La grande mostra alla Fondation Vuitton
Alexander Calder, quando la scultura danza
Alexander Calder, Dispersed Objects with Brass Gong, 1948. Laiton, feuille de métal, fil de fer et peinture, 48,3 x 167,6 cm. Shirley Family Calder Collection, Promised Gift to the Seattle Art Museum © 2026 Calder Foundation, New York / ADAGP, Paris / Photo courtesy of Calder Foundation, New York / Art Resource, New York
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Francesca Grego
16/04/2026
Mondo - A cent’anni dall’arrivo di Alexander Calder in Francia e nel cinquantesimo anniversario della sua morte, la Fondation Louis Vuitton dedica la grande mostra di primavera all'inventore dei celebri mobile. Con la collaborazione della Calder Foundation e del Whitney Museum of American Art, quasi 300 opere del maestro della leggerezza e del movimento vanno in scena sui 3000 mila metri quadrati dell’edificio progettato da Frank Gehry. Dalle prime versioni del Cirque Calder, che affascinò le avanguardie parigine, alle monumentali installazioni che ridefinirono l’arte pubblica negli anni Sessanta e Settanta, il progetto restituisce mezzo secolo di carriera, evidenziando come - spiegano i curatori Dieter Buchnart e Anna Karina Hofbauer - Calder non si sia limitato a inventare forme, ma abbia dato al movimento il senso del tempo, trasformando la scultura in un’esperienza viva.
In programma fino al prossimo 16 agosto, Calder. Rêver en équilibre (Calder. Sognare in equilibrio) presenta l’intero spettro della produzione dell’artista: in primo luogo i suoi stabile e mobile (sculture statiche e cinetiche, secondo la terminologia usata dal maestro), accanto a ritratti in filo metallico, figure in legno intagliato, dipinti, disegni e persino gioielli concepiti come sculture. Opere di artisti amici - Jean Arp, Barbara Hepworth, Piet Mondrian, Paul Klee, Pablo Picasso - calano la radicale inventiva di Calder nel panorama delle avanguardie di inizio secolo, mentre preziose foto d’epoca mostrano lo scultore nell’esercizio delle sue funzioni davanti all’obiettivo di maestri come Henri Cartier-Bresson, André Kertész, Gordon Parks, Man Ray, Ugo Mulas, Irving Penn, Agnès Varda.
In un allestimento dove tutto danza o sembra danzare, ci addentriamo tra i temi e gli interessi dell’artista: accanto al movimento - l’ossessione di una vita - scopriamo come Calder abbia esplorato il mondo della luce e dei riflessi, le potenzialità dell’effimero e dei materiali poveri, le frontiere del suono e della forza di gravità, il linguaggio della performance, i rapporti tra spazio positivo e negativo. “L'approccio innovativo di Calder ha ampliato le dimensioni della scultura fino a includere il tempo come quarta dimensione essenziale”, osservano i curatori. In dialogo con le architetture della Fondation si dipana il racconto dell’esperienza del maestro americano, che intorno ai vent'anni riscoprì le tradizioni artistiche di famiglia (era figlio di un pittore-scultore e nipote di uno scultore) dedicandosi inizialmente alla pittura e al disegno. Dopo aver studiato all'Art Students League di New York, si trasferì a Parigi nel 1926. Nel quartiere di Montparnasse, all'epoca cuore della scena artistica mondiale, entrò rapidamente a far parte di una vivace comunità creativa.
In questi anni Calder crea sculture di nuova concezione con il filo di ferro, uno dei suoi materiali preferiti. Insieme a stracci, tappi di sughero e oggetti di recupero, diventa l’anima di un leggendario circo in miniatura che si muove dando vita a spettacoli improvvisati. Grazie a un prestito eccezionale del Whitney Museum of American Art, il Cirque Calder è ora tornato a Parigi con i suoi acrobati, animali, clown e cavalieri. Tra gli spettatori, artisti come Fernand Léger, Jean Hélion, Le Corbusier, Jean Arp, Joan Miró e Piet Mondrian.
Ed è proprio la visita allo studio di Mondrian nel 1930 a segnare la svolta decisiva di Calder verso l'astrazione. Marcel Duchamp suggerì il termine “mobile” per le composizioni astratte cinetiche, presentate nel 1932 alla Galerie Vignon di Parigi. In un primo momento azionate meccanicamente e poi mosse dai più leggeri spostamenti d’aria, queste opere traggono “la loro vita dalla vita indistinta dell'atmosfera”, come scrisse Jean-Paul Sartre. Per le sculture che restano ferme sarà invece Jean Arp a proporre la definizione di “stabili”.
Calder torna negli Stati Uniti nel 1933, ma non abbandonerà mai l’Europa. Nel 1937 è all’Esposizione Internazionale di Parigi nel Padiglione della Spagna repubblicana durante Guerra Civile: la sua opera La fuente de mercurio figura accanto a Guernica di Picasso ed El Segador di Mirò. Dopo il secondo conflitto mondiale Calder si trasferisce nel piccolo borgo di Saché, nella Valle della Loira, dove apre un piccolo atelier. Con un piede in America e uno in Francia, continuerà a espandere i confini della scultura fino alla morte, nel 1976.
In programma fino al prossimo 16 agosto, Calder. Rêver en équilibre (Calder. Sognare in equilibrio) presenta l’intero spettro della produzione dell’artista: in primo luogo i suoi stabile e mobile (sculture statiche e cinetiche, secondo la terminologia usata dal maestro), accanto a ritratti in filo metallico, figure in legno intagliato, dipinti, disegni e persino gioielli concepiti come sculture. Opere di artisti amici - Jean Arp, Barbara Hepworth, Piet Mondrian, Paul Klee, Pablo Picasso - calano la radicale inventiva di Calder nel panorama delle avanguardie di inizio secolo, mentre preziose foto d’epoca mostrano lo scultore nell’esercizio delle sue funzioni davanti all’obiettivo di maestri come Henri Cartier-Bresson, André Kertész, Gordon Parks, Man Ray, Ugo Mulas, Irving Penn, Agnès Varda.
In un allestimento dove tutto danza o sembra danzare, ci addentriamo tra i temi e gli interessi dell’artista: accanto al movimento - l’ossessione di una vita - scopriamo come Calder abbia esplorato il mondo della luce e dei riflessi, le potenzialità dell’effimero e dei materiali poveri, le frontiere del suono e della forza di gravità, il linguaggio della performance, i rapporti tra spazio positivo e negativo. “L'approccio innovativo di Calder ha ampliato le dimensioni della scultura fino a includere il tempo come quarta dimensione essenziale”, osservano i curatori. In dialogo con le architetture della Fondation si dipana il racconto dell’esperienza del maestro americano, che intorno ai vent'anni riscoprì le tradizioni artistiche di famiglia (era figlio di un pittore-scultore e nipote di uno scultore) dedicandosi inizialmente alla pittura e al disegno. Dopo aver studiato all'Art Students League di New York, si trasferì a Parigi nel 1926. Nel quartiere di Montparnasse, all'epoca cuore della scena artistica mondiale, entrò rapidamente a far parte di una vivace comunità creativa.
In questi anni Calder crea sculture di nuova concezione con il filo di ferro, uno dei suoi materiali preferiti. Insieme a stracci, tappi di sughero e oggetti di recupero, diventa l’anima di un leggendario circo in miniatura che si muove dando vita a spettacoli improvvisati. Grazie a un prestito eccezionale del Whitney Museum of American Art, il Cirque Calder è ora tornato a Parigi con i suoi acrobati, animali, clown e cavalieri. Tra gli spettatori, artisti come Fernand Léger, Jean Hélion, Le Corbusier, Jean Arp, Joan Miró e Piet Mondrian.
Ed è proprio la visita allo studio di Mondrian nel 1930 a segnare la svolta decisiva di Calder verso l'astrazione. Marcel Duchamp suggerì il termine “mobile” per le composizioni astratte cinetiche, presentate nel 1932 alla Galerie Vignon di Parigi. In un primo momento azionate meccanicamente e poi mosse dai più leggeri spostamenti d’aria, queste opere traggono “la loro vita dalla vita indistinta dell'atmosfera”, come scrisse Jean-Paul Sartre. Per le sculture che restano ferme sarà invece Jean Arp a proporre la definizione di “stabili”.
Calder torna negli Stati Uniti nel 1933, ma non abbandonerà mai l’Europa. Nel 1937 è all’Esposizione Internazionale di Parigi nel Padiglione della Spagna repubblicana durante Guerra Civile: la sua opera La fuente de mercurio figura accanto a Guernica di Picasso ed El Segador di Mirò. Dopo il secondo conflitto mondiale Calder si trasferisce nel piccolo borgo di Saché, nella Valle della Loira, dove apre un piccolo atelier. Con un piede in America e uno in Francia, continuerà a espandere i confini della scultura fino alla morte, nel 1976.
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