Weekend culturale in Svizzera
Zurigo in 48 ore: la capitale segreta dell'arte dove si nuota nel fiume in pausa pranzo
Eleonora Zamparutti
09/06/2026
C'è una città in Europa dove, durante la pausa pranzo, impiegati in giacca e cravatta si tuffano nel fiume che attraversa il centro e nuotano accanto ai cigni prima di tornare in ufficio. Quella città è Zurigo, e già questo dovrebbe bastare a riposizionarla nella vostra immaginazione. Dimenticate la cartolina della finanza grigia e ordinata: la più grande città della Svizzera è internazionale, sorprendente, attraversata da una corrente — letterale e culturale — che non si ferma mai. In primavera i parchi e le sponde della Limmat brulicano di giovani che prendono il sole, i bar lungo l'acqua si riempiono, una brezza costante addolcisce il caldo. E i tram, naturalmente, arrivano spaccando il secondo.
Ma è sul fronte dell'arte che Zurigo gioca la sua partita più interessante. Culla del dadaismo di Hans Arp e Sophie Taeuber-Arp, città di Alberto Giacometti e oggi dell'artista video Pipilotti Rist, offre in un fine settimana ciò che altrove richiede una settimana. Ecco come viverla.
Il museo che riscrive lo sguardo coloniale
Si comincia dal Museum Rietberg, nel quartiere di Enge, immerso nel verde del parco Rieter (dalla stazione centrale, dieci minuti con il tram 7). È l'unico museo svizzero dedicato alle arti extraeuropee, fondato nel 1952 sulla straordinaria collezione del mecenate Eduard von der Heydt e ospitato in una villa neoclassica. Bronzi africani, sculture indiane e khmer, maschere rituali, ceramiche cinesi e giapponesi: un giro del mondo sotto un solo tetto.
Ma la ragione per cui dovete andarci ora ha un nome: Quasi un paradiso (fino al 6 settembre 2026). È la prima mostra al mondo di arte contemporanea che affronta su scala globale il tema degli archivi fotografici coloniali. Venti artisti internazionali rileggono altrettante raccolte storiche, smontando gli stereotipi sedimentati nel nostro sguardo e restituendo voce a chi era stato fotografato come "oggetto di studio". Il titolo cita la scrittrice nigeriana Chimamanda Ngozi Adichie: sono le storie raccontate da molte voci a farci ritrovare una forma di paradiso. Il percorso si snoda in quattro sezioni - Mutaforme, Confronto, Cura e Nel fantastico fotografico - e gli artisti non si limitano a esporre: rielaborano i documenti storici creando, a loro volta, nuovi archivi. Quando uscite, concedetevi un caffè ai tavolini del giardino: nelle giornate di sole è uno dei luoghi più dolci della città.
Due chiese, due rivoluzioni della luce
Dal Rietberg si scende verso il centro storico seguendo il fiume. Qui due chiese raccontano l'anima riformata di Zurigo - spogliata di ogni decorazione barocca - eppure capace di accogliere alcune delle vetrate più straordinarie del Novecento.

Marc Chagall, Vetrata di Giacobbe, 1967, Fraumünster, Zurigo
Vale la pena ricordare chi diede a questa città il suo volto austero. Huldrych Zwingli (1484-1531) fu il grande riformatore svizzero-tedesco: predicatore al Grossmünster dal 1519, contemporaneo di Lutero ma autonomo da lui, volle una fede spogliata di immagini e intermediari, e tradusse la Bibbia in tedesco con i suoi collaboratori, pubblicandola nel 1531 — tre anni prima di quella di Lutero. Alla sua morte gli succedette Heinrich Bullinger (1504-1575), che ne consolidò l'eredità per oltre quarant'anni, trasformando Zurigo in un faro del protestantesimo europeo e accogliendo i rifugiati religiosi di mezzo continente. È a loro che si deve l'essenzialità che ancora oggi colpisce in queste chiese.
Sulla sponda sinistra della Limmat sorge il Fraumünster, fondato nell'853 come monastero femminile. Per secoli le badesse ressero la città con rango di principesse dell'Impero, fino a quando, nel 1524, l'ultima di esse consegnò l'abbazia alla città abbracciando la Riforma. Oggi la chiesa custodisce un tesoro: le vetrate di Marc Chagall. L'artista scoprì la pittura su vetro a settant'anni, e qui, ottantatreenne, firmò nel 1970 cinque vetrate per il coro di intensità cromatica travolgente — una sinfonia di immagini bibliche, dal profeta Elia rapito in cielo su un carro di fuoco alla vita di Cristo, dalla scala di Giacobbe alla Gerusalemme celeste. Nel 1978, novantenne, aggiunse il rosone: un ciclo perpetuo della Genesi con l'Arca di Noè a simboleggiare la salvezza del creato. Picasso diceva di lui: "Da qualche parte nella testa deve avere un angelo". Curiosità: i donatori che ne finanziarono la realizzazione scelsero di restare anonimi.

Le sette finestre dell’ala occidentale della chiesa Grossmünster sono composte da sottili sezioni di agata, alcune delle quali parzialmente colorate. Esse raffigurano una sorta di “coagulazione” dei tempi preistorici e della storia della Terra all’interno delle pietre.
Poco distante si erge il Grossmünster, la chiesa-simbolo della Riforma. Romanico, costruito tra il 1100 e il 1220, robusto e solenne con i suoi pilastri possenti, conserva l'intervento contemporaneo di Sigmar Polke: dodici vetrate completate nel 2009, pochi mesi prima della morte dell'artista. Sette sono sottili fette di agata che sembrano cristallizzare la storia geologica della Terra; le altre cinque, figurative, rielaborano al computer motivi dai vangeli medievali del periodo in cui la chiesa fu edificata. Arte e fede, a otto secoli di distanza, che si parlano.
Dove Basilea ha la fiera, Zurigo ha il coraggio
C'è un luogo comune da sfatare. La scena artistica di Zurigo non ha la fama internazionale di Basilea e della sua fiera leggendaria, ma non teme confronti. Chi cerca l'arte più tagliente punta su Löwenbräukunst: un ex birrificio trasformato in cittadella culturale, oggi sede di spazi indipendenti e gallerie internazionali. Tra queste, Hauser & Wirth, fondata proprio a Zurigo nel 1992 da Iwan e Manuela Wirth e diventata una delle gallerie più influenti del pianeta. Da non perdere anche Edition VFO, organizzazione no-profit che rende accessibile l'arte di qualità con stampe in edizione limitata, gran parte sotto i mille franchi. Dal 12 giugno, in occasione dello Zurich Art Weekend, Hauser & Wirth inaugura Sometimes a straight line has to be crooked: la prima mostra europea che mette in dialogo Henry Taylor, oggi tra gli artisti più celebrati al mondo, con il suo maestro, il modernista californiano James Jarvaise. Significativo che il debutto zurighese di Taylor avvenga accanto all'uomo che, negli anni Ottanta, intuì per primo il suo talento.
Il gran finale: Giacometti e gli impressionisti al Kunsthaus
La giornata culmina al Kunsthaus Zürich, il più grande museo d'arte della Svizzera, oggi quasi raddoppiato grazie alla spettacolare estensione firmata da David Chipperfield. È qui che si trova la più importante collezione museale al mondo di Alberto Giacometti: circa ottocento opere in deposito permanente dalla Fondazione a lui dedicata, nata a Zurigo nel 1965. La raccolta abbraccia l'intero percorso dell'artista grigionese — scultore, pittore e disegnatore — dalle prime prove giovanili agli ultimi capolavori. Nel cuore dell'allestimento d'apertura nel nuovo edificio brillano le opere del periodo surrealista e le celebri sculture filiformi del dopoguerra, quelle in cui Giacometti inventò il suo linguaggio inconfondibile: figure maschili colte nel movimento, figure femminili erette in una presenza quasi sacrale, come statue di culto mediterranee trasportate nel vuoto esistenziale della modernità. Pezzo forte: L'Objet invisible (1934/35), capolavoro surrealista presentato per la prima volta in una fusione in bronzo inedita. Dal 2027 la presentazione sarà ulteriormente ampliata in quattro sale successive.
Ma il Kunsthaus è anche impressionismo allo stato puro. La collezione di pittura francese dell'Ottocento parte da Géricault, Corot, Delacroix, Courbet e Manet, e culmina in un nucleo straordinario di Claude Monet. Fermatevi davanti a Le bassin aux nymphéas, le soir (1916/1922): qui Monet fa svanire l'orizzonte, lo sguardo precipita sulla superficie dello stagno e la tela diventa una membrana di colore senza confini — la stessa visione "all-over" che gli espressionisti astratti americani avrebbero ripreso decenni dopo. Dipinte durante la guerra, le ninfee offrono un controcanto di pace al rumore del mondo. Poco oltre, Le Phare de Honfleur (1864) mostra invece il Monet degli esordi, ancora ancorato al paesaggio reale, prima della grande dissoluzione. Accanto, i Nabis Bonnard e Vuillard - amatissimi in Svizzera - e i post-impressionisti Gauguin, Cézanne e van Gogh, di cui spicca Cabanes blanches aux Saintes-Maries (1888), preparano il terreno alle rivoluzioni del Novecento. Quando la collezione Bührle si unirà a queste sale, Zurigo offrirà l'unico luogo in Europa dove respirare insieme tutta questa rivoluzione visiva.
Cercate qualcosa di più meditativo? Fino all'autunno 2026, l'artista tedesco Wolfgang Laib - che abbandonò la medicina per l'arte - dialoga con la collezione del museo nell'ambito del ciclo ReCollect!, in cui gli artisti rileggono le opere del Kunsthaus aprendo nuove prospettive. Polline, cera, riso, latte: materiali organici e simbolici disposti con rigore quasi rituale. Le sue Navi di riso affiancano le Ninfee di Monet come imbarcazioni che traghettano le anime nell'aldilà; il suo uovo cosmico di pietra nera, il Brahmanda, rispecchia la Macchia nera di Kandinsky. "Più complichi le cose, più perdi", dice Laib. "Rinunciando, ottieni di più".
E infine, fino al 16 agosto 2026, la prima grande mostra svizzera dedicata a Kerry James Marshall. Nato in Alabama nel 1955, Marshall mette le persone nere al centro della scena, senza compromessi: oltre settanta opere, undici cicli diversi, che sfidano ogni genere della storia dell'arte occidentale. "Se dici nero, devi vedere nero", afferma l'artista, che lavora con pigmenti diversissimi - ivory black, Mars black, carbon black - per ottenere infinite tonalità. Un'arte che non offre risposte facili, ma accende domande.
Dove dormire (e una vista per chiudere)
Per la notte, l'Hotel Greulich è un piccolo gioiello di design: stanze essenziali ed eleganti, una sala per lo yoga e un ristorante thailandese vivace, frequentato da giovani, perfetto per chiudere la giornata.
E prima di ripartire, una passeggiata dal centro storico fino al Lindenhof: dalla collina, sotto i tigli, la città si apre tutta davanti a voi, i tetti, le torri, il fiume in cui qualcuno, ne siamo certi, sta ancora nuotando.
Ma è sul fronte dell'arte che Zurigo gioca la sua partita più interessante. Culla del dadaismo di Hans Arp e Sophie Taeuber-Arp, città di Alberto Giacometti e oggi dell'artista video Pipilotti Rist, offre in un fine settimana ciò che altrove richiede una settimana. Ecco come viverla.
Il museo che riscrive lo sguardo coloniale
Si comincia dal Museum Rietberg, nel quartiere di Enge, immerso nel verde del parco Rieter (dalla stazione centrale, dieci minuti con il tram 7). È l'unico museo svizzero dedicato alle arti extraeuropee, fondato nel 1952 sulla straordinaria collezione del mecenate Eduard von der Heydt e ospitato in una villa neoclassica. Bronzi africani, sculture indiane e khmer, maschere rituali, ceramiche cinesi e giapponesi: un giro del mondo sotto un solo tetto.
Ma la ragione per cui dovete andarci ora ha un nome: Quasi un paradiso (fino al 6 settembre 2026). È la prima mostra al mondo di arte contemporanea che affronta su scala globale il tema degli archivi fotografici coloniali. Venti artisti internazionali rileggono altrettante raccolte storiche, smontando gli stereotipi sedimentati nel nostro sguardo e restituendo voce a chi era stato fotografato come "oggetto di studio". Il titolo cita la scrittrice nigeriana Chimamanda Ngozi Adichie: sono le storie raccontate da molte voci a farci ritrovare una forma di paradiso. Il percorso si snoda in quattro sezioni - Mutaforme, Confronto, Cura e Nel fantastico fotografico - e gli artisti non si limitano a esporre: rielaborano i documenti storici creando, a loro volta, nuovi archivi. Quando uscite, concedetevi un caffè ai tavolini del giardino: nelle giornate di sole è uno dei luoghi più dolci della città.
Due chiese, due rivoluzioni della luce
Dal Rietberg si scende verso il centro storico seguendo il fiume. Qui due chiese raccontano l'anima riformata di Zurigo - spogliata di ogni decorazione barocca - eppure capace di accogliere alcune delle vetrate più straordinarie del Novecento.

Marc Chagall, Vetrata di Giacobbe, 1967, Fraumünster, Zurigo
Vale la pena ricordare chi diede a questa città il suo volto austero. Huldrych Zwingli (1484-1531) fu il grande riformatore svizzero-tedesco: predicatore al Grossmünster dal 1519, contemporaneo di Lutero ma autonomo da lui, volle una fede spogliata di immagini e intermediari, e tradusse la Bibbia in tedesco con i suoi collaboratori, pubblicandola nel 1531 — tre anni prima di quella di Lutero. Alla sua morte gli succedette Heinrich Bullinger (1504-1575), che ne consolidò l'eredità per oltre quarant'anni, trasformando Zurigo in un faro del protestantesimo europeo e accogliendo i rifugiati religiosi di mezzo continente. È a loro che si deve l'essenzialità che ancora oggi colpisce in queste chiese.
Sulla sponda sinistra della Limmat sorge il Fraumünster, fondato nell'853 come monastero femminile. Per secoli le badesse ressero la città con rango di principesse dell'Impero, fino a quando, nel 1524, l'ultima di esse consegnò l'abbazia alla città abbracciando la Riforma. Oggi la chiesa custodisce un tesoro: le vetrate di Marc Chagall. L'artista scoprì la pittura su vetro a settant'anni, e qui, ottantatreenne, firmò nel 1970 cinque vetrate per il coro di intensità cromatica travolgente — una sinfonia di immagini bibliche, dal profeta Elia rapito in cielo su un carro di fuoco alla vita di Cristo, dalla scala di Giacobbe alla Gerusalemme celeste. Nel 1978, novantenne, aggiunse il rosone: un ciclo perpetuo della Genesi con l'Arca di Noè a simboleggiare la salvezza del creato. Picasso diceva di lui: "Da qualche parte nella testa deve avere un angelo". Curiosità: i donatori che ne finanziarono la realizzazione scelsero di restare anonimi.

Le sette finestre dell’ala occidentale della chiesa Grossmünster sono composte da sottili sezioni di agata, alcune delle quali parzialmente colorate. Esse raffigurano una sorta di “coagulazione” dei tempi preistorici e della storia della Terra all’interno delle pietre.
Poco distante si erge il Grossmünster, la chiesa-simbolo della Riforma. Romanico, costruito tra il 1100 e il 1220, robusto e solenne con i suoi pilastri possenti, conserva l'intervento contemporaneo di Sigmar Polke: dodici vetrate completate nel 2009, pochi mesi prima della morte dell'artista. Sette sono sottili fette di agata che sembrano cristallizzare la storia geologica della Terra; le altre cinque, figurative, rielaborano al computer motivi dai vangeli medievali del periodo in cui la chiesa fu edificata. Arte e fede, a otto secoli di distanza, che si parlano.
Dove Basilea ha la fiera, Zurigo ha il coraggio
C'è un luogo comune da sfatare. La scena artistica di Zurigo non ha la fama internazionale di Basilea e della sua fiera leggendaria, ma non teme confronti. Chi cerca l'arte più tagliente punta su Löwenbräukunst: un ex birrificio trasformato in cittadella culturale, oggi sede di spazi indipendenti e gallerie internazionali. Tra queste, Hauser & Wirth, fondata proprio a Zurigo nel 1992 da Iwan e Manuela Wirth e diventata una delle gallerie più influenti del pianeta. Da non perdere anche Edition VFO, organizzazione no-profit che rende accessibile l'arte di qualità con stampe in edizione limitata, gran parte sotto i mille franchi. Dal 12 giugno, in occasione dello Zurich Art Weekend, Hauser & Wirth inaugura Sometimes a straight line has to be crooked: la prima mostra europea che mette in dialogo Henry Taylor, oggi tra gli artisti più celebrati al mondo, con il suo maestro, il modernista californiano James Jarvaise. Significativo che il debutto zurighese di Taylor avvenga accanto all'uomo che, negli anni Ottanta, intuì per primo il suo talento.
Il gran finale: Giacometti e gli impressionisti al Kunsthaus
La giornata culmina al Kunsthaus Zürich, il più grande museo d'arte della Svizzera, oggi quasi raddoppiato grazie alla spettacolare estensione firmata da David Chipperfield. È qui che si trova la più importante collezione museale al mondo di Alberto Giacometti: circa ottocento opere in deposito permanente dalla Fondazione a lui dedicata, nata a Zurigo nel 1965. La raccolta abbraccia l'intero percorso dell'artista grigionese — scultore, pittore e disegnatore — dalle prime prove giovanili agli ultimi capolavori. Nel cuore dell'allestimento d'apertura nel nuovo edificio brillano le opere del periodo surrealista e le celebri sculture filiformi del dopoguerra, quelle in cui Giacometti inventò il suo linguaggio inconfondibile: figure maschili colte nel movimento, figure femminili erette in una presenza quasi sacrale, come statue di culto mediterranee trasportate nel vuoto esistenziale della modernità. Pezzo forte: L'Objet invisible (1934/35), capolavoro surrealista presentato per la prima volta in una fusione in bronzo inedita. Dal 2027 la presentazione sarà ulteriormente ampliata in quattro sale successive.
Ma il Kunsthaus è anche impressionismo allo stato puro. La collezione di pittura francese dell'Ottocento parte da Géricault, Corot, Delacroix, Courbet e Manet, e culmina in un nucleo straordinario di Claude Monet. Fermatevi davanti a Le bassin aux nymphéas, le soir (1916/1922): qui Monet fa svanire l'orizzonte, lo sguardo precipita sulla superficie dello stagno e la tela diventa una membrana di colore senza confini — la stessa visione "all-over" che gli espressionisti astratti americani avrebbero ripreso decenni dopo. Dipinte durante la guerra, le ninfee offrono un controcanto di pace al rumore del mondo. Poco oltre, Le Phare de Honfleur (1864) mostra invece il Monet degli esordi, ancora ancorato al paesaggio reale, prima della grande dissoluzione. Accanto, i Nabis Bonnard e Vuillard - amatissimi in Svizzera - e i post-impressionisti Gauguin, Cézanne e van Gogh, di cui spicca Cabanes blanches aux Saintes-Maries (1888), preparano il terreno alle rivoluzioni del Novecento. Quando la collezione Bührle si unirà a queste sale, Zurigo offrirà l'unico luogo in Europa dove respirare insieme tutta questa rivoluzione visiva.
Cercate qualcosa di più meditativo? Fino all'autunno 2026, l'artista tedesco Wolfgang Laib - che abbandonò la medicina per l'arte - dialoga con la collezione del museo nell'ambito del ciclo ReCollect!, in cui gli artisti rileggono le opere del Kunsthaus aprendo nuove prospettive. Polline, cera, riso, latte: materiali organici e simbolici disposti con rigore quasi rituale. Le sue Navi di riso affiancano le Ninfee di Monet come imbarcazioni che traghettano le anime nell'aldilà; il suo uovo cosmico di pietra nera, il Brahmanda, rispecchia la Macchia nera di Kandinsky. "Più complichi le cose, più perdi", dice Laib. "Rinunciando, ottieni di più".
E infine, fino al 16 agosto 2026, la prima grande mostra svizzera dedicata a Kerry James Marshall. Nato in Alabama nel 1955, Marshall mette le persone nere al centro della scena, senza compromessi: oltre settanta opere, undici cicli diversi, che sfidano ogni genere della storia dell'arte occidentale. "Se dici nero, devi vedere nero", afferma l'artista, che lavora con pigmenti diversissimi - ivory black, Mars black, carbon black - per ottenere infinite tonalità. Un'arte che non offre risposte facili, ma accende domande.
Dove dormire (e una vista per chiudere)
Per la notte, l'Hotel Greulich è un piccolo gioiello di design: stanze essenziali ed eleganti, una sala per lo yoga e un ristorante thailandese vivace, frequentato da giovani, perfetto per chiudere la giornata.
E prima di ripartire, una passeggiata dal centro storico fino al Lindenhof: dalla collina, sotto i tigli, la città si apre tutta davanti a voi, i tetti, le torri, il fiume in cui qualcuno, ne siamo certi, sta ancora nuotando.
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