Il capolavoro di Piazza Navona raccontato dall'autore del Codex Seraphinianus

Da Serafini a Bernini: viaggio alla Fontana dei Quattro Fiumi

Luigi Serafini
 

Luigi Serafini

13/04/2020

Roma - Vorrei parlarvi ora della Fontana dei Quattro Fiumi di Gian Lorenzo Bernini, nella romana Piazza Navona.
Dunque, l’ho scelta perché non credo esistano in Occidente altri capolavori così umilmente disponibili per tutti noi, di giorno e di notte, in ogni stagione e con ogni meteorologia, cioè in una pubblica piazza, al di fuori di chiese, di regge o di musei.



Gian Lorenzo Bernini nacque a Napoli nel 1598, da Pietro, scultore toscano tardo manierista, e dalla napoletana Angelica Galante, donna del popolo. E a Napoli visse i suoi primi 8 anni, seguendo spesso il padre che lavorava in quella Certosa di San Martino, da cui si contempla un paesaggio urbano e naturale unico al mondo.

Forse basterebbe questo per comprendere Bernini, ovvero un fenomeno in cui il Rinascimento toscano ormai al tramonto, riceveva nuova linfa dall’energia del Golfo e del Vesuvio.
Egli infatti fu scultore, architetto, urbanista, scenografo, commediografo e, come pittore, anche inventore del selfie, come diremmo oggi. Infatti, non si conoscono altri artisti, per lo meno fino al presente, così interessati alle proprie sembianze. Lo testimoniano i numerosi autoritratti, malinconici e di piccolo formato, che lui si fece con continuità, come interrogandosi instancabilmente sull’enigma del proprio Genio.

Ed ebbe una madre, Angelica Galante, nel cui nome si rivela un misterioso ossimoro, ovvero Apollo (Angelica) e Dioniso (Galante), quasi come una predestinazione. Vale la pena ricordare che gli attributi di queste due divinità si fusero anticamente nel mito di Orfeo, apollineo e dionisiaco al tempo stesso. Ed in questa figura originaria si cela, a mio avviso, l’essenza artistica di Gian Lorenzo, che aveva nove anni quando a Mantova, alla corte dei Gonzaga, venne messo in scena il rivoluzionario Orfeo del divino Monteverdi.

La Fontana dei Quattro Fiumi fu realizzata tra il 1648 e il 51, essendo papa Innocenzo X, Pamphilj, il quale pensò di oscurare il suo predecessore, Urbano VIII, attraverso il talento del Bernini.
Evidentemente Innocenzo X era uno che di Arte se ne intendeva, tant’è che diede l’incarico a Diego Velasquez per quel suo ritratto, che, secoli dopo, ossessionò Francis Bacon a tal punto che ne dipinse una quarantina di varianti.

In questa Fontana, che definirei dell’Eterna Bellezza, il Bernini, come un novello Orfeo, incantò il leone, i serpenti, il coccodrillo, il cavallo selvaggio, il drago e il mostro marino. E poi sollevò verso il cielo un obelisco, simbolo egizio del Sole-Rha, nel quale i Greci riconobbero Apollo, e che oggi ci evoca l’Apollo 11 sulla rampa di lancio.
Il Cielo si unisce così alla Terra attraverso meravigliosi capricci di rocce in travertino, su cui troneggiano quattro giganti, forse un po’ ebbri, ovvero i grandi fiumi dei quattro continenti noti a quei tempi. E son loro che fanno sgorgare l’acqua, origine della Vita, da dieci getti, tutti diversi, e che producono un’ininterrotta e solenne sarabanda, idraulicamente orfica.
Per essere iniziati alla sua comprensione, bisogna arrivare lì sul far dell’alba, in modo da poterla ascoltare quando la piazza è deserta.

Sostate, vi prego, davanti alla figura del Gange, che impugna vigorosamente un grande remo e abbandonatevi al suono della sua acqua che scroscia a ventaglio, fino a quando sentirete risuonare dentro di voi il sacro Ohm.
A quel punto cominciate a girare intorno alla fontana in senso antiorario, prima lentamente, poi sempre più velocemente, correndo, correndo, correndo fino allo sfinimento… e allora vi comparirà il sorriso di Dioniso, che, come noterete, avrà baffi e pizzo secenteschi…

Luigi Serafini
Roma, 8 aprile 2020, h 23:45



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