’arte è senza dubbio la via più diretta per penetrare nel cuore delle passioni che ci animano. Che cosa rappresenta un’opera d’arte se non il continuo andirivieni tra visibile e invisibile, Una mediazione in grado di tessere un filo tra le nostre emozioni e la nostra ragione?”.

Il percorso espositivo, in corso fino al 24 giugno alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea, è soprattutto un invito a vivere intensamente l’esperienza dei giochi di ruolo, individuando nel rapporto con l’altro il punto di partenza per la conoscenza del mondo.
E della relazione con l’altro parlano le 34 opere - tra pitture, sculture, installazioni, fotografie e performance - alle quali ciascun artista, con la propria capacità visionaria e le energie scaturite dai lavori, affida la propria ricerca dell’alterità, ora attraverso la mitologia, ora tramite l’elemento visionario, e ancora l’ironia, il gioco.

Ed è per questo che, accanto alle sculture di Nick Cave, che evocano ritualità immaginarie, ed ai costumi che reinventano riti profani, si affianca la Divina Commedia di Maurice Pefura - una sorta di labirinto che introduce lo spettatore ad un rito di iniziazione, mentre il trittico del camerunese Bili Bidjocka è un viaggio privo di qualsiasi ordine temporale, tra Inferno, Purgatorio e Paradiso, che procede “Out of Joint”.

E ancora, le riletture ironiche di Mehdi-Georges Lahlou si intrecciano alle figure mutanti di Theo Eshetu, inglese di nascita, dove i molteplici volti si uniscono a formare una figura unica dalle sembianze universali. E se il pittore di Cuba Wifredo Lam rivisita il pantheon vudù cubano come una bussola che non indica alcuna direzione, il sudafricano Igshaan Adams descrive l’arte tessile attraverso le linee geometriche di un labirinto - mentale piuttosto che fisico - che non conduce in nessun luogo.

«Il primo motore della tua esistenza - spiega Simon Njami, che dal prossimo 22 giugno curerà al MAXXI African Metropolis. Una città immaginaria, un’altra mostra dedicata alla cultura africana - quello che ti fa uscire dalla tua caverna per spingerti oltre, oltre ciò che hai già visto e che già sai, è il bisogno di un altro. In ogni caso, favorevole o contrario, solo un altro ti permette di costruirti. È d’obbligo dunque ringraziarlo. Senza un altro, rinchiuso in te stesso, non avresti alcuna presenza nel mondo».

Citando Rimbaud e prendendo spunto dallo psicanalista francese Jacques Lacan, il progetto a cura di Njami inscena un dialogo tra mitologie e archetipi, fondendo biografie, passioni, ossessioni, inserendo Dante e la Divina Commedia in un contesto estemamente attuale.

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