Titina Maselli
Titina Maselli, La Ville II, 1971, Olio su tela, 201 x 119.5 cm, Galleria Massimo Minini di Brescia | Courtesy of Galleria Massimo Minini, Brescia | Foto: Gilberti Petrò
Dal 3 Dicembre 2016 al 19 Marzo 2017
Venezia | Visualizza tutte le mostre a Venezia
Luogo: Fondazione Querini Stampalia
Indirizzo: Campo Santa Maria Formosa, Castello 5252
Orari: Mar - Dom 10 - 18 | Lunedì chiuso
Prolungata: Fino al 19 marzo 2017
Costo del biglietto: Intero 10 € | Ridotto 8 €
Telefono per informazioni: +39 041 2711411
E-Mail info: fondazione@querinistampalia.org
Sito ufficiale: http://www.querinistampalia.org
Elegante e cosmopolita, Titina Maselli (Roma, 1924 - 2005) è tra le pittrici italiane più originali del Novecento.
La sua è un'arte controcorrente. Rifiuta scelte di comodo, non asseconda la moda del momento e i dettami del mercato: non ha una galleria di riferimento. Esprime una personalità fuori dal comune, tanto che il 'personaggio Titina' oscura la sua raffinata produzione, rimasta sconosciuta per molto tempo al grande pubblico e quasi ignorata dalla critica.
Spirito libero, Titina è un‘artista non catalogabile. A chi le chiedeva che cosa fosse l'arte, rispondeva: «L'unica giustificazione».
A lei la Fondazione Querini Stampalia dedica l‘antologica: Titina Maselli, a cura di Chiara Bertola, con il supporto della Galleria Massimo Minini di Brescia.
La mostra ne ricostruisce la poetica attraverso una trentina di opere, che ripercorrono temi e modi del suo personalissimo linguaggio. Così Titina: «Un quadro non è un libro, un quadro appare in un istante, si vede in un attimo…Vorrei che i miei quadri fossero chiari come quelle scene che Chaplin ripete decine di volte, per accertarsi di essere capito…Cerco sempre di rendere le cose nel modo più chiaro e più iperbolico possibile….di cogliere la realtà, tanta realtà in una cosa sola. In un solo momento».

Le città di Titina, con le auto, i tram, i camion, i cavi elettrici, i neon, il bar e lo stadio, come i suoi calciatori e pugili, trasfigurati e snaturati dall’azione e dallo sforzo fisico del gesto atletico, sono immersi nel tempo della coscienza e non della percezione. Le facciate di palazzi e grattacieli sembrano scheletri, mangiati dall‘alone dei fari, delle insegne, dei lampioni. Architetture costruite per assorbire ed irradiare di nuovo il flusso d’energia che scorre loro intorno. Verticalità evanescenti, ma anche presenze potenti e reali, che gli occhi percepiscono, attraversandole: frammenti riflessi..
Gli elementi iconografici si sovrappongono e si incastrano, si contraddicono, interferiscono e si esaltano a vicenda. Questo è ciò che vuole l’artista: portarci dentro la città, farci abitare quella tensione e insieme camminare quello spazio. Così Titina: «La modernità mozza il fiato. Essa è la vita, ma anche ciò che non può essere vissuto. Tutto è energia e tutto è coscienza. Tutto è materia e tutto è spirito...».
Titina, anticonvenzionale nella scelta dei soggetti quanto in quella dei materiali: spesso per il nero usa la pece presa in carrozzeria, costruisce un linguaggio che racconta il dinamismo, l’emozione della modernità e contemporaneamente tutta la solitudine e l’alienazione insite in essa, e lo fa attraverso un «un segno fitto di vita». Un segno-colore che non è mai espressivo ma piuttosto performativo nell’indicare le direzioni dell’energia all’interno del quadro. Un segno che si sposta mosso da un campo magnetico, in cui masse di tratti si addensano e si assottigliano lasciando trapelare una sagoma sostanziata più dal vento e dalla luce, che dalla materia stessa.
Vedi anche:
• FOTO: Titina Maselli. L'eleganza cosmopolita di uno spirito libero
La sua è un'arte controcorrente. Rifiuta scelte di comodo, non asseconda la moda del momento e i dettami del mercato: non ha una galleria di riferimento. Esprime una personalità fuori dal comune, tanto che il 'personaggio Titina' oscura la sua raffinata produzione, rimasta sconosciuta per molto tempo al grande pubblico e quasi ignorata dalla critica.
Spirito libero, Titina è un‘artista non catalogabile. A chi le chiedeva che cosa fosse l'arte, rispondeva: «L'unica giustificazione».
A lei la Fondazione Querini Stampalia dedica l‘antologica: Titina Maselli, a cura di Chiara Bertola, con il supporto della Galleria Massimo Minini di Brescia.
La mostra ne ricostruisce la poetica attraverso una trentina di opere, che ripercorrono temi e modi del suo personalissimo linguaggio. Così Titina: «Un quadro non è un libro, un quadro appare in un istante, si vede in un attimo…Vorrei che i miei quadri fossero chiari come quelle scene che Chaplin ripete decine di volte, per accertarsi di essere capito…Cerco sempre di rendere le cose nel modo più chiaro e più iperbolico possibile….di cogliere la realtà, tanta realtà in una cosa sola. In un solo momento».

Le città di Titina, con le auto, i tram, i camion, i cavi elettrici, i neon, il bar e lo stadio, come i suoi calciatori e pugili, trasfigurati e snaturati dall’azione e dallo sforzo fisico del gesto atletico, sono immersi nel tempo della coscienza e non della percezione. Le facciate di palazzi e grattacieli sembrano scheletri, mangiati dall‘alone dei fari, delle insegne, dei lampioni. Architetture costruite per assorbire ed irradiare di nuovo il flusso d’energia che scorre loro intorno. Verticalità evanescenti, ma anche presenze potenti e reali, che gli occhi percepiscono, attraversandole: frammenti riflessi..
Gli elementi iconografici si sovrappongono e si incastrano, si contraddicono, interferiscono e si esaltano a vicenda. Questo è ciò che vuole l’artista: portarci dentro la città, farci abitare quella tensione e insieme camminare quello spazio. Così Titina: «La modernità mozza il fiato. Essa è la vita, ma anche ciò che non può essere vissuto. Tutto è energia e tutto è coscienza. Tutto è materia e tutto è spirito...».
Titina, anticonvenzionale nella scelta dei soggetti quanto in quella dei materiali: spesso per il nero usa la pece presa in carrozzeria, costruisce un linguaggio che racconta il dinamismo, l’emozione della modernità e contemporaneamente tutta la solitudine e l’alienazione insite in essa, e lo fa attraverso un «un segno fitto di vita». Un segno-colore che non è mai espressivo ma piuttosto performativo nell’indicare le direzioni dell’energia all’interno del quadro. Un segno che si sposta mosso da un campo magnetico, in cui masse di tratti si addensano e si assottigliano lasciando trapelare una sagoma sostanziata più dal vento e dalla luce, che dalla materia stessa.
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