Novità al Macro

Macro
 

02/10/2003

Il MACRO (Museo dell' Arte Contemporanea di Roma) inaugura la stagione espositiva autunnale con cinque grandi mostre, che promuovono un dialogo creativo tra artisti italiani ed internazionali, e tra gli artisti stessi ed i curatori, esponenti di rilievo della scena culturale mondiale. Accanto ai lavori di Odile Decq, architetto francese che ha firmato il progetto di ampliamento del museo, troviamo a confronto i lavori del brasiliano Vik Muniz, la cui personale è curata da Germano Celant, e di Domenico Bianchi, presentato da Danilo Eccher (direttore artistico del MACRO). Nelle sale Panorama, dedicata agli artisti emergenti, espongono Paola Pivi, affiancata da Laura Cherubini, ed il giapponese Jun Nguyen – Hatsushiba, a cura di Yuko Hasegawa. Nella galleria vetrata all'ingresso sono esposti i modelli più rappresentativi dello studio di Odile Decq (la mostra è dislocata nella città anche attraverso un'installazione all'Acquario Romano, ed un'esposizione di disegni dei suoi allievi presso la Fondazione Olivetti). Nuovi moduli "tecnologici" sperimentano equilibri tra vuoti e pieni al confine dell'instabilità, sprigionando nello spazio circostante una forte carica di dinamismo. Al centro dell'esposizione è posto il modello del futuro MACRO (la chiusura del cantiere è prevista entro due anni circa): la terrazza-giardino, la tensione tra interno ed esterno, l'articolazione su più livelli, sono tra gli elementi che ridefiniscono l'edificio come esperienza sensoriale, espressione di un equilibrio dinamico destinato a modificare profondamente il rapporto con il tessuto urbano. Domenico Bianchi, tra i protagonisti della romana Scuola di San Lorenzo, presenta 140 lavori che ripercorrono la sua ricerca artistica, dal 1984 ad oggi, e 10 lavori inediti. L'intelligente allestimento consente alle opere di esprimere tutta la loro potenza evocativa, valorizzando l'estrema raffinatezza dei segni minimali, che seguono percorsi all'origine della forma e del pensiero, e tracciano "mappe dell'anima". La luce lega armonicamente la preziosità materica della cremosa cera, del platino, del rame, con la forza espressa dal legno che è alla base, contribuendo a determinare una dimensione spaziale sospesa in un magico altrove. La personale di Vik Muniz è divisa in due parti. In una sala sono presenti le sue opere più famose, 23 fotografie in tutto: irriverenti ed ironiche "messe in scene" teatrali che giocano con il complesso rapporto tra realtà e rappresentazione. Sperimentatore di diversi mezzi espressivi e di materiali inusuali, Muniz realizza installazioni il cui soggetto è tratto dal vissuto quotidiano, o dal bagaglio culturale collettivo. La fotografia, momento conclusivo del processo creativo, diviene una ulteriore mediazione, una "mimesi della mimesi". La materia e l'immagine si legano in un'unica narrazione che racconta l'ambiguità della rappresentazione come forma di conoscenza, ed evoca nuove possibilità di lettura, coinvolgendo tutti i nostri sensi ed il nostro vissuto. Emblematiche le rivisitazioni dell'arte del passato, come "Prisons. After Piranesi" (2002) , in cui fili e chiodi ricompongono l'intricata trama del disegno a matita delle Carceri, o l'Action Painting di Pollock "al cioccolato". Una seconda sezione presenta i lavori inediti dell'artista: 14 ritratti ("Pictures of Magazines") di protagonisti della vita sociale e culturale brasiliana, realizzati con "coriandoli" ritagliati dalle riviste che ne hanno in qualche modo parlato. Ancora un divertito svelamento della natura illusoria dell'immaginario collettivo.

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