Franca Ghitti. Una storia di Altri Alfabeti
Franca Ghitti. Una storia di Altri Alfabeti, Museo di Santa Giulia, Brescia I Ph. Ela Bialkowska OKNO studio
Dal 16 Giugno 2026 al 4 Aprile 2027
Brescia | Visualizza tutte le mostre a Brescia
Luogo: Museo di Santa Giulia
Indirizzo: Via Piamarta 4
Curatori: Fausto Lorenzi e Elena Pontiggia
Enti promotori:
- Comune di Brescia
- Fondazione Brescia Musei
Sito ufficiale: http://Bresciamusei.com
Dal 16 giugno 2026 al 4 aprile 2027, il Museo di Santa Giulia a Brescia dedica per la prima volta una mostra monografica a "Franca Ghitti. Una storia di Altri Alfabeti". Il progetto espositivo site specific intreccia alcune delle opere più significative della ricca produzione dell'artista bresciana con il percorso permanente del museo, instaurando un dialogo inedito con i suoi spazi e le sue collezioni.
L’iniziativa, promossa da Comune di Brescia e Fondazione Brescia Musei, curata da Fausto Lorenzi e Elena Pontiggia, in stretta collaborazione con la Fondazione Archivio Franca Ghitti, è il quarto appuntamento di Palcoscenici Archeologici – dopo quelli che hanno visto protagonisti Francesco Vezzoli, Emilio Isgrò e Fabrizio Plessi – il programma culturale che Fondazione Brescia Musei dedica al dialogo tra il bene storico e archeologico bresciano e alcune delle più significative esperienze dell’arte contemporanea italiana di grandi artisti storicizzati che prevede l'installazione, site specific, di opere d’arte all'interno del percorso museale per valorizzarlo e darne una narrazione più attuale. Con questo progetto, realizzato nell’ambito dell’eredità di Bruno Romeda, Fondazione Brescia Musei prosegue inoltre nel mandato orientato alla valorizzazione degli artisti del territorio.
L'arte di Franca Ghitti trae ispirazione e rende omaggio ai molti linguaggi non verbali custoditi nella sua terra, la Valle Camonica: dalle incisioni rupestri del primo sito in Italia a essere dichiarato dall’UNESCO “Patrimonio dell’umanità” - l'artista nel 1964 fu tra i fondatori del "Centro camuno di studi preistorici" - al romanico minore disseminato tra le pievi, fino alla produzione di utensili di ferro. Anche l’esperienza delle Vicinie, antiche comunità di mutuo soccorso, riaffiora nelle sue opere come traccia di una memoria collettiva.
L’esposizione propone, per la prima volta, un inedito dialogo tra alcune delle opere più significative di Franca Ghitti (1932-2012), una delle voci più rilevanti della plastica contemporanea italiana e internazionale, e il percorso permanente del museo che, nel contesto dell’antico monastero di San Salvatore e Santa Giulia, racconta oltre duemila anni di storia della città. I lavori dell’artista camuna sono proposti in dialogo con le testimonianze del mondo romano, longobardo-carolingio, romanico e rinascimentale ed è come se riecheggiassero lo spirito del museo civico, nel rievocare gesti, segni, riti del vivere e del lavorare. Le opere di Ghitti, che provengono dall’Archivio Franca Ghitti, dal Museo Franca Ghitti di Darfo Boario Terme e da una collezione privata, riuniscono sapientemente scultura, pittura e architettura e ribadiscono la capacità di costituirsi come archivio di interi habitat e come memoria collettiva della comunità.
Originaria della Valle Camonica, Franca Ghitti ha sviluppato una ricerca artistica unica nel panorama creativo italiano, costruita a partire dal recupero di materiali legati al lavoro — legni consumati, chiodi, scarti di segheria e di fucina — per trasformarli in opere d’arte che richiamano le forme essenziali della vita quotidiana — mappe, tavole, madie, edicole, porte, cancelli — e che, insieme, assumono la presenza solenne di monumenti rituali e sacrali. L’artista non ha innalzato il memoriale di un mondo perduto, ma ha piuttosto dato vita a un linguaggio visivo tramandato dall’antica struttura sociale, rievocando l’arte popolare attraverso la riaggregazione di pratiche in un complesso mentale e spaziale del tutto contemporaneo, aperto al confronto con il contesto europeo ed extraeuropeo.
Com’ebbe modo di ricordare la stessa Ghitti, “Credo di aver iniziato giocando: segnavo linee di confine sulla terra, inconsapevolmente rifacevo i limiti dei campi, tracciavo la geometria delle coltivazioni, i muretti divisori delle proprietà, il paesaggio nel quale sono cresciuta”. E ancora: “Non ho mai avuto un’idea romantica dell’arte come emozione, sensazione, cosa privata, ma ho sempre cercato una sorta di documentazione, informazione, archiviazione. Non ho cercato la mia voce, ma tutte le voci, soprattutto le voci che nessuno ascoltava: le voci della Valle, che è un frammento della valle del mondo”. In questa tensione tra memoria locale e orizzonte universale, tra saperi manuali e costruzione intellettuale, tra reperto, materia e forma contemporanea, la mostra restituisce il senso più profondo della ricerca di Franca Ghitti: Una storia di Altri Alfabeti.
Il primo incontro con le opere di Franca Ghitti avviene nelle sale dedicate alla storia del monastero benedettino femminile di San Salvatore e Santa Giulia e la cultura della vita monastica. Qui sono esposti due dipinti (Bambino con gatto e Racconto della valle n. 2) che documentano l’inizio del suo percorso artistico e nei quali emerge già l'attenzione alla partizione dello spazio: una superficie organizzata per campiture, quasi come una mappa, anticipando alcuni futuri esiti della sua ricerca. Qui trovano spazio anche le Tavole chiodate, opere che si presentano come “scatole magiche”, in cui l’uso ripetuto dei chiodi dà forma a un linguaggio nuovo, trasformandosi in grafemi di una scrittura arcaica. Accanto a esse si trovano le Mappe, superfici lignee incavate a sgorbia e scalpello che rievocano le rocce incise dagli antichi camuni e tracciano topografie minute di campi, boschi, attività e insediamenti umani.
Si prosegue nel chiostro di Santa Maria in Solario, dove, sotto il porticato, il visitatore incontra un’altra solenne mappa di Ghitti, la Mappa: lunario, che nella perentoria ripetitività del ritmo severo introduce alla scansione ritmica tendenzialmente infinita di Meridiane, spirali e labirinti, installazioni collocate sull’acciottolato del cortile. Realizzate con residui e scarti dei processi di lavorazione del ferro, queste opere sono organizzate secondo geometrie primarie, come nel tentativo di accerchiare e custodire ciò che sta all’interno: una forma che risale alle origini dei segni e della vita.
Si approda quindi al grande chiostro rinascimentale, nell’area nord del monastero, dove si fronteggiano due Boschi. Da un lato la Foresta / Alberi-vela, composta da alberi dalla patina argentea e con un “fogliame” di sfridi di ferro, sembra evocare la foresta guerriera che, nel Macbeth di Shakespeare, avanza contro l’uomo che ha stravolto la legge naturale. Qui però la foresta non è minaccia: è muraglia difensiva, presenza ammonitrice, immagine dell’habitat come protezione, grembo materno. Di fronte, il monito si fa più drammatico: nel Bosco bruciato, come nei falò dei libri di storica memoria, la distruzione della materia diventa immagine di una memoria ferita. È la natura violata, ridotta a testimonianza fragile e severa di ciò che è stato perduto.
Si entra quindi nel cuore della sezione romana, tra i resti delle domus, ricche di decorazioni e pavimenti a mosaico, riemerse nel settore un tempo occupato dall’ortaglia del monastero. Qui i Tondi, realizzati recuperando i fondi di grandi botti, ribadiscono una costante della ricerca di Ghitti: il perfezionamento di gesti essenziali, capaci di mettere in relazione ordini diversi di esperienza. La forma circolare diventa così un “corto circuito” tra antiche sapienze del lavoro e forme del pensiero, tra manualità, misura e memoria. I Tondi si presentano come mappe antropologiche: superfici che raccolgono i codici del misurare, del fare provvista, dell’immagazzinare e, più in generale, della vita còlta nella concretezza della sua quotidianità.
Si prosegue nella sezione romana, dove, in relazione ai manufatti che rievocano le forme del vivere quotidiano, sono esposte le Pagine chiodate e la Porta del silenzio. Le Pagine chiodate si presentano come il palinsesto di un libro delle fatiche, dei dolori e delle pene dell’esistenza: fogli composti con vecchi registri, scartafacci e giornali macerati e oliati, nei quali il colore si deposita e si stempera dentro la materia. Su queste superfici si intreccia una doppia scrittura, fatta di gessi e di vecchi chiodi rudimentali, che dialoga con impronte, tracce e trame di segni quasi illeggibili. Il patimento della materia diventa così inseparabile dal gesto che ordina, incide e custodisce.
Il percorso giunge poi alla sezione dell’Età dei Comuni e delle Signorie, tra testimonianze romaniche e gotiche, capitelli, sculture e affreschi. Qui trovano spazio piccole sculture lignee di Ghitti, esempi del suo “romanico minore”, insieme a elementi di sculture in vetrocemento, che si riallacciano alla tradizione delle vetrate colorate delle chiese romaniche e gotiche.
Nella basilica di San Salvatore sono presentati alcuni tra i lavori più celebri di Franca Ghitti, segnati da una forte prossimità alla dimensione sacrale. Al centro dell’originario nartece, rialzato rispetto alla pianta del complesso e circondato da affreschi del Duecento, si colloca un altro Bosco: un addensarsi di Alberi-libro, stele lignee che alludono al “liber”, lo strato ricavato sotto la corteccia, e alla custodia del sapere di una comunità. Liste, tacche e intagli compongono così una scrittura silenziosa, fatta di segni incisi nella materia. Il Bosco diventa luogo delle provviste e dell’iniziazione alla vita, spazio in cui si prende coscienza che l’esistenza umana non si esaurisce nell’arco di una sola vita. In questo ambiente sospeso, le opere danno forma a uno spazio sacro delle relazioni umane, abbracciando il cerchio delle offerte: un’imbandigione di tazze di siviera, strumenti che nelle antiche fucine servivano a versare il metallo fuso nelle forme e che qui assumono il valore di una ritualità cerimoniale.
Una stele Albero-ferito, attraversata dallo squarcio di una lamina rossa, si erge nella cappella dedicata a Sant’Obizio, il santo-guerriero camuno le cui storie furono affrescate da Romanino, tra i grandi protagonisti del primo Cinquecento bresciano e autore di importanti cicli pittorici nelle pievi della Valle Camonica tanto presenti nell’immaginario di Ghitti. Di fronte, nella cappella della Vergine, sono raccolti alcuni esempi delle Vicinie: tavole composte con legni recuperati da antichi arredi di case e botteghe. Il loro nome rimanda all’istituto solidaristico delle vicinie, le assemblee dei valligiani che regolavano confini, diritti d’uso e gestione dei beni essenziali alla sopravvivenza della comunità. Nelle opere di Ghitti, queste forme evocano clan, corporazioni del lavoro, rituali e processioni dell’habitat camuno: un’arte corale, nata dal recupero di materiali vissuti, lavorati, segnati dal tempo e dall’uso.
Nell’attigua cappella dedicata a San Giovanni Battista, dove un recente restauro ha restituito importanti affreschi del secondo Trecento attribuiti al Maestro di Lentate, è collocato il severo e imponente Tondo di Wiligelmo. Il riferimento al grande scultore del XII secolo, tra i più celebri dell’arte romanica italiana, assume per Ghitti il valore di una memoria collettiva: il simbolo di una cultura artigianale e comunitaria, alternativa all’anonimato della modernità industriale. Anche in questo caso, l’artista muove dalla forma circolare, che richiama i fondi di botti e barili osservati in Franciacorta, nelle colline intorno a Brescia, e che ispira l’intero ciclo dei Tondi.
Nel chiostro occidentale della basilica di San Salvatore, lungo il percorso che dà forma al Corridoio Unesco — una passeggiata attraverso due millenni di storia cittadina — si staglia un Cancello d’Europa. L’opera, concepita come barriera e soglia al tempo stesso, appartiene a una serie che Ghitti dedica ai temi dei confini e delle barriere, dei transiti e degli incroci: una riflessione sulla “borderline” di un’Europa attraversata da tensioni irrisolte, tra migrazioni, integrazioni, chiusure e respingimenti. Nel Viridarium. Parco delle sculture si trova invece la cosiddetta Scala, nata dalla raccolta e dalla ricomposizione di relitti della lavorazione del ferro. La scultura si innalza come due mani che si congiungono in un gesto di invocazione. In essa ritorna una delle tensioni fondamentali dell’opera di Ghitti: la scultura come sbarramento inquieto, capace di fronteggiare e interrogare la realtà, ma anche come architettura del paesaggio, spazio che si costruisce e si offre in una forma nuova.
La mostra è accompagnata da un ampio e articolato public program, studiato per tutte le tipologie di visitatori – percorsi di visita alla mostra, laboratori dedicati alle famiglie e agli studenti delle scuole secondarie di primo e secondo grado o dedicate esclusivamente agli abbonati di Abbonamento Musei Lombardia e da un quaderno di accompagnamento alla visita con schede redatte dai curatori e distribuito gratuitamente. Completa il progetto un catalogo edito da Skira, che conterrà le exhibition view delle installazioni a cura della fotografa Ela Bialkowska e che sarà pubblicato tra alcune settimane, con approfondimenti critici di Bruno Corà, Ara Merjian, Fausto Lorenzi e Elena Pontiggia.
È un percorso creativo suggestivo, quello di Franca Ghitti. La sua evoluzione artistica si è nutrita del linguaggio visivo della sua terra, la Valle Camonica, proiettandosi al contempo verso il mondo, in un confronto serrato con le esperienze più aggiornate dell’arte contemporanea. Per questo proporre i suoi lavori in dialogo con l’arte romana, longobarda, romanica e rinascimentale del Museo di Santa Giulia rappresenta un modo efficace per svelare gli aspetti più inattesi, quasi magici della sua arte e, allo stesso tempo, riscoprire le meraviglie custodite nel nostro museo. Si tratta quindi di un’esposizione di grande caratura, che ancora una volta dimostra la qualità della nostra offerta museale, capace di creare proposte innovative, di elevato profilo scientifico e, allo stesso tempo, alla portata di chi è meno avvezzo a frequentare il mondo dell’arte. Non posso far altro quindi che complimentarmi con i curatori, con tutto lo staff di Fondazione Brescia Musei e con l’Archivio Franca Ghitti per aver realizzato un progetto espositivo di questa importanza, che rende onore a una delle voci più originali dell'arte contemporanea italiana.
Laura Castelletti, Sindaca di Brescia
Franca Ghitti. Una storia di Altri Alfabeti, non è soltanto una importante mostra antologica di una artista estremamente rappresentativa del territorio e della comunità bresciana, che per la prima volta dialoga compiutamente con il patrimonio artistico, materiale e demoetnoantropologico rappresentato nel Museo di Santa Giulia, grazie ai contrappunti espositivi distribuiti nel monastero di San Salvatore e Santa Giulia. Per Fondazione Brescia Musei è anche il ritorno, a tre anni di distanza dall'ultimo episodio, quello dedicato a Fabrizio Plessi, di uno dei format maggiormente identitari del nostro approccio alla installazione artistica temporanea. I Palcoscenici Archeologici che già Vezzoli, Isgrò e lo stesso Plessi avevano allestito, sono con Franca Ghitti portati a livello di un dialogo materico e formale di rara compiutezza e riescono non solo a illustrare il percorso di una grande artista nel suo farsi attraverso i materiali del lavoro della propria terra, ma anche a farci comprendere meglio l'evoluzione della storia della cultura materiale oltre che artistica delle valli della nostra terra bresciana, che nell’immenso repertorio artistico bimillenario raccolto nel monastero di santa Giulia trova compiuta rappresentazione.
Francesca Bazoli, Presidente Fondazione Brescia Musei
Fondazione Brescia Musei torna ad occuparsi dell'arte plastica e della scultura bresciana con la mostra dedicata a Franca Ghitti: una importante antologica che segue a soli due anni, l'altrettanto ambiziosa antologica dedicata allo scultore Giuseppe Bergomi. Questi interventi rispondono ai profondi e nobilmente identitari obiettivi, che illustrano la strategia di Brescia Musei: valorizzare la cultura bresciana, le grandi manifestazioni artistiche del passato come del presente e, quando possibile, come nei Palcoscenici Archeologici, raggiungere entrambi gli obiettivi insieme, promuovendo a livello nazionale e internazionale il percorso anche contemporaneo dell'arte di questo territorio. Anche questo è gestione del Museo della Città, Santa Giulia, lo straordinario dispositivo che dalla preistoria all'età romana, dal romanico al Rinascimento, dispiega in modo integrato la grande enciclopedia artistica di questa regione e delle sue comunità. Non è un caso che i due progetti espositivi citati, solo una parte dei tanti dedicati agli artisti del nostro territorio, siano stati sostenuti dal progetto di valorizzazione del fondo per l'arte contemporanea intestato a Bruno Romeda, un altro scultore, questa volta sebino, che ha reso grande nel mondo la capacità delle donne e degli uomini di queste terre di manipolare i materiali antichi – in primis ma non solo il bronzo – per ricavarne totem contemporanei della propria terra.
Stefano Karadjov, Direttore Fondazione Brescia Musei
Palcoscenici Archeologici, il suggestivo progetto espositivo che fa dialogare artisti contemporanei con gli spazi-tempi attestati nel Museo di Santa Giulia di Brescia, e che dalla preistoria arrivano al 500, realizza un’idea oltremodo brillante e, nello specifico, profondamente consonante con l’opera di Franca Ghitti. Una lettera del 1987 inviata dall’artista bresciana a Enrico Crispolti (che poi la pubblicherà), e considerata un suo manifesto estetico, documenta come Una Storia di Altri Alfabeti fenomenizzi quanto è profondamente inscritto ab origine e governa l’opera dell’artista. Della lettera cito un frammento in cui Franca enumera le 3 componenti “egualmente importanti” che concorrono a motivare la sua scultura, di cui la terza identifica, ma solo in parte e senza nominarli, gli Altri alfabeti. Ecco le 3 componenti 1. Le radici romaniche largamente attestate nella mia terra d’origine e formazione, la Lombardia, e da me ricercate nelle loro varianti europee; 2. L’essenzialità della geometria e dei segni del mondo preistorico e primitivo che ho confrontato con la simbologia di alcune tribù africane. 3 L’inventario di segni, tacche, nodi, coppelle che ho voluto portare nella mia scultura, consapevole che essi rappresentano una sorta di lingua specifica quasi alternativa all’alfabeto (per secoli lo è stata) usata da segantini, fabbri, carpentieri, fucinieri, mugnai, pastori e contadini. Lingua perciò atta a delimitare una civiltà non metropolitana, marginale, e insieme a indicare una fascia di corrispondenze intercontinentali”. Altri alfabeti sarà il nome che la Ghitti darà all’Universo che ha cercato e identificato nel suo lungo percorso di riflessione e tensione all’essenziale cui la sua creatività l’ha guidata.
Maria Luisa Ardizzone, Presidente della Fondazione Archivio Franca Ghitti
Franca Ghitti nasce a Erbanno, in Valle Camonica, nel 1932. Suo padre possedeva una grande segheria e le ore trascorse da bambina a contatto col legno segnano profondamente la sua sensibilità. Franca frequenta poi con Gino Moro all’Accademia di Brera, poi all’Académie de la Grande Chaumière a Parigi e al corso di incisioni di Kokoschka a Salisburgo.
Nel 1963 è tra i fondatori del Centro Camuno di Studi Preistorici e le incisioni rupestri le ispirano le prime Mappe, tavole di legno con reti metalliche e chiodi. Realizza anche le prime Vicinie, Rogazioni, Litanie, con legni usurati e avanzi di segheria che evocano il mondo arcaico della sua terra. Nel 1966-67 affresca i Racconti della Valle nel Palazzo del Comune di Breno, con “mappe” di campi, recinti e ovili. Dal 1969 al 1971 lavora in Kenya. Vive a Nairobi, dove realizza le vetrate della Chiesa degli Italiani, a Wamba e Loiengalani sul Lago Rodolfo. I contatti con i costumi tribali e i luoghi non ancora sfruttati dal turismo le chiariscono il valore dei codici formali come sedimenti, alfabeti non verbali o "altri alfabeti”.
Rientrata in Italia, conosce attraverso il poeta Lento Goffi, l’editore Vanni Scheiwiller. Con lui, la studiosa Maria Luisa Ardizzone e Mary de Rachewiltz, figlia di Ezra Pound, stringe un lungo sodalizio. Nel 1977 abbandona l’insegnamento per collaborare col Museo delle Arti e Tradizioni Popolari di Roma, su incarico del Ministero dei Beni Culturali, e nel 1978 avvia una collana sull’arte popolare della Val Camonica, pubblicando La valle dei magli, La farina e i giorni e Memoria del ferro. Nel 1979 realizza Ghitti-Gates, una scultura-cancello per il Museo Agricolo del castello di Brunnenburg in Alto Adige, già dimora di Pound. Si interessa anche all’architettura sia rustica che razionalista, a cui si ispira in grandi installazioni ambientali in Labrador, 1980; a Pantelleria, 1983; a Guatemala City, 1996.
Franca Ghitti scompare a Brescia nel 2012. Nel 2013 nasce la Fondazione “Archivio Franca Ghitti”, nel 2016 esce la sua prima monografia, a cura di Elena Pontiggia (Skira). Sue opere sono presenti in vari musei e istituzioni, tra cui i Musei Vaticani, il Quirinale, la GAM di Roma e le Gallerie d’Italia a Milano. In Valle Camonica, a Darfo Boario Terme, è stato inaugurato un museo dedicato alla sua opera.
L’iniziativa, promossa da Comune di Brescia e Fondazione Brescia Musei, curata da Fausto Lorenzi e Elena Pontiggia, in stretta collaborazione con la Fondazione Archivio Franca Ghitti, è il quarto appuntamento di Palcoscenici Archeologici – dopo quelli che hanno visto protagonisti Francesco Vezzoli, Emilio Isgrò e Fabrizio Plessi – il programma culturale che Fondazione Brescia Musei dedica al dialogo tra il bene storico e archeologico bresciano e alcune delle più significative esperienze dell’arte contemporanea italiana di grandi artisti storicizzati che prevede l'installazione, site specific, di opere d’arte all'interno del percorso museale per valorizzarlo e darne una narrazione più attuale. Con questo progetto, realizzato nell’ambito dell’eredità di Bruno Romeda, Fondazione Brescia Musei prosegue inoltre nel mandato orientato alla valorizzazione degli artisti del territorio.
L'arte di Franca Ghitti trae ispirazione e rende omaggio ai molti linguaggi non verbali custoditi nella sua terra, la Valle Camonica: dalle incisioni rupestri del primo sito in Italia a essere dichiarato dall’UNESCO “Patrimonio dell’umanità” - l'artista nel 1964 fu tra i fondatori del "Centro camuno di studi preistorici" - al romanico minore disseminato tra le pievi, fino alla produzione di utensili di ferro. Anche l’esperienza delle Vicinie, antiche comunità di mutuo soccorso, riaffiora nelle sue opere come traccia di una memoria collettiva.
L’esposizione propone, per la prima volta, un inedito dialogo tra alcune delle opere più significative di Franca Ghitti (1932-2012), una delle voci più rilevanti della plastica contemporanea italiana e internazionale, e il percorso permanente del museo che, nel contesto dell’antico monastero di San Salvatore e Santa Giulia, racconta oltre duemila anni di storia della città. I lavori dell’artista camuna sono proposti in dialogo con le testimonianze del mondo romano, longobardo-carolingio, romanico e rinascimentale ed è come se riecheggiassero lo spirito del museo civico, nel rievocare gesti, segni, riti del vivere e del lavorare. Le opere di Ghitti, che provengono dall’Archivio Franca Ghitti, dal Museo Franca Ghitti di Darfo Boario Terme e da una collezione privata, riuniscono sapientemente scultura, pittura e architettura e ribadiscono la capacità di costituirsi come archivio di interi habitat e come memoria collettiva della comunità.
Originaria della Valle Camonica, Franca Ghitti ha sviluppato una ricerca artistica unica nel panorama creativo italiano, costruita a partire dal recupero di materiali legati al lavoro — legni consumati, chiodi, scarti di segheria e di fucina — per trasformarli in opere d’arte che richiamano le forme essenziali della vita quotidiana — mappe, tavole, madie, edicole, porte, cancelli — e che, insieme, assumono la presenza solenne di monumenti rituali e sacrali. L’artista non ha innalzato il memoriale di un mondo perduto, ma ha piuttosto dato vita a un linguaggio visivo tramandato dall’antica struttura sociale, rievocando l’arte popolare attraverso la riaggregazione di pratiche in un complesso mentale e spaziale del tutto contemporaneo, aperto al confronto con il contesto europeo ed extraeuropeo.
Com’ebbe modo di ricordare la stessa Ghitti, “Credo di aver iniziato giocando: segnavo linee di confine sulla terra, inconsapevolmente rifacevo i limiti dei campi, tracciavo la geometria delle coltivazioni, i muretti divisori delle proprietà, il paesaggio nel quale sono cresciuta”. E ancora: “Non ho mai avuto un’idea romantica dell’arte come emozione, sensazione, cosa privata, ma ho sempre cercato una sorta di documentazione, informazione, archiviazione. Non ho cercato la mia voce, ma tutte le voci, soprattutto le voci che nessuno ascoltava: le voci della Valle, che è un frammento della valle del mondo”. In questa tensione tra memoria locale e orizzonte universale, tra saperi manuali e costruzione intellettuale, tra reperto, materia e forma contemporanea, la mostra restituisce il senso più profondo della ricerca di Franca Ghitti: Una storia di Altri Alfabeti.
Il primo incontro con le opere di Franca Ghitti avviene nelle sale dedicate alla storia del monastero benedettino femminile di San Salvatore e Santa Giulia e la cultura della vita monastica. Qui sono esposti due dipinti (Bambino con gatto e Racconto della valle n. 2) che documentano l’inizio del suo percorso artistico e nei quali emerge già l'attenzione alla partizione dello spazio: una superficie organizzata per campiture, quasi come una mappa, anticipando alcuni futuri esiti della sua ricerca. Qui trovano spazio anche le Tavole chiodate, opere che si presentano come “scatole magiche”, in cui l’uso ripetuto dei chiodi dà forma a un linguaggio nuovo, trasformandosi in grafemi di una scrittura arcaica. Accanto a esse si trovano le Mappe, superfici lignee incavate a sgorbia e scalpello che rievocano le rocce incise dagli antichi camuni e tracciano topografie minute di campi, boschi, attività e insediamenti umani.
Si prosegue nel chiostro di Santa Maria in Solario, dove, sotto il porticato, il visitatore incontra un’altra solenne mappa di Ghitti, la Mappa: lunario, che nella perentoria ripetitività del ritmo severo introduce alla scansione ritmica tendenzialmente infinita di Meridiane, spirali e labirinti, installazioni collocate sull’acciottolato del cortile. Realizzate con residui e scarti dei processi di lavorazione del ferro, queste opere sono organizzate secondo geometrie primarie, come nel tentativo di accerchiare e custodire ciò che sta all’interno: una forma che risale alle origini dei segni e della vita.
Si approda quindi al grande chiostro rinascimentale, nell’area nord del monastero, dove si fronteggiano due Boschi. Da un lato la Foresta / Alberi-vela, composta da alberi dalla patina argentea e con un “fogliame” di sfridi di ferro, sembra evocare la foresta guerriera che, nel Macbeth di Shakespeare, avanza contro l’uomo che ha stravolto la legge naturale. Qui però la foresta non è minaccia: è muraglia difensiva, presenza ammonitrice, immagine dell’habitat come protezione, grembo materno. Di fronte, il monito si fa più drammatico: nel Bosco bruciato, come nei falò dei libri di storica memoria, la distruzione della materia diventa immagine di una memoria ferita. È la natura violata, ridotta a testimonianza fragile e severa di ciò che è stato perduto.
Si entra quindi nel cuore della sezione romana, tra i resti delle domus, ricche di decorazioni e pavimenti a mosaico, riemerse nel settore un tempo occupato dall’ortaglia del monastero. Qui i Tondi, realizzati recuperando i fondi di grandi botti, ribadiscono una costante della ricerca di Ghitti: il perfezionamento di gesti essenziali, capaci di mettere in relazione ordini diversi di esperienza. La forma circolare diventa così un “corto circuito” tra antiche sapienze del lavoro e forme del pensiero, tra manualità, misura e memoria. I Tondi si presentano come mappe antropologiche: superfici che raccolgono i codici del misurare, del fare provvista, dell’immagazzinare e, più in generale, della vita còlta nella concretezza della sua quotidianità.
Si prosegue nella sezione romana, dove, in relazione ai manufatti che rievocano le forme del vivere quotidiano, sono esposte le Pagine chiodate e la Porta del silenzio. Le Pagine chiodate si presentano come il palinsesto di un libro delle fatiche, dei dolori e delle pene dell’esistenza: fogli composti con vecchi registri, scartafacci e giornali macerati e oliati, nei quali il colore si deposita e si stempera dentro la materia. Su queste superfici si intreccia una doppia scrittura, fatta di gessi e di vecchi chiodi rudimentali, che dialoga con impronte, tracce e trame di segni quasi illeggibili. Il patimento della materia diventa così inseparabile dal gesto che ordina, incide e custodisce.
Il percorso giunge poi alla sezione dell’Età dei Comuni e delle Signorie, tra testimonianze romaniche e gotiche, capitelli, sculture e affreschi. Qui trovano spazio piccole sculture lignee di Ghitti, esempi del suo “romanico minore”, insieme a elementi di sculture in vetrocemento, che si riallacciano alla tradizione delle vetrate colorate delle chiese romaniche e gotiche.
Nella basilica di San Salvatore sono presentati alcuni tra i lavori più celebri di Franca Ghitti, segnati da una forte prossimità alla dimensione sacrale. Al centro dell’originario nartece, rialzato rispetto alla pianta del complesso e circondato da affreschi del Duecento, si colloca un altro Bosco: un addensarsi di Alberi-libro, stele lignee che alludono al “liber”, lo strato ricavato sotto la corteccia, e alla custodia del sapere di una comunità. Liste, tacche e intagli compongono così una scrittura silenziosa, fatta di segni incisi nella materia. Il Bosco diventa luogo delle provviste e dell’iniziazione alla vita, spazio in cui si prende coscienza che l’esistenza umana non si esaurisce nell’arco di una sola vita. In questo ambiente sospeso, le opere danno forma a uno spazio sacro delle relazioni umane, abbracciando il cerchio delle offerte: un’imbandigione di tazze di siviera, strumenti che nelle antiche fucine servivano a versare il metallo fuso nelle forme e che qui assumono il valore di una ritualità cerimoniale.
Una stele Albero-ferito, attraversata dallo squarcio di una lamina rossa, si erge nella cappella dedicata a Sant’Obizio, il santo-guerriero camuno le cui storie furono affrescate da Romanino, tra i grandi protagonisti del primo Cinquecento bresciano e autore di importanti cicli pittorici nelle pievi della Valle Camonica tanto presenti nell’immaginario di Ghitti. Di fronte, nella cappella della Vergine, sono raccolti alcuni esempi delle Vicinie: tavole composte con legni recuperati da antichi arredi di case e botteghe. Il loro nome rimanda all’istituto solidaristico delle vicinie, le assemblee dei valligiani che regolavano confini, diritti d’uso e gestione dei beni essenziali alla sopravvivenza della comunità. Nelle opere di Ghitti, queste forme evocano clan, corporazioni del lavoro, rituali e processioni dell’habitat camuno: un’arte corale, nata dal recupero di materiali vissuti, lavorati, segnati dal tempo e dall’uso.
Nell’attigua cappella dedicata a San Giovanni Battista, dove un recente restauro ha restituito importanti affreschi del secondo Trecento attribuiti al Maestro di Lentate, è collocato il severo e imponente Tondo di Wiligelmo. Il riferimento al grande scultore del XII secolo, tra i più celebri dell’arte romanica italiana, assume per Ghitti il valore di una memoria collettiva: il simbolo di una cultura artigianale e comunitaria, alternativa all’anonimato della modernità industriale. Anche in questo caso, l’artista muove dalla forma circolare, che richiama i fondi di botti e barili osservati in Franciacorta, nelle colline intorno a Brescia, e che ispira l’intero ciclo dei Tondi.
Nel chiostro occidentale della basilica di San Salvatore, lungo il percorso che dà forma al Corridoio Unesco — una passeggiata attraverso due millenni di storia cittadina — si staglia un Cancello d’Europa. L’opera, concepita come barriera e soglia al tempo stesso, appartiene a una serie che Ghitti dedica ai temi dei confini e delle barriere, dei transiti e degli incroci: una riflessione sulla “borderline” di un’Europa attraversata da tensioni irrisolte, tra migrazioni, integrazioni, chiusure e respingimenti. Nel Viridarium. Parco delle sculture si trova invece la cosiddetta Scala, nata dalla raccolta e dalla ricomposizione di relitti della lavorazione del ferro. La scultura si innalza come due mani che si congiungono in un gesto di invocazione. In essa ritorna una delle tensioni fondamentali dell’opera di Ghitti: la scultura come sbarramento inquieto, capace di fronteggiare e interrogare la realtà, ma anche come architettura del paesaggio, spazio che si costruisce e si offre in una forma nuova.
La mostra è accompagnata da un ampio e articolato public program, studiato per tutte le tipologie di visitatori – percorsi di visita alla mostra, laboratori dedicati alle famiglie e agli studenti delle scuole secondarie di primo e secondo grado o dedicate esclusivamente agli abbonati di Abbonamento Musei Lombardia e da un quaderno di accompagnamento alla visita con schede redatte dai curatori e distribuito gratuitamente. Completa il progetto un catalogo edito da Skira, che conterrà le exhibition view delle installazioni a cura della fotografa Ela Bialkowska e che sarà pubblicato tra alcune settimane, con approfondimenti critici di Bruno Corà, Ara Merjian, Fausto Lorenzi e Elena Pontiggia.
È un percorso creativo suggestivo, quello di Franca Ghitti. La sua evoluzione artistica si è nutrita del linguaggio visivo della sua terra, la Valle Camonica, proiettandosi al contempo verso il mondo, in un confronto serrato con le esperienze più aggiornate dell’arte contemporanea. Per questo proporre i suoi lavori in dialogo con l’arte romana, longobarda, romanica e rinascimentale del Museo di Santa Giulia rappresenta un modo efficace per svelare gli aspetti più inattesi, quasi magici della sua arte e, allo stesso tempo, riscoprire le meraviglie custodite nel nostro museo. Si tratta quindi di un’esposizione di grande caratura, che ancora una volta dimostra la qualità della nostra offerta museale, capace di creare proposte innovative, di elevato profilo scientifico e, allo stesso tempo, alla portata di chi è meno avvezzo a frequentare il mondo dell’arte. Non posso far altro quindi che complimentarmi con i curatori, con tutto lo staff di Fondazione Brescia Musei e con l’Archivio Franca Ghitti per aver realizzato un progetto espositivo di questa importanza, che rende onore a una delle voci più originali dell'arte contemporanea italiana.
Laura Castelletti, Sindaca di Brescia
Franca Ghitti. Una storia di Altri Alfabeti, non è soltanto una importante mostra antologica di una artista estremamente rappresentativa del territorio e della comunità bresciana, che per la prima volta dialoga compiutamente con il patrimonio artistico, materiale e demoetnoantropologico rappresentato nel Museo di Santa Giulia, grazie ai contrappunti espositivi distribuiti nel monastero di San Salvatore e Santa Giulia. Per Fondazione Brescia Musei è anche il ritorno, a tre anni di distanza dall'ultimo episodio, quello dedicato a Fabrizio Plessi, di uno dei format maggiormente identitari del nostro approccio alla installazione artistica temporanea. I Palcoscenici Archeologici che già Vezzoli, Isgrò e lo stesso Plessi avevano allestito, sono con Franca Ghitti portati a livello di un dialogo materico e formale di rara compiutezza e riescono non solo a illustrare il percorso di una grande artista nel suo farsi attraverso i materiali del lavoro della propria terra, ma anche a farci comprendere meglio l'evoluzione della storia della cultura materiale oltre che artistica delle valli della nostra terra bresciana, che nell’immenso repertorio artistico bimillenario raccolto nel monastero di santa Giulia trova compiuta rappresentazione.
Francesca Bazoli, Presidente Fondazione Brescia Musei
Fondazione Brescia Musei torna ad occuparsi dell'arte plastica e della scultura bresciana con la mostra dedicata a Franca Ghitti: una importante antologica che segue a soli due anni, l'altrettanto ambiziosa antologica dedicata allo scultore Giuseppe Bergomi. Questi interventi rispondono ai profondi e nobilmente identitari obiettivi, che illustrano la strategia di Brescia Musei: valorizzare la cultura bresciana, le grandi manifestazioni artistiche del passato come del presente e, quando possibile, come nei Palcoscenici Archeologici, raggiungere entrambi gli obiettivi insieme, promuovendo a livello nazionale e internazionale il percorso anche contemporaneo dell'arte di questo territorio. Anche questo è gestione del Museo della Città, Santa Giulia, lo straordinario dispositivo che dalla preistoria all'età romana, dal romanico al Rinascimento, dispiega in modo integrato la grande enciclopedia artistica di questa regione e delle sue comunità. Non è un caso che i due progetti espositivi citati, solo una parte dei tanti dedicati agli artisti del nostro territorio, siano stati sostenuti dal progetto di valorizzazione del fondo per l'arte contemporanea intestato a Bruno Romeda, un altro scultore, questa volta sebino, che ha reso grande nel mondo la capacità delle donne e degli uomini di queste terre di manipolare i materiali antichi – in primis ma non solo il bronzo – per ricavarne totem contemporanei della propria terra.
Stefano Karadjov, Direttore Fondazione Brescia Musei
Palcoscenici Archeologici, il suggestivo progetto espositivo che fa dialogare artisti contemporanei con gli spazi-tempi attestati nel Museo di Santa Giulia di Brescia, e che dalla preistoria arrivano al 500, realizza un’idea oltremodo brillante e, nello specifico, profondamente consonante con l’opera di Franca Ghitti. Una lettera del 1987 inviata dall’artista bresciana a Enrico Crispolti (che poi la pubblicherà), e considerata un suo manifesto estetico, documenta come Una Storia di Altri Alfabeti fenomenizzi quanto è profondamente inscritto ab origine e governa l’opera dell’artista. Della lettera cito un frammento in cui Franca enumera le 3 componenti “egualmente importanti” che concorrono a motivare la sua scultura, di cui la terza identifica, ma solo in parte e senza nominarli, gli Altri alfabeti. Ecco le 3 componenti 1. Le radici romaniche largamente attestate nella mia terra d’origine e formazione, la Lombardia, e da me ricercate nelle loro varianti europee; 2. L’essenzialità della geometria e dei segni del mondo preistorico e primitivo che ho confrontato con la simbologia di alcune tribù africane. 3 L’inventario di segni, tacche, nodi, coppelle che ho voluto portare nella mia scultura, consapevole che essi rappresentano una sorta di lingua specifica quasi alternativa all’alfabeto (per secoli lo è stata) usata da segantini, fabbri, carpentieri, fucinieri, mugnai, pastori e contadini. Lingua perciò atta a delimitare una civiltà non metropolitana, marginale, e insieme a indicare una fascia di corrispondenze intercontinentali”. Altri alfabeti sarà il nome che la Ghitti darà all’Universo che ha cercato e identificato nel suo lungo percorso di riflessione e tensione all’essenziale cui la sua creatività l’ha guidata.
Maria Luisa Ardizzone, Presidente della Fondazione Archivio Franca Ghitti
Franca Ghitti nasce a Erbanno, in Valle Camonica, nel 1932. Suo padre possedeva una grande segheria e le ore trascorse da bambina a contatto col legno segnano profondamente la sua sensibilità. Franca frequenta poi con Gino Moro all’Accademia di Brera, poi all’Académie de la Grande Chaumière a Parigi e al corso di incisioni di Kokoschka a Salisburgo.
Nel 1963 è tra i fondatori del Centro Camuno di Studi Preistorici e le incisioni rupestri le ispirano le prime Mappe, tavole di legno con reti metalliche e chiodi. Realizza anche le prime Vicinie, Rogazioni, Litanie, con legni usurati e avanzi di segheria che evocano il mondo arcaico della sua terra. Nel 1966-67 affresca i Racconti della Valle nel Palazzo del Comune di Breno, con “mappe” di campi, recinti e ovili. Dal 1969 al 1971 lavora in Kenya. Vive a Nairobi, dove realizza le vetrate della Chiesa degli Italiani, a Wamba e Loiengalani sul Lago Rodolfo. I contatti con i costumi tribali e i luoghi non ancora sfruttati dal turismo le chiariscono il valore dei codici formali come sedimenti, alfabeti non verbali o "altri alfabeti”.
Rientrata in Italia, conosce attraverso il poeta Lento Goffi, l’editore Vanni Scheiwiller. Con lui, la studiosa Maria Luisa Ardizzone e Mary de Rachewiltz, figlia di Ezra Pound, stringe un lungo sodalizio. Nel 1977 abbandona l’insegnamento per collaborare col Museo delle Arti e Tradizioni Popolari di Roma, su incarico del Ministero dei Beni Culturali, e nel 1978 avvia una collana sull’arte popolare della Val Camonica, pubblicando La valle dei magli, La farina e i giorni e Memoria del ferro. Nel 1979 realizza Ghitti-Gates, una scultura-cancello per il Museo Agricolo del castello di Brunnenburg in Alto Adige, già dimora di Pound. Si interessa anche all’architettura sia rustica che razionalista, a cui si ispira in grandi installazioni ambientali in Labrador, 1980; a Pantelleria, 1983; a Guatemala City, 1996.
Franca Ghitti scompare a Brescia nel 2012. Nel 2013 nasce la Fondazione “Archivio Franca Ghitti”, nel 2016 esce la sua prima monografia, a cura di Elena Pontiggia (Skira). Sue opere sono presenti in vari musei e istituzioni, tra cui i Musei Vaticani, il Quirinale, la GAM di Roma e le Gallerie d’Italia a Milano. In Valle Camonica, a Darfo Boario Terme, è stato inaugurato un museo dedicato alla sua opera.
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