200 anni di mecenatismo, scoperte e identità collettiva

Brescia, il grande romanzo di una città raccontato dai suoi tesori

Hirafuku Hyakusui, Paravento con cormorani, 1929 © Archivio Fotografico Musei Civici di Brescia Fotostudio Rapuzzi
 

Eleonora Zamparutti

03/11/2026

Brescia - Due cormorani neri fermi su un filo d’acqua. Intorno, nebbia e oro, e soprattutto carta nuda. I Paraventi con cormorani che Hirafuku Hyakusui dipinse nel 1929 sembrano a prima vista un soggetto da niente. Ma è quel niente a comandare la scena. La pittura giapponese lo chiama Ma: lo spazio tra le cose, che non è assenza ma respiro, il tempo in cui gli uccelli stanno in relazione e lo sguardo si muove. E chiama Mu ciò che non viene dipinto: non il nulla, ma una possibilità lasciata a chi guarda. Davanti a questi paraventi si prova una calma rarefatta, una lezione di silenzio.

Poi si legge il cartellino. "Deposito dell’Intendenza di Finanza dal sequestro dei beni appartenuti a Benito Mussolini, 1950". I cormorani furono esposti a Roma nel 1930, alla “Mostra Okura di arte giapponese”, e appartenevano al dittatore. Sono ciò che resta di un’amicizia tra Roma e Tokyo che negli anni Trenta fu politica prima che culturale, e che finì nel modo in cui finirono quegli anni. Il silenzio della carta, di colpo, cambia suono.

“Quante storie può raccontare un oggetto?” È la prima delle tre domande che Sandro Debono, museologo e membro di NEMO, la rete dei musei europei, ha posto davanti a questa mostra. “Ogni oggetto possiede una propria biografia che si arricchisce di nuovi significati e relazioni. Ogni scelta mette in luce alcuni aspetti. Ogni oggetto ha la propria storia, ma anche il museo che lo conserva ne costruisce alcune”. I cormorani di Brescia ne raccontano almeno tre: la natura, una filosofia del vuoto, la dittatura. Il museo in un certo senso ha scelto di dirle tutte.



Giulio Paolini, Senza titolo, 2017 © Archivio Fotografico Musei Civici di Brescia Fotostudio Rapuzzi


Un ritrovamento, una città che si mobilita

“Tesori. Il grande romanzo dei musei bresciani 1826-2026” è al Museo di Santa Giulia dal 4 novembre 2026 al 22 agosto 2027. La curano Roberta D’Adda e Stefano Karadjov, direttore di Fondazione Brescia Musei, e comincia idealmente da una mattina d’estate di duecento anni fa.

Il 20 luglio 1826, negli scavi del Capitolium, la terra restituisce un deposito di bronzi romani: la Vittoria Alata, sei teste imperiali, centinaia di frammenti. Non è un caso fortunato. “Nel 1823 l’Ateneo di Brescia, con i fondi di una sottoscrizione pubblica, avviò gli scavi sotto la guida di Luigi Basiletti”, ricorda D’Adda. “I risultati della ricerca necessitarono di un museo”. La città, insomma, si era messa a cercare se stessa, e i bronzi furono la risposta. “Il museo aprì nel 1830, nelle celle stesse del tempio”. Nacque il Museo Patrio, e con esso un gesto che si ripete da due secoli: cittadini, eruditi, collezionisti che portano al museo ciò che hanno di prezioso.

“Si parla di ‘grande romanzo’ perché ci si riferisce proprio alle storie di oggetti e collezionisti”, spiega Francesca Bazoli, presidente di Fondazione Brescia Musei. “È un racconto che descrive l’evoluzione della comunità bresciana nel tempo e dei valori che si riflettono negli oggetti. Da dove veniamo e chi siamo oggi”.

Per Debono parlare di romanzo non significa riferirsi a una cronologia istituzionale, ma a un racconto attraverso le persone, anche figure minori e poco conosciute. “La storia delle collezioni è storia sociale” afferma. “È un racconto di persone scritto dentro un museo”.



Testa di atleta di età romana, marmo, Brescia, Musei Civici © Archivio Fotografico Musei Civici di Brescia Fotostudio Rapuzzi


L’orologiaio, la crocerossina, il soldato innamorato

Le persone, appunto. Il percorso è scandito da venti figure che l’illustratrice Elisa Macellari ha ritratto come i personaggi di una saga: grandi collezionisti, ma anche un orologiaio di fine Ottocento, una crocerossina, un maestro di equitazione, un marinaio, un soldato innamorato, una “accumulatrice seriale”, un sacerdote dalle frequentazioni dubbie, un capitano degli Alpini, un professore di liceo. Accanto a Paolo Tosio, il conte che nel testamento lasciò alla città la sua galleria e fece nascere la pinacoteca che porta il suo nome, ci sono sconosciuti che hanno dato un solo oggetto, ma era il più caro che avevano.

“La mostra mette in rilievo storie minute di cittadini che hanno conferito un bene o più alle collezioni”, dice Karadjov. “I cento oggetti o nuclei di oggetti sono la testimonianza di una sinfonia collettiva, di protagonisti alcuni dei quali sconosciuti. Le collezioni sono l’esito di un concorso corale alla costituzione di un senso di comunità”.

Tre anni di lavoro nei depositi hanno fatto riemergere “vere rivelazioni mai esposte o esposte molto tempo fa”: il fotografo Giuseppe Palazzi, commesso viaggiatore capace di immortalare facce e paesaggi di un'Italia che fu, il disegnatore Fornelli che spediva cartoline illustrate dal fronte del Carso, un’opera di Giulio Paolini acquisita per il bicentenario della Vittoria. Alcune sono arrivate da una chiamata pubblica agli oggetti, altre sono state restaurate grazie a mecenati e ordini professionali.



Elisabetta Kaehlbrandt, L'aranceto (dettaglio), 1915 circa, olio su tela, Brescia, Musei Civici © Archivio Fotografico Musei Civici di Brescia Fotostudio Rapuzzi


Cento oggetti, un allestimento da Wunderkammer

In mostra ci sono cento oggetti, quasi tutti abitualmente conservati nei depositi, disposti come in una camera delle meraviglie: un astrolabio bizantino del 1062 che forse appartenne al cardinale Bessarione, kakemono e maschere africane, bronzetti egizi e vetri, mummie umane e animali, impronte di dinosauro, frammenti delle meteoriti cadute nel Bresciano nell’Ottocento, manifesti di guerra, fotografie, video. E capolavori che di solito stanno altrove: Dürer, Moroni, Romanino, Rembrandt, Hayez.

La griglia è quella del museo ottocentesco, cinque sezioni, Archeologia, Belle Arti, Naturalia e Artificialia, Storia, Culture. Ma ognuna comincia dal presente, con un’opera contemporanea acquisita negli ultimi dieci anni, e risale all’indietro. “La mostra conclude e apre al futuro”, dice Bazoli. “Il patrimonio delle collezioni bresciane è in espansione: i musei si occupano non solo della conservazione e cura, ma anche dell’accrescimento del patrimonio”.

D’Adda non nasconde i punti scomodi. La sezione delle Culture raccoglie oggetti “di un gusto legato all’Orientalismo e al Giapponismo”, frutto “di una fase coloniale di tipo economico e politico di stampo imperialista. Si tratta di un’eredità complessa, che va letta con gli occhi di oggi”. E le Naturalia, con i loro prodotti naturali e manifatturieri tenuti insieme, fotografano “una visione solida da Ottocento” in cui la natura era una risorsa da sfruttare, mentre “oggi l’approccio è molto cambiato: le risorse naturali vanno preservate”.

Ma che cosa c’è di originale? Per Debono è l’angolo di osservazione: “Il museo si apre a nuove interpretazioni con uno sguardo critico verso se stesso. Ci sono oggetti danneggiati e oggetti dimenticati. In un museo storie diverse convivono senza che una cancelli un’altra”.

Un faro per i musei italiani

Il titolo giusto per questo romanzo esiste, ed è scritto in un trattato. La Convenzione di Faro, firmata dal Consiglio d’Europa nel 2005 e ratificata dall’Italia solo nel 2020, dice che il patrimonio non è un insieme di cose ma di valori, e che a custodirli non sono gli esperti ma le comunità. “Tutti i cittadini sono eredi del patrimonio”, spiega Bazoli. “Ogni comunità custodisce e alimenta la responsabilità di conservare, accrescere e tramandare i valori che considera come propri. La mostra serve a far vedere come la comunità bresciana si è assunta questa responsabilità. Da duecento anni, anche adesso”.

È qui che Brescia diventa un esempio, e non solo per se stessa. In Italia ci sono città d’arte in cui i musei sono diventati tappe di un turismo che consuma e non restituisce, e città in cui il filo tra le collezioni e chi vive intorno si è spezzato da tempo. Brescia ha fatto il percorso inverso. “Si è attivato un sistema museale in cui la comunità si è riconosciuta”, dice Karadjov. “I musei sono vivi e la loro storia è tutta ancora da scrivere”.

I cormorani di Hyakusui, con il loro spazio vuoto che tiene insieme le figure, dicono la stessa cosa in un’altra lingua. Un museo è il Ma di una comunità: ciò che sta tra le persone e le fa stare in relazione. Debono chiude così: “L’opera è aperta, mai definitiva. C’è sempre chi vuole contribuire a nuovi significati. E questo rivela l’umanità delle persone”.


Massimo Sestini, Bakary Niakate, Saint-Étienne (Francia), 22 marzo 2019, Brescia, Musei Civici © Massimo Sestini