La passione per i felini dal Rinascimento alle avanguardie

I gatti nell'arte: 7 imperdibili dipinti da riscoprire

Pierre Auguste Renoir, Ritratto di Julie Manet con gatto, 1887 I Musée d'Orsay
 

Francesca Grego

17/11/2020

Sornione, elegante, misterioso, divertente, il gatto ci ha messo poco a farsi largo nei territori immateriali dei social con foto e video irresistibili. Ma il suo connubio con l’immagine è molto più antico. La prima testimonianza della sua presenza nella tradizione visiva risale a 7 mila anni fa, quando un anonimo artista libico trasformò una zuffa tra felini in una memorabile incisione rupestre. Se la venerazione degli Egizi per il gatto ne ha fatto il protagonista di pitture, sculture e leggende divine, i  romani, più pratici, videro in lui soprattutto un alleato strategico contro i topi che infestavano l’Urbe. Le sue doti di cacciatore sono celebrate in uno splendido mosaico ritrovato nella Casa del Fauno a Pompei, dove un giovane esemplare di soriano azzanna un uccello.



Nonostante il favore di Dante e Petrarca, nel Medioevo il gatto è pressoché bandito dall’arte a causa del pregiudizio che lo associa alle streghe e al demonio. A riabilitarlo definitivamente sarà Leonardo da Vinci, che lo definirà “un capolavoro” della natura e gli dedicherà una serie di sfiziosi disegni dal vero. 

Da allora il gatto ha stabilmente conquistato il cuore degli artisti: da Baudelaire a Hemingway, da Henri Matisse a Andy Warhol, sono davvero in tanti ad arrendersi al fascino felino. E sulla tela?
Anche qui il gatto ha saputo entrare in punta di piedi, per diventare nel tempo il padrone assoluto. Eccone alcuni esempi. 


Lorenzo Lotto, Annunciazione di Recanati, Museo Civico di Villa Colloredo Mels, Recanati I Lorenzo Lotto, Public domain, via Wikimedia Commons

L’Annunciazione di Lorenzo Lotto
Nonostante l’occasione solenne, il set è una stanza come tante, popolata da piccoli mobili, un inginocchiatoio, stracci e oggetti quotidiani. Non può mancare il gatto di casa, che  fugge atterrito alla vista dell’Arcangelo. Il suo comportamento è dettato dalla sorpresa che condivide con la padroncina Maria? O dalla paura della luce divina, pronta a schiacciare il demonio? Lotto ci lascia nel dubbio, sospesi tra la bellezza della rappresentazione naturalistica e la rete di significati simbolici spesso nascosti nei suoi quadri. 


Federico Barocci, Madonna della Gatta, Galleria Palatina di Palazzo Pitti, Firenze

La Madonna della gatta di Federico Barocci
La presenza felina non è una novità nei dipinti di Federico Barocci, ma la micia che dà il nome a questo quadro sembra custodire un inafferrabile segreto. Comodamente adagiata ai piedi di una Maria adolescente e di un Bambino assonnato, gioca quasi un ruolo da primadonna, mentre l’anziano Giuseppe, Santa Elisabetta e il piccolo Battista si affacciano sulla scena. Il soggetto insolito - una Visitazione tardiva - ha messo sull’avviso lo studioso Antonio Natali, a cui si deve un’ipotesi suggestiva: dietro  i personaggi della Sacra Famiglia si celerebbero le identità del duca di Urbino Francesco Maria della Rovere e della giovanissima cugina Lidia, che salvò il casato dall’estinzione e i sudditi dall’annessione allo Stato Pontificio sfornando l’attesissimo erede, Federico Ubaldo.    


Jean-Baptiste-Siméon Chardin, Gatto con un trancio di salmone, due sgombri, mortaio e pestello, 1728. Olio su tela I Madrid, Museo Thyssen-Bornemisza

Gatto con un trancio di salmone, due sgombri, mortaio e pestello di Jean-Baptiste-Siméon Chardin
Perché una scena meriti di essere dipinta non sono più necessari simboli e realtà trascendenti: la realtà, anche la più prosaica, è ormai entrata nello spazio della cornice. Nato a Parigi alla fine del Seicento, Chardin fu soprannominato “il pittore del silenzio” e legò la sua fama a nature morte di rara eleganza. Qui va oltre: la still life si anima e accanto ai pesci, all’aglio e al pestello compare un micio dall’espressione volitiva. Il suo obiettivo è tutt’altro che misterioso: in segno di possesso, poggia la zampa su un carnoso trancio di salmone e guarda torvo un eventuale rivale fuori campo, come in una moderna fotografia. 


Ritratto di Armellino gatto con sonetto, 1750-69 I Museo di Roma a Palazzo Braschi

Ritratto di Armellino gatto con sonetto
Risale alla metà del Settecento il primo ritratto individuale di un gatto della storia moderna: è conservato al Museo di Roma di Palazzo Braschi e mostra un micione in posa, con tanto di cuscino rosso e collare pregiato. Dietro di lui una tenda funge da sipario, come nella migliore tradizione ritrattistica. Il sonetto alle sue spalle spiega l’identità del committente: è una vera e propria ode al gatto, composta per la poetessa romana Alessandra Forteguerra e per il suo amato Armellino. è incerta invece la paternità del dipinto, attribuibile forse al paesaggista Giovanni Reder. 


Giovanni Boldini, Ragazza con gatto nero, olio su tela, 1885 I Collezione privata

La Ragazza con gatto nero di Giovanni Boldini
Nell’Ottocento il gatto diventa ufficialmente nel mondo degli affetti: il sentimentalismo vittoriano lo colloca in scene intime e familiari, gli Impressionisti come Renoir lo ritraggono tra le braccia di fanciulli e dame attraenti e Manet pone un gattino perfino sul letto della scandalosa Olympia. Nel dipinto Ragazza con gatto nero Giovanni Boldini amplifica il fascino luminoso della sua modella attraverso il contrasto con il manto del felino su uno sfavillante sfondo rosso, mentre gli occhi magnetici del micione cercano il nostro sguardo oltre la tela. Da notare la caratterizzazione psicologica a due: il gatto non è un attributo della fanciulla, ma un protagonista a pieno titolo. 


Paul Klee, Gatto e uccello, 1928, olio e inchiostro su garza, 38,8 x 53,4 cm I Museum of Modern Art di New York

Gatto e uccello di Paul Klee
Se Picasso vide nei gatti l’energia pura e aggressività dell’istinto, Chagall diede loro forme antropomorfe esprimendo sentimenti di dolcezza, misticismo, nostalgia, mentre Matisse li trasportò nelle sue tele colorate come insostituibili compagni di vita. Gatti e avanguardia, insomma, sono legati in un unico destino. Questo dipinto su garza di Paul Klee sintetizza astrazione e figura, realtà e sogno infantile in uno straordinario gioco cromatico. Oltre a illustrare ricerche sulla luce e sul colore svolte dall’artista durante il suo viaggio in Egitto, questo “gatto cosmico” ci parla dell’amore di Klee per i suoi amici a quattro zampe: Nuggi, lo “spirito della casa”, Fritzi, il dio felino, e il candido Bimbo, che lo accompagnò negli ultimi dieci anni della sua vita. 


Carl Kahler, Gli amanti di mia moglie, 1891. Olio su tela I Collezione privata I Carl Kahler, Public domain, via Wikimedia Commons

Gli amanti di mia moglie di Carl Kahler
Nella sua residenza di Buena Vista, in California, la signora Kate Birdsall Johnson ospitava 350 gatti, curati da un’apposita squadra di camerieri. Sul finire dell’Ottocento contattò il pittore di cavalli Carl Kahler, che per tre anni non avrebbe avuto altro da fare che ritrarre i fortunati felini. Kahler non aveva mai dipinto un gatto prima di allora, ma se la cavò a meraviglia. Per questo quadro furono scelti 42 esemplari, “i più amati”, con al centro lo splendido Sultano. Il titolo fu una creazione di Mr Johnson, evidentemente estenuato dalla passione della moglie. Lei, convintissima, lasciò nel testamento 500 mila dollari ai suoi gatti per garantire loro cure perpetue e ogni comfort. Il quadro è stato venduto da Sotheby’s nel 2015 per 826 mila dollari. 

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• FOTO - Gli animali nell'arte. Protagonisti nella pittura, dal ritratto al mito
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