Sculture Possibili, The Sky Above The Blood Below
Giovanni Rizzoli, Infiniti Infiniti (dettaglio), 2011. Marmo nero del Belgio e sfera in vetro di Murano, 165 x 30 x 30 cm. Esemplare unico. Photo: Francesco Allegretto.
Dal 5 February 2014 al 31 March 2014
Milano | Visualizza tutte le mostre a Milano
Luogo: FL Gallery
Indirizzo: via Circo 1
Orari: da martedì a domenica 15-19
Costo del biglietto: ingresso gratuito
Telefono per informazioni: +39 02 67391341
E-Mail info: info@federicoluger.com
Sito ufficiale: http://www.flgallery.com
Dal 5 febbraio al 31 marzo 2014 la FL GALLERY di Federico Luger è lieta di presentare Sculture Possibili, The Sky Above The Blood Below, la seconda personale di Giovanni Rizzoli negli spazi della galleria. Il progetto presenta un corpus di sculture dell'artista realizzate per l'occasione, un percorso tra il mistico e il fiabesco in cui ispirazioni spirituali e religiose si fondono con istanze laiche, etiche e civili.
Laureato in storia dell’arte medioevale e scultore nell’accezione più classica del termine, Giovanni Rizzoli approda con questa mostra a una nuova fase della sua ricerca artistica. Nelle sue ultime riflessioni Rizzoli indaga le possibilità dell’assoluto, facendosi interprete del mistero del nostro tempo e portavoce delle sue manifestazioni. Quella che ci racconta è una cosmologia al contrario, una “terra senza il male”, dove l’umano e il divino si incontrano nuovamente dopo una lunga e dolorosa separazione nella speranza di ricomporsi, come due parti dello stesso simbolo ormai infranto. Accanto alle sculture sarà esposto un piccolo libro di Milton, Paradise Lost, che affronta proprio il dramma umano tra la scelta della conoscenza e l’affidamento alla grazia divina. Ed è attraverso questo tipo di dimensione simbolica che le sculture di Rizzoli approfondiscono la condizione dell’uomo, senza cedere al fascino facile e – come direbbe l’autore – “pornografico” della provocazione, ma recuperando piuttosto un fare sapiente e argomenti alti. Questo avviene, per esempio, con Cono Aureo (2013), composizione morbida di damasco d’oro che si sposa con una flebo che cola liquido azzurro sul tessuto, posta all’ingresso della mostra di fronte a Torre, scultura in damasco bianco del 2013. L’operare di Giovanni Rizzoli si rivolge ad argomenti religiosi in maniera ancora più evidente nelle sculture Oltre (2013) e Ipotesi di ascensione(2002-2013): la prima, una sfera di marmo nero del Belgio di 45 cm di diametro con un’unica incisione in aramaico del nome di Gesù, posizionata in modo tale che l’iscrizione risulti nascosta allo sguardo; la seconda, una figura in bronzo appesa, con le mani alzate al cielo, colta nel tentativo di vincere la gravità della condizione umana che la tiene ancorata a terra.
Come acutamente anticipato da Bruno Corà in un testo del 2007, “Giovanni Rizzoli appare, tra gli artisti delle generazioni più recenti, quello maggiormente dotato e capace di conferire all’opera una sconcertante sostantività ontologica.” Erede della più importante tradizione scultorea italiana del Novecento, in un percorso che lo vide protagonista alla Biennale di Venezia del 1999 curata da Harald Szeemann, Rizzoli oggi fa consapevolmente suoi i comandamenti di Arturo Martini e li ripensa alla ricerca dei “luoghi della sculturalità universale”, li ripercorre vivendo la scultura come “estensione”, come “insondabile architettura per raggiungere l'universale”. È uno sguardo, il suo, che guarda il mondo con “strabismo divergente”, “con un occhio rivolto al passato, alla misura classica, alla consolidata e ‘popolare’ bellezza aulica, e l'altro occhio divaricato verso il presente, l'ultima delle ultime convergenze attuali, l'ultima esigenza della storia, la contemporaneità.” La scultura di Giovanni Rizzoli vive di nostalgia e allo stesso tempo la rinnega, si fa teatro iconografico – con i suoi rimandi a letteratura, arte figurativa, filosofia, religione, affabulazione popolare, cronaca, attualità – in cui la sedimentazione di una articolata e complessa sensibilità diventa ibridazione, “approdo a uno spazio franco e totale dove i generi si incontrano e dialogano tra loro”, come ebbe a scrivere su di lui Achille Bonito Oliva. Nascono così le opere che si trovano al piano sottostante della galleria, come la croce con inciso il nome di Gesù in aramaico(2013), croce di proporzioni auree in marmo nero del Belgio sulla quale è inscritto ripetutamente, fino a coprire l’intera superficie anche nella parte nascosta allo sguardo, il nome di Gesù nella lingua in cui si esprimeva e lo chiamavano i suoi contemporanei. O come le tre croci laiche – Croce dei migranti, Croce del malato e Crucified Doll (la croce del ginecidio), tutte del 2013 – che raccontano con dolente compassione le tragedie degli sbarchi dei clandestini sulle nostre coste, la condizione della sofferenza dei malati e il vilipendio perpetrato quotidianamente sulle donne. È un percorso alla ricerca dello svelamento del mistero, quello proposto da Giovanni Rizzoli, che culmina con la scultura Cristo assiso sul trono dell’Etimasia(2002-2013), una preziosa opera da Wunderkammer in bronzo dorato e base in marmo verde del Guatemala su cui è inciso in greco antico il nome della scultura, che simbolicamente introduce il tema del Giudizio Universale. Qui il processo di astrazione del corpo di Cristo, talmente rarefatto da essere rappresentato come sola veste, diventa una possibile via di salvezza, di abbandono della materialità per farsi pensiero puro. Conclude la mostra Infiniti infiniti (2009), una colonna in marmo nero del Belgio su cui poggia una sfera di vetro – di 30 cm di diametro – che contiene 8 simboli dell’infinito in vetro nero, contraltare laico all’aspirazione cristiana del Regno dei Cieli, manifestazione umana, impenetrabile e insondabile, del mistero della vita.
Laureato in storia dell’arte medioevale e scultore nell’accezione più classica del termine, Giovanni Rizzoli approda con questa mostra a una nuova fase della sua ricerca artistica. Nelle sue ultime riflessioni Rizzoli indaga le possibilità dell’assoluto, facendosi interprete del mistero del nostro tempo e portavoce delle sue manifestazioni. Quella che ci racconta è una cosmologia al contrario, una “terra senza il male”, dove l’umano e il divino si incontrano nuovamente dopo una lunga e dolorosa separazione nella speranza di ricomporsi, come due parti dello stesso simbolo ormai infranto. Accanto alle sculture sarà esposto un piccolo libro di Milton, Paradise Lost, che affronta proprio il dramma umano tra la scelta della conoscenza e l’affidamento alla grazia divina. Ed è attraverso questo tipo di dimensione simbolica che le sculture di Rizzoli approfondiscono la condizione dell’uomo, senza cedere al fascino facile e – come direbbe l’autore – “pornografico” della provocazione, ma recuperando piuttosto un fare sapiente e argomenti alti. Questo avviene, per esempio, con Cono Aureo (2013), composizione morbida di damasco d’oro che si sposa con una flebo che cola liquido azzurro sul tessuto, posta all’ingresso della mostra di fronte a Torre, scultura in damasco bianco del 2013. L’operare di Giovanni Rizzoli si rivolge ad argomenti religiosi in maniera ancora più evidente nelle sculture Oltre (2013) e Ipotesi di ascensione(2002-2013): la prima, una sfera di marmo nero del Belgio di 45 cm di diametro con un’unica incisione in aramaico del nome di Gesù, posizionata in modo tale che l’iscrizione risulti nascosta allo sguardo; la seconda, una figura in bronzo appesa, con le mani alzate al cielo, colta nel tentativo di vincere la gravità della condizione umana che la tiene ancorata a terra.
Come acutamente anticipato da Bruno Corà in un testo del 2007, “Giovanni Rizzoli appare, tra gli artisti delle generazioni più recenti, quello maggiormente dotato e capace di conferire all’opera una sconcertante sostantività ontologica.” Erede della più importante tradizione scultorea italiana del Novecento, in un percorso che lo vide protagonista alla Biennale di Venezia del 1999 curata da Harald Szeemann, Rizzoli oggi fa consapevolmente suoi i comandamenti di Arturo Martini e li ripensa alla ricerca dei “luoghi della sculturalità universale”, li ripercorre vivendo la scultura come “estensione”, come “insondabile architettura per raggiungere l'universale”. È uno sguardo, il suo, che guarda il mondo con “strabismo divergente”, “con un occhio rivolto al passato, alla misura classica, alla consolidata e ‘popolare’ bellezza aulica, e l'altro occhio divaricato verso il presente, l'ultima delle ultime convergenze attuali, l'ultima esigenza della storia, la contemporaneità.” La scultura di Giovanni Rizzoli vive di nostalgia e allo stesso tempo la rinnega, si fa teatro iconografico – con i suoi rimandi a letteratura, arte figurativa, filosofia, religione, affabulazione popolare, cronaca, attualità – in cui la sedimentazione di una articolata e complessa sensibilità diventa ibridazione, “approdo a uno spazio franco e totale dove i generi si incontrano e dialogano tra loro”, come ebbe a scrivere su di lui Achille Bonito Oliva. Nascono così le opere che si trovano al piano sottostante della galleria, come la croce con inciso il nome di Gesù in aramaico(2013), croce di proporzioni auree in marmo nero del Belgio sulla quale è inscritto ripetutamente, fino a coprire l’intera superficie anche nella parte nascosta allo sguardo, il nome di Gesù nella lingua in cui si esprimeva e lo chiamavano i suoi contemporanei. O come le tre croci laiche – Croce dei migranti, Croce del malato e Crucified Doll (la croce del ginecidio), tutte del 2013 – che raccontano con dolente compassione le tragedie degli sbarchi dei clandestini sulle nostre coste, la condizione della sofferenza dei malati e il vilipendio perpetrato quotidianamente sulle donne. È un percorso alla ricerca dello svelamento del mistero, quello proposto da Giovanni Rizzoli, che culmina con la scultura Cristo assiso sul trono dell’Etimasia(2002-2013), una preziosa opera da Wunderkammer in bronzo dorato e base in marmo verde del Guatemala su cui è inciso in greco antico il nome della scultura, che simbolicamente introduce il tema del Giudizio Universale. Qui il processo di astrazione del corpo di Cristo, talmente rarefatto da essere rappresentato come sola veste, diventa una possibile via di salvezza, di abbandono della materialità per farsi pensiero puro. Conclude la mostra Infiniti infiniti (2009), una colonna in marmo nero del Belgio su cui poggia una sfera di vetro – di 30 cm di diametro – che contiene 8 simboli dell’infinito in vetro nero, contraltare laico all’aspirazione cristiana del Regno dei Cieli, manifestazione umana, impenetrabile e insondabile, del mistero della vita.
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