INTERVISTA A SUBIRACHS

© NEXTA.com | Sagrada Familia
 

04/12/2000

Josep Maria Subirachs è una di quelle persone la cui cultura è solida e profonda e spazia nei settori più diversi, dalla letteratura, all’arte, al cinema. Il suo idolo del grande schermo è Orson Wells. “Ammiro il lavoro di Orson Wells. Nel film “Citizen Kane” il regista è riuscito a rappresentare in maniera sublime il movimento per mezzo della fotografia. L’impiego dei grandi angolari distorce l’immagine, accentua la prospettiva ed esagera ancora di più gli effetti della profondità di campo. Per certi aspetti l’uso enfatico della camera che ingigantisce i personaggi mi ricorda a tratti Michelangelo. Lo spettacolare e angosciante barocchismo è presente non solo nella scenografia, ma soprattutto nel ritmo, nell’essenza della narrazione e nella potente plasticità delle immagini. La sua opera evoca in me l’idea del Gaudì più astratto.” Quale definizione darebbe dell’artista Gaudì? “In Gaudì troviamo in forma più o meno embrionale molte delle innovazioni introdotte nelle arti plastiche nel secolo scorso. Gaudì è storicamente un modernista. In una visione più ampia potrebbe essere definito un pre-surrealista. Molte delle sue opere, specialmente a partire dal 1900, possono essere considerate esempi già finiti di surrealismo. Penso ai terminali delle torri della Sagrada Familia, alla scultura bianca e viscosa della facciata della Nascita, alle stelle della Via Lattea scolpite in pietra e alle forme ossee del tempio stesso, alle tibie della casa Batlló e ai guerrieri fossilizzati della terrazza della Pedrera”. In che modo è riuscito a lavorare cominciando da un’opera incompiuta? “Non volevo assolutamente che il mio lavoro sembrasse una produzione artistica dell’epoca gaudiana. Ogni aggiunta doveva avere il suo carattere ben definito ed essere il riflesso dell’artista che aveva partecipato, quale che fosse l’epoca di realizzazione. Penso di essere riuscito ad infondere alla Sagrada Familia anche il mio stile. Può darsi che dall’esterno il risultato possa sembrare contraddittorio ed eterogeneo. I volti squadrati dall’espressione drammatica, le figure allungate e afflosciate su loro stesse nella disperazione non hanno alcun elemento in comune con le sculture eseguite dallo stesso Gaudí sulla facciata opposta. Lì regnano le iperdecorazioni, figure ceree che sembrano sciogliersi sulla pietra delle torri. Eppure, c’è un filo conduttore, una specie di marchio inconfondibile, ed è un omaggio all’opera di Gaudí.” E quale sarebbe? “Mi riferisco ai guerrieri di cui parlavo prima. Nella casa La Pedrera Gaudí, nell’esuberanza del suo stile, fece sì che i comignoli dell’abitazione perdessero il loro carattere anonimo e si trasformassero in specie di guerrieri medievali, estremamente stilizzati e decorati con elmi calati sul volto privo di espressione. Di questi guerrieri ho voluto riprendere solo l’elmo. Poi vi ho aggiunto una figura intera ben delineata in cui la muscolatura si fonde con l’idea della corazza. Il risultato è di forte impatto visivo drammatico. In Gaudí la forma dei guerrieri era estremamente stilizzata senza alcun richiamo anatomico” E’ questo il tuo omaggio più grande a Gaudì? “Ho celebrato Gaudí soprattutto attraverso la figura dell’Evangelista, al lato del gruppo di soldati dietro alla Veronica. Ho voluto dare all’Evangelista i tratti inconfondibili del volto di Antonio Gaudí. La mia fonte è stata una sua fotografia, durante la processione del Corpus nel 1924” Qual è il tratto fondamentale delle tue opere? “La mia opera è cerebrale e frutto dell’arbitrio. Cerco sempre un linguaggio metaforico, è il modo più immediato per comunicare con lo spettatore.”

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