Un viaggio nella Parma più segreta, tra mostre, capolavori e sorprese inattese.

In fuga a Parma

Erté - Romain de Tirtoff (1892 - 1990), Salomé, 1926, Tempera su cartone, cm 30 × 39, Collezione Franco Maria Ricci, Labirinto della Masone, Fontanellato (Pr) | © Chalk & Vermilion LLC / SIAE
 

Paolo Mastazza

27/03/2026

Parma - C'è una frase di Stendhal che continua a lavorare sotto la superficie di chiunque abbia amato l'Italia con quella forma di intelligenza obliqua che distingue i grandi lettori dai semplici viaggiatori. Nelle pagine de La Certosa di Parma, la città emiliana non viene mai descritta. Non i palazzi, non le piazze, non il duomo. Eppure Parma è là, presente come un'aria che si respira senza vederla, un tono, una temperatura sottile, una tensione tra desiderio e distanza che il romanzo porta avanti per centinaia di pagine senza mai dichiararsi. Adam Begley, in un vecchio articolo sul New York Times, scriveva che questo romanzo "evoca il luogo esattamente" senza mai descriverlo, offrendo al visitatore un barlume della sua anima segreta. Non la città com'è. La città com'è fatta. Questo è il modo giusto di avvicinarsi a Parma: senza arrivarci. Immaginandola.


Giulio Aristide Sartorio, La Sirena (Abisso verde), 1893, Olio su tela, Torino, GAM - Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea | Courtesy Fondazione Torino Musei | Courtesy © Fondazione Magnani Rocca

Così il viaggio inizia fuori. A Mamiano di Traversetolo per esempio, qualche chilometro a sud-est del centro, lungo una strada che attraversa la campagna parmense come un'increspatura nel tempo, dove sorge la Fondazione Magnani-Rocca nella sua Villa dei Capolavori. Nelle sale che ospitano opere capitali di Monet, Renoir, Cézanne, Tiziano, Dürer, Goya, Canova, Morandi, Burri, fino al 28 giugno 2026 viene ricostruita la mappa di un movimento che trasformò il sogno, il mito e il mistero in linguaggio pittorico. L'esposizione si intitola Il Simbolismo in Italia. Origini e sviluppi di una nuova estetica 1883-1915, e il nome scelto per raccontarla è già, in sé, un programma: origini, sviluppi, nuova estetica. Parole che promettono ordine là dove l'opera esibisce inquietudine.

Un paysage d'âme vivente, dove il visitatore può prolungare l'esperienza simbolista tra piante esotiche, alberi monumentali e i celebri pavoni, non a caso emblema del movimento. I pavoni camminano nel parco con quella lentezza che non è indifferenza ma una forma di consapevolezza estetica, come se sapessero di essere parte della Villa, come se il piumaggio iridescente fosse anch'esso un'opera da leggere. Dentro, le sale si articolano in sette sezioni che attraversano la natura come organismo vivente, il mito come esperienza perturbante, la figura femminile come presenza ambivalente. Tra i capolavori esposti: Abisso verde di Sartorio, L'Amore nella vita di Pellizza da Volpedo, opere di Segantini, Previati, Galileo Chini.

Il punto non è soltanto celebrare un movimento, ma rimettere in chiaro un lessico: distinguere chi costruì consapevolmente un linguaggio simbolista da chi ne sfiorò i temi come una moda iconografica. E far emergere la mappa di un'Italia che non è periferia dell'Europa, ma laboratorio in dialogo serrato con il suo tempo. Il simbolismo è spesso raccontato come una questione di malinconia, di sirene e sfingi, di figure sospese tra sacro e profano. La mostra di Magnani-Rocca propone qualcosa di più severo: un argomento critico, una tesi. Che l'Italia simbolista non fosse un'eco tardiva di Moreau o Böcklin, ma una fisionomia autonoma, riconoscibile nella sintesi tra tensione spirituale e paesaggio dell'anima. Uscendo, il giardino appare più nitido, come se la luce fosse stata ricalibrata dall'interno.

L'eleganza come struttura, al Labirinto di Franco Maria Ricci

Da Mamiano, la strada porta verso Fontanellato, un borgo che porta nel nome qualcosa di acquatico e sotterraneo, dove Franco Maria Ricci, editore visionario e cultore del bello, ha costruito il labirinto più grande del mondo: oltre 300.000 piante di bambù su più di otto ettari, un progetto nato da una scommessa con Jorge Luis Borges nel 1977 e inaugurato solo nel 2015, con la pazienza di chi sa che le cose belle non si concedono alla fretta. Al centro del labirinto, nel Labirinto della Masone, è allestita fino al 28 giugno 2026 la mostra Erté. Lo stile è tutto.


Erté -Romain de Tirtoff (1892 - 1990), Testa di manichino per Pierre Imans in "La Reine de Saba", 1927, Tempera su carta, 38.5 × 28.2 cm, Collezione Franco Maria Ricci, Labirinto della Masone, Fontanellato (Pr) | Courtesy © Chalk & Vermilion LLC /SIAE

Icona assoluta dell'Art Déco
, Erté, pseudonimo di Roman Petrovič Tyrtov (1892-1990), è stato artista, scenografo e designer russo-francese capace di trasformare l'eleganza in visione. Le sue figure slanciate, i dettagli ornamentali ricercatissimi e i colori audaci hanno dato forma a un immaginario seducente, diventato simbolo del lusso e del glamour del Novecento. Giunto a Parigi dalla Russia nel 1912, Erté inizia a lavorare giovanissimo per Paul Poiret, poi per Harper's Bazaar, circa duecento copertine fino al 1937, e firma scenografie e costumi per Mata Hari, Mistinguett e i Folies Bergère.

Fu proprio Ricci a pubblicare, nel 1970, il primo importante volume in lingua italiana dedicato a Erté, con un testo di Roland Barthes. In quell'occasione alcune sue opere entrarono a far parte della collezione oggi conservata al Labirinto. C'è qualcosa di perfetto nella coincidenza: Barthes, che scrisse così lucidamente di moda come sistema di segni, che incontra Erté, il quale fece della linea un sistema di potere. L'eleganza come struttura, non come ornamento. Questo è il senso profondo della mostra, e il labirinto, con i suoi percorsi che si moltiplicano e le direzioni che si aprono e si richiudono, è il contenitore ideale per un'opera che rifiuta la dispersione.

Il Novecento come peso specifico

Quando Parma si avvicina, lo sguardo è già cambiato. Non si arriva più in cerca di conferme, ma con una disponibilità diversa, quella di chi ha già attraversato due soglie e sa che la città richiede una terza forma di attenzione. A Palazzo del Governatore, in Piazza Garibaldi, è appena aperta, dal 27 marzo al 26 luglio 2026, la mostra Bernardo Bertolucci. Il Novecento. L'esposizione celebra il cinquantesimo compleanno del film: presentato al 29° Festival di Cannes nel maggio 1976, fu salutato da subito come un classico contemporaneo, oggetto di polemiche, dibattiti, interpretazioni e dispute che ne fanno una delle opere più acclamate e discusse degli anni Settanta.


Foto di scena dal set del film Novecento, 1976, courtesy © Fondazione Bernardo Bertolucci | Palazzo del Governatore, Parma

Il percorso si articola in venticinque stanze e quattro macro-sezioni: il contesto, cioè gli anni Settanta e l'Emilia dei Bertolucci, con manifesti, prime edizioni, fotografie e reperti privati della famiglia; le riprese, con video inediti e la leggendaria partita di calcio "900 vs Salò"; il film, restituito attraverso un dialogo tra opere d'arte e installazioni che raccontano la struttura "a spirale" tra tempo ciclico e tempo lineare; e infine la ricezione, inaugurata dal trionfo pittorico delle bandiere rosse. Tra le opere pittoriche figurano capolavori di Lucio Fontana, Mario Schifano e Renato Guttuso.

Bertolucci era di Parma. Suo padre Attilio era un poeta, suo fratello Giuseppe un regista. La famiglia produceva immagini come la terra di Emilia produce grano, con quella densità che viene dall'appartenenza a un luogo. Novecento racconta mezzo secolo di storia italiana attraverso le vite parallele di Olmo Dalcò e Alfredo Berlinghieri, nati lo stesso giorno del 1900 nella campagna della Bassa Padana. Robert De Niro, Gérard Depardieu, Burt Lancaster, Dominique Sanda, Alida Valli, Donald Sutherland. La fotografia di Vittorio Storaro, la colonna sonora di Ennio Morricone, il montaggio di Kim Arcalli. Trecentodiciassette minuti nella versione originale: un film che non finiva perché il Novecento non voleva finire.

La Pilotta, e due modi di abitare la pittura

Il Complesso della Pilotta raccoglie e concentra tutto. È un edificio che funziona per accumulo, per stratificazione, come la città stessa. Dentro ci sono il Teatro Farnese, costruzione lignea del Seicento che trasforma l'architettura in esperienza prima ancora che in funzione; il Museo Archeologico Nazionale; e la Galleria Nazionale di Parma, dove il percorso si dispone in sequenza fino a un punto in cui si arresta. Davanti alla Schiava Turca del Parmigianino. Il volto è levigato, compatto, privo di qualsiasi vibrazione accidentale. Lo sguardo si dirige verso chi guarda senza stabilire un contatto, una distanza che non è freddezza ma una forma di sovranità. La mano sul seno introduce un gesto che resta aperto, sospeso tra più possibilità. Parmigianino aveva vent'anni quando dipinse questo ritratto: l'eleganza come armatura, il mistero come postura. È un'opera che non offre soluzioni, che si intensifica più la si osserva, che tiene il visitatore in uno stato di attesa indefinita.


Francesco Mazzola, il Parmigianino, Ritratto di giovane donna detta "Schiava turca", 1532, Parma, Galleria Nazionale

Accanto, La Scapigliata di Leonardo da Vinci si presenta con una qualità completamente diversa. La figura emerge dalla materia pittorica con una leggerezza che lascia visibile il processo stesso della sua formazione, come se Leonardo avesse dipinto non il risultato ma il gesto, non la forma ma il suo apparire. Il volto prende forma e si disperde nello stesso tempo. Due immagini, due tensioni, due modi di abitare lo spazio della pittura: una che si chiude in una perfezione rigorosa, l'altra che rimane aperta come una domanda.

Nella stessa Galleria, Correggio, Guercino, Tintoretto. Parma non è una città di secondo rango: è una città che ha deciso di trattenersi, di non gridare la propria ricchezza, di lasciarla scoprire a chi sa aspettare.

Sempre alla Pilotta, il Museo Bodoni ospita Dialogo con Bodoni, il nuovo dittico di Lorenzo Marini: le lettere che emergono come forme autonome, il segno tipografico che acquista peso fisico e modifica la percezione della pagina. Bodoni, il grande tipografo parmense del Settecento, è ancora qui, ancora capace di interrogare il modo in cui leggiamo e organizziamo il pensiero.

Altre velocità

Le altre mostre si distribuiscono nella città come punti di diversa intensità. Più scontate, banali. Ma a qualcuno forse piaceranno comunque. Ce n'è per tutti i gusti qui a Parma. Impressionisti. 100 anni di riflessi. Da Monet a Bonnard, a Palazzo Tarasconi, offre una linea di attraversamento più immediata, più riconoscibile. Steve McCurry. In viaggio, a Palazzo Pigorini, costruisce un'altra velocità possibile, quella dello sguardo che attraversa il mondo cercando non la notizia ma il momento che la contiene. Restano disponibili, come alternative, come respiri laterali "mainstream" rispetto alla concentrazione richiesta dalla Galleria Nazionale.

La sera, al Teatro Regio

Il Teatro Regio di Parma si inserisce in questa continuità come uno spazio in cui le forme si incarnano. La sera del 28 marzo va in scena Manon Lescaut di Puccini: una storia di desiderio e rovina, di una donna che non riesce a scegliere tra la sicurezza e la vita. La tensione musicale e drammatica di Puccini attraversa la scena con la stessa precisione che si ritrova nelle immagini viste poco prima, quella zona in cui forma e contenuto smettono di distinguersi. Il 2 aprile, il Balletto del Teatro Nazionale Croato Ivan Zajc di Fiume introduce una dimensione fisica, in cui il corpo diventa il luogo in cui il movimento prende senso. E poi Artemis Danza. Vale la pena ricordare che nelle scorse settimane il Regio ha ospitato anche un'Orfeo ed Euridice firmata da Shirin Neshat, artista iraniana prestata all'opera che ha fatto del confine tra corpo e politica il territorio della sua arte. Un teatro che mette in relazione linguaggi diversi senza gerarchie è, a suo modo, una città.

Sedersi, alla fine

Parma funziona meglio quando si smette di seguire un ordine, quando si lascia che una deviazione conduca a un'altra, che un vicolo porti fuori dal programma, che una vetrina, un odore di salumi e di culatello, un portone aperto su un cortile inatteso interrompano il percorso e lo ridisegnino. La città ha quella qualità rara di sembrare sempre sul punto di rivelare qualcosa che non stava nell'itinerario. Un manifesto della Manon Lescaut incollato su un muro scrostato. Un salumiere che profuma come un museo. Un bar dove qualcuno discute di cinema anni '70 con la stessa serietà con cui altrove si discuterebbe di pallone.

Si finisce per sedersi. Si ordina qualcosa. Fuori, la luce cambia sul Palazzo del Governatore. E si capisce che il viaggio non è quello che si era pianificato: è questo, adesso, qui. Ora.