Hannah Levy. Blue Blooded - Sangue blu
Hannah Levy, Untitled, 2025, Acciaio inossidabile e vetro, 78.7 × 93.9 × 40.6 cm | Courtesy © the artist, MASSIMODECARLO, ph: Adam Reich
Dal 28 Marzo 2026 al 12 Luglio 2026
Orani | Nuoro | Visualizza tutte le mostre a Nuoro
Luogo: Museo Nivola
Indirizzo: Via Gonare, 2
Orari: Gio - Mar 10.30 - 19.30 | Mer chiuso
Curatori: Giuliana Altea, Antonella Camarda, Luca Cheri
Costo del biglietto: € 7,00 | € 5,00
Telefono per informazioni: +39 0784 730063
E-Mail info: info@museonivola.it
Sito ufficiale: http://museonivola.it
Il Museo Nivola presenta Blue Blooded - Sangue blu, la prima mostra personale in Italia di Hannah Levy, che inaugura sabato 28 marzo 2026 alle ore 11:30. A cura di Giuliana Altea, Antonella Camarda e Luca Cheri, la mostra riunisce un gruppo di nuove sculture ispirate al granchio a ferro di cavallo, o limulo: un artropode marino dall’aspetto inquietante che è sopravvissuto per centinaia di milioni di anni e il cui sangue blu è oggi ampiamente utilizzato per garantire la sicurezza di vaccini e dispositivi medici.
Le sculture di Levy combinano metallo lucidato con silicone e vetro traslucido, generando forme sinuose che - mentre richiamano un immaginario di matrice surrealista - evocano animali, insetti e morfologie organiche, alludendo al tempo stesso con discrezione all’eleganza dell’Art Nouveau e del design modernista. Inserendosi in una genealogia che include artiste e artisti come Meret Oppenheim, Louise Bourgeois e Robert Gober, Levy fonde estetiche industriali e immagini naturali per suggerire presenze al contempo seducenti e perturbanti.
Opera centrale della mostra è una grande struttura tentacolare in acciaio inox e silicone, che ricorda una leggera tettoia sostenuta da gambe lunghe e sottili. Le sue proporzioni riecheggiano quelle dello spazio museale e la sua silhouette suggerisce insieme un riparo balneare e uno scheletro fossilizzato esposto in un museo di storia naturale. Il rivestimento teso, simile a un guscio spinoso, e le gambe ispirate alla morfologia del granchio a ferro di cavallo danno vita a un organismo architettonico che abita la navata come una presenza sospesa tra rifugio e reliquia.
Accanto a questa installazione, delle sculture in vetro sono sostenute da artigli metallici appuntiti. Queste forme appaiono come corpi in tensione, colti a metà strada tra lo stato fluido e lo stato solido. Una forma vitrea, simile a un guscio, si distende su supporti delicati, come un animale che si acclimata trovando rifugio in una nuova dimora. Il vetro in queste opere esiste come traccia di un’azione passata: il momento della sua trasformazione allo stato fuso sotto la pressione dell’acciaio inox, congelato nel tempo.
Un’altra opera consiste in una serie di gusci di alluminio fusi a partire dall’esterno spinoso del granchio a ferro di cavallo, con lunghe code scultoree esagerate e imponenti. Il guscio capovolto di una di queste creature aliene è riempito di vetro colato blu, a rivelare l’anatomia del ventre del crostaceo. Realizzati attraverso il tradizionale procedimento della fusione a cera persa, questi oggetti combinano diverse antiche pratiche artigianali con un immaginario vagamente preistorico. Sulle pareti sono installati elementi in acciaio inox simili a chele, come applique dalle forme organiche: ogni coppia di artigli afferra una sfera irregolare di vetro soffiato blu, conferendo all’insieme una sensualità ambigua e lievemente inquietante.
In mostra, il granchio a ferro di cavallo funziona come fulcro ideale: una presenza che orienta ogni opera, anche quando non è immediatamente riconoscibile.
Al tempo stesso arcaico e sorprendentemente contemporaneo, il granchio a ferro di cavallo è affascinante tanto sul piano visivo quanto su quello simbolico. Spesso descritto come un “fossile vivente”, è rimasto quasi invariato dall’era Triassica e porta nel proprio corpo l’impronta della Preistoria. Il suo sangue di un blu vivido contiene il Limulus Amebocyte Lysate (LAL), una sostanza essenziale per rilevare contaminazioni batteriche nei prodotti farmaceutici. Ogni anno migliaia di esemplari vengono catturati, dissanguati e restituiti al mare in un processo che ha sollevato crescenti preoccupazioni etiche e ambientali. Pur essendo ancora fondamentale per la medicina negli Stati Uniti (nell’Unione Europea un sostituto sintetico è approvato dal 2020), questa pratica solleva interrogativi urgenti sui limiti morali dello sfruttamento delle risorse naturali e sulla responsabilità umana verso le specie da cui dipende la nostra sopravvivenza.
Il progetto è stato sviluppato in dialogo diretto con lo spazio espositivo del museo – l’ex lavatoio di Orani – e con la figura di Costantino Nivola. La lunga e stretta navata, il tetto a capanna con travi a vista simili a costole e la forte identità architettonica dell’edificio sono diventati il punto di partenza della mostra. Durante la ricerca, Levy ha scoperto una straordinaria connessione con Nivola: è venuta a sapere che lo scultore sperimentò per la prima volta la sua celebre tecnica del sandcasting giocando con i figli sulla spiaggia di Springs, a Long Island. Lungo quella stessa costa Levy ha raccolto numerosi esemplari di granchio a ferro di cavallo che costituiscono la matrice concettuale della mostra.
Come Nivola, Levy esplora il confine tra arte e architettura e concepisce la scultura come esperienza spaziale e pubblica. Il volume rettangolare e la chiarezza strutturale dello spazio offrono un contrappunto alle linee curve e pulsanti delle sculture. In questo ambiente essenziale, le opere sono disposte come presenze viventi che mettono in tensione rigidità e morbidezza, naturale e artificiale, facendo dell’architettura una cassa di risonanza per le questioni etiche e le impressioni sensoriali generate dalla mostra.
Blue Blooded – Sangue blu rivela la capacità di Hannah Levy di costruire universi scultorei in cui tecnologia e natura si intrecciano. La mostra propone una riflessione sulla fragilità dei sistemi che sostengono la vita contemporanea e sulla necessità di ripensare il nostro rapporto con il mondo vivente.
Le sculture di Levy combinano metallo lucidato con silicone e vetro traslucido, generando forme sinuose che - mentre richiamano un immaginario di matrice surrealista - evocano animali, insetti e morfologie organiche, alludendo al tempo stesso con discrezione all’eleganza dell’Art Nouveau e del design modernista. Inserendosi in una genealogia che include artiste e artisti come Meret Oppenheim, Louise Bourgeois e Robert Gober, Levy fonde estetiche industriali e immagini naturali per suggerire presenze al contempo seducenti e perturbanti.
Opera centrale della mostra è una grande struttura tentacolare in acciaio inox e silicone, che ricorda una leggera tettoia sostenuta da gambe lunghe e sottili. Le sue proporzioni riecheggiano quelle dello spazio museale e la sua silhouette suggerisce insieme un riparo balneare e uno scheletro fossilizzato esposto in un museo di storia naturale. Il rivestimento teso, simile a un guscio spinoso, e le gambe ispirate alla morfologia del granchio a ferro di cavallo danno vita a un organismo architettonico che abita la navata come una presenza sospesa tra rifugio e reliquia.
Accanto a questa installazione, delle sculture in vetro sono sostenute da artigli metallici appuntiti. Queste forme appaiono come corpi in tensione, colti a metà strada tra lo stato fluido e lo stato solido. Una forma vitrea, simile a un guscio, si distende su supporti delicati, come un animale che si acclimata trovando rifugio in una nuova dimora. Il vetro in queste opere esiste come traccia di un’azione passata: il momento della sua trasformazione allo stato fuso sotto la pressione dell’acciaio inox, congelato nel tempo.
Un’altra opera consiste in una serie di gusci di alluminio fusi a partire dall’esterno spinoso del granchio a ferro di cavallo, con lunghe code scultoree esagerate e imponenti. Il guscio capovolto di una di queste creature aliene è riempito di vetro colato blu, a rivelare l’anatomia del ventre del crostaceo. Realizzati attraverso il tradizionale procedimento della fusione a cera persa, questi oggetti combinano diverse antiche pratiche artigianali con un immaginario vagamente preistorico. Sulle pareti sono installati elementi in acciaio inox simili a chele, come applique dalle forme organiche: ogni coppia di artigli afferra una sfera irregolare di vetro soffiato blu, conferendo all’insieme una sensualità ambigua e lievemente inquietante.
In mostra, il granchio a ferro di cavallo funziona come fulcro ideale: una presenza che orienta ogni opera, anche quando non è immediatamente riconoscibile.
Al tempo stesso arcaico e sorprendentemente contemporaneo, il granchio a ferro di cavallo è affascinante tanto sul piano visivo quanto su quello simbolico. Spesso descritto come un “fossile vivente”, è rimasto quasi invariato dall’era Triassica e porta nel proprio corpo l’impronta della Preistoria. Il suo sangue di un blu vivido contiene il Limulus Amebocyte Lysate (LAL), una sostanza essenziale per rilevare contaminazioni batteriche nei prodotti farmaceutici. Ogni anno migliaia di esemplari vengono catturati, dissanguati e restituiti al mare in un processo che ha sollevato crescenti preoccupazioni etiche e ambientali. Pur essendo ancora fondamentale per la medicina negli Stati Uniti (nell’Unione Europea un sostituto sintetico è approvato dal 2020), questa pratica solleva interrogativi urgenti sui limiti morali dello sfruttamento delle risorse naturali e sulla responsabilità umana verso le specie da cui dipende la nostra sopravvivenza.
Il progetto è stato sviluppato in dialogo diretto con lo spazio espositivo del museo – l’ex lavatoio di Orani – e con la figura di Costantino Nivola. La lunga e stretta navata, il tetto a capanna con travi a vista simili a costole e la forte identità architettonica dell’edificio sono diventati il punto di partenza della mostra. Durante la ricerca, Levy ha scoperto una straordinaria connessione con Nivola: è venuta a sapere che lo scultore sperimentò per la prima volta la sua celebre tecnica del sandcasting giocando con i figli sulla spiaggia di Springs, a Long Island. Lungo quella stessa costa Levy ha raccolto numerosi esemplari di granchio a ferro di cavallo che costituiscono la matrice concettuale della mostra.
Come Nivola, Levy esplora il confine tra arte e architettura e concepisce la scultura come esperienza spaziale e pubblica. Il volume rettangolare e la chiarezza strutturale dello spazio offrono un contrappunto alle linee curve e pulsanti delle sculture. In questo ambiente essenziale, le opere sono disposte come presenze viventi che mettono in tensione rigidità e morbidezza, naturale e artificiale, facendo dell’architettura una cassa di risonanza per le questioni etiche e le impressioni sensoriali generate dalla mostra.
Blue Blooded – Sangue blu rivela la capacità di Hannah Levy di costruire universi scultorei in cui tecnologia e natura si intrecciano. La mostra propone una riflessione sulla fragilità dei sistemi che sostengono la vita contemporanea e sulla necessità di ripensare il nostro rapporto con il mondo vivente.
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