Mona Hatoum. Over, under and in between

© Mona Hatoum | Mona Hatoum, all of a quiver, 2022. Kesselhaus, KINDL – Centre for Contemporary Art I Ph. Jens Ziehe

 

Dal 29 January 2026 al 9 November 2026

Milano

Luogo: Fondazione Prada

Indirizzo: Largo Isarco 2

Telefono per informazioni: +39 02 5666 2611

E-Mail info: info@fondazioneprada.org

Sito ufficiale: http://www.fondazioneprada.org


Over, under and in between” è un progetto site-specific concepito dall’artista Mona Hatoum per la sede di Milano che invita a riflettere sull’instabilità dei nostri tempi e sulla precarietà dell’esistenza.

Le tre installazioni che compongono la mostra esplorano alcuni elementi identitari del vocabolario artistico di Hatoum: la ragnatela, la mappa e la griglia. La loro presenza riattiva lo spazio dell’edificio Cisterna – che un tempo ospitava i silos e i serbatoi della ex distilleria di alcolici situata nel complesso della Fondazione Prada. I tre lavori, indipendenti l’uno dall’altro, rappresentano i concetti di instabilità, pericolo e fragilità creando un dialogo con lo spazio e, in particolare, con l’esperienza fisica del visitatore.

Nella sala d’ingresso della Cisterna, un’ampia costellazione di delicate sfere di vetro trasparente soffiato a mano, collegate tra loro con dei fili, crea una ragnatela sospesa al di sopra del visitatore. Negli ultimi decenni, Hatoum ha utilizzato il motivo della ragnatela per esplorare temi come l’intrappolamento, l’indolenza, l’incuria, i legami familiari e le connessioni. Come sottolinea l’artista: “Una ragnatela può essere vista come una rete minacciosa che suggerisce un senso opprimente di intrappolamento, ma che allo stesso tempo offre una casa o un luogo sicuro. Per me, la grande ragnatela sospesa sopra di noi ha anche un significato poetico, quasi cosmico. Le sfere di vetro, bellissime e delicate, sono un riferimento diretto alle gocce di rugiada e ne evocano la fragilità e luminosità. Possono anche assomigliare a una costellazione celeste. Mi piace vederla come un’allusione all’interconnessione di tutte le cose”.

Il pavimento in cemento della sala centrale della Cisterna è ricoperto di sfere traslucide di vetro rosso disposte a formare una cartina del mondo dove sono delineati solamente i contorni dei continenti, ignorando volutamente i confini politici e geografici. Le oltre trentamila sfere rosse, non fissate al pavimento, creano una configurazione instabile descritta dall’artista come “un territorio aperto e indefinito”, potenzialmente soggetto alle forze destabilizzanti provenienti dall’esterno. Come afferma l’architetto e teorico austriaco Theo Deutinger “Un mappamondo non è una mappa. Non è appiattito e pertanto non può essere piegato o arrotolato e messo in tasca. E il mappamondo non ci permette di vedere il pianeta Terra nella sua interezza. Una mappa è come la pelle della Terra, staccata e appiattita”. La visualizzazione del mondo sotto forma di mappa geografica non è del tutto neutrale, poiché storicamente ha incorporato dinamiche di potere politico e rispecchiato sistemi di dominio. Per questo Mona Hatoum ha preso la decisione di utilizzare la proiezione di Gall-Peters e non quella più tradizionale di Mercatore per creare la sua mappa. Questa mappa, infatti, ha corretto le distorsioni delle dimensioni di alcuni territori presenti nella proiezione di Mercatore, che rappresenta le regioni del Sud globale – come l’Africa, il Sud America e il Sud-est asiatico – più piccole della loro reale estensione rispetto al Nord globale.

La terza sala della Cisterna ospita l’installazione cinetica all of a quiver, una struttura metallica a griglia composta da nove livelli di cubi aperti e sovrapposti. Sospesa a soffitto, l’opera oscilla lentamente tra il crollo verso il basso e la ricostruzione. Suoni di scricchiolii e tintinnii accompagnano ciascuna fila di cubi, mentre la struttura ondeggia e si muove a zig-zag verso il basso come se stesse per cadere – quasi come un corpo – verso la distruzione. all of a quiver testimonia l’interesse di Hatoum per l’estetica minimalista e la sua capacità di trasformare strutture modulari e semplici, come cubi e griglie, in forme vive profondamente legate all’esperienza corporea ed evocative di una pluralità di ricordi emotivi e sensazioni, come il disagio, la claustrofobia e il senso di impotenza. Con il suo movimento ciclico, questo lavoro simboleggia uno stato di precarietà, una sospensione senza fine tra condizioni umane opposte, come la costruzione e la distruzione, la levitazione e il collasso, la resistenza e la fragilità.

Come scrive l’architetta libanese Lina Ghotmeh nel Quaderno pubblicato in occasione della mostra, “L’opera di Hatoum ci insegna che restare in piedi non significa conquistare l’instabilità, ma abitarla. Dimostrando un’apertura al cambiamento invece che il bisogno di controllarlo, l’oscillazione di all of a quiver è una lezione di umiltà”.

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