Fino al 14 dicembre nella Galleria di via Crispi a Roma

I totem di Huma Bhabha per la prima volta alla Gagosian

Huma Bhabha, "The Company", Gagosian Roma. Foto: © Matteo D'Eletto, M3 Studio. Courtesy Gagosian
 

Samantha De Martin

24/09/2019

Roma - Nel luminoso ovale della Gagosian, i totem ghignanti di Huma Bhabha, figure inquietanti dall’aria sinistramente divertita, accolgono il visitatore alla maniera di mostri alieni, divinità della fertilità ma anche ieratici kouroi senza tempo.
Realizzate con materiali di scarto e argilla, polistirolo o fuse in bronzo, intagliate in pile di sughero scuro che emana un odore di terra e legno bruciato, le figure dell’artista pakistana esplorano le tensioni tra tempo, memoria e sradicamento.

Per la sua prima mostra a Roma, Bhabha sceglie The Company, un intervento in parte ispirato a “La lotteria a Babilonia”, un breve racconto di Jeorge Luis Borges nel quale una società immaginaria è sopraffatta dal sistema di una lotteria incombente che attribuisce agli uomini punizioni e ricompense. A dirigere questa Lotteria è presumibilmente la Compagnia, un inesistente organismo che decide i destini delle persone.

Varcata la soglia della sala ovale, un paio di grandi mani senza corpo avanzano su piedistalli trasparenti precedendo quattro figure stanti. I disegni su fotografia richiamano invece questi personaggi, che potrebbero appartenere a un regno futuristico così come a una civiltà perduta. Avvicinandosi a queste figure, all’apparenza dure e compatte, simili a marmi appena estratti, si percepisce la leggerezza dei materiali e si intuisce la delicatezza del processo scultoreo che diventa per l’artista una sorta di flusso di coscienza.
Con i loro visi simili a maschere dipinte con toni pastello in cui dominano il rosa, l’azzurro e il verde, le sculture di Bhabha sembrano prendere in giro e mettere in guardia, testimoni muti dell’orgoglio e del potere umano, della venerazioni e dell’iconoclastia. E così l’argilla giallastra compressa in una rete metallica, la rete di un pollaio, giocattoli per cani, sedie arrugginite provenienti da Karachi - la città natale di Bhabha, intrappolata in un fuoco incrociato di conflitti intestini e internazionali - diventano un espediente per testimoniare la catastrofe alla quale le stesse figure sono riuscite a sopravvivere per raccontarne la storia.

“La mia terra di origine - spiega l’artista - ha influito molto sulla scelta dei materiali delle mie sculture. A questa emotività, che scaturisce dai miei luoghi, si mescolano le tante altre influenze di opere diverse e di artisti che ho visto e interiorizzato con naturalezza per realizzare poi il mio lavoro in maniera del tutto personale. Quando avevo 21 anni ho vissuto a Roma per un po' di tempo. In questa città meravigliosa ho captato elementi e influssi che sono emersi nella mia arte anni dopo, con la maturità”.

In uno dei disegni di grande formato, le figure umane e non umane abitano lo spazio condiviso da fotografia, collage e gesti pittorici. In uno di questi, un arco blu e beige interferisce su uno scatto effettuato da Bhabha a Roma, ai Musei Capitolini, che immertala l’antica statua di un cane con due kouroi bianchi che incombono sullo sfondo. Accostando i traumi del colonialismo alle cicatrici di guerra e ai media di massa, l’artista pakistana che attualmente vive e lavora a Poughkeepsie (New York), ha associato il mondo a un’apocalisse generata dall’uomo e dalla natura e della quale le sue sculture diventano testimoni.

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