Veronica Montanino. Mutatis Mutandis
Veronica Montanino. Mutatis Mutandis, Dorothy Circus Gallery, Roma
Dal 3 Ottobre 2014 al 27 Ottobre 2014
Luogo: Dorothy Circus Gallery
Indirizzo: via dei Pettinari 76
Costo del biglietto: ingresso gratuito
Telefono per informazioni: +39 06 68805928
E-Mail info: info@dorothycircusgallery.com
Sito ufficiale: http://www.dorothycircusgallery.com
Mutatis mutandis: la pittura della natura e la natura della pittura.
È possibile presentare i quadri dei pittori – si chiedeva Roger Caillois – come la varietà umana delle ali della farfalla? La risposta dell’antropologo francese era affermativa, ma a patto di operare (anche solo temporaneamente) una sospensione dei criteri di ordinamento del sapere quale lo conosciamo adottando una “prospettiva trasversale”. In primis l’opposizione Natura/Cultura. Anche Karl Popper, separatore di mondi, del resto scriveva che il mondo 3 è per l’uomo l’equivalente del miele per le api e della tela di ragno per i ragni. Tale sospensione non è esercizio peregrino se permette di interrogarsi su questioni quali la “natura” della pittura. Veronica Montanino pone proprio “l’enigma indecifrabile” della varietà dei disegni delle ali di farfalla al centro della serie realizzata per la Dorothy Circus Gallery (anche se centro non ci può essere in chi sembra voler abbracciare la “scienza diagonale”).
Cosa risulta incomprensibile della bellezza delle ali della farfalla? Il suo essere sostanzialmente senza scopo. Inutile, non funzionale. Come il potlatch mette in crisi il paradigma dell’homo oeconomicus, cosi la natura pictrix disvela una tendenza al dispendio che la vulgata evoluzionista del mors tua vita mea, tutto minimo sforzo e adattamento, non sembrava contemplare tra le caratteristiche degli esseri plasmati dalla selezione naturale. La pittura germinativa, infestante, virale, metamorfica, psichedelica, “overlook”, di Veronica Montanino, ci invita a riflettere sul ruolo che generosità, esuberanza, e inutilità giocano nell’operare dell’arte e della natura. Mutatis mutandis ricerca ciò che è comune a questi due regni, fatte le debite differenze.
Artista dedita alla pratica del camouflage e del remix, Veronica Montanino corteggia la mimicry e l’ilinx, la maschera e la vertigine, invita al capogiro, all’allucinazione, al disorientamento, a smarrire il senso univoco della strada maestra. Niente bussola o molliche di pane nei boschi narrativi che l’artista ci propone. Alto e basso spariscono, figura e sfondo giocano a rimpiattino in una superficie stratificata dove ciò che esce dalla macchia per farsi figura, o lascia il colore per farsi forma, subito si riperde col sopraggiungere di un nuovo livello. Labirinti dove perdersi alla ricerca di un fil rouge che l’occhio seguendo i diversi pattern a tratti ritrova, ma che si rivela falsa indicazione, depistaggio, trappola, vicolo cieco. Ginnastica della visione che produce miraggi e al tempo stesso nasconde, spezzando la forma, maculando, zebrando, striando, tatuando ciò che ci appare familiare, ma che forse non lo è. Come gli ocelli della Caligo prometheus non sono gli occhi della civetta. Le storie, dalla dimensione del bìos si fanno zoé (senza scopo è il tempo ciclico), cosi i miti e le fiabe, ridotti a tracce, tornano motivi “liberi”. Anche la fiaba di Psiche e Amore… si riduce a frammenti di un discorso amoroso. Come nelle pietre paesine (e la pittura a strati, colata, di Veronica Montanino ha qualcosa di geologico), ognuno riconosce la sua città e ricostruisce la propria storia.
È possibile presentare i quadri dei pittori – si chiedeva Roger Caillois – come la varietà umana delle ali della farfalla? La risposta dell’antropologo francese era affermativa, ma a patto di operare (anche solo temporaneamente) una sospensione dei criteri di ordinamento del sapere quale lo conosciamo adottando una “prospettiva trasversale”. In primis l’opposizione Natura/Cultura. Anche Karl Popper, separatore di mondi, del resto scriveva che il mondo 3 è per l’uomo l’equivalente del miele per le api e della tela di ragno per i ragni. Tale sospensione non è esercizio peregrino se permette di interrogarsi su questioni quali la “natura” della pittura. Veronica Montanino pone proprio “l’enigma indecifrabile” della varietà dei disegni delle ali di farfalla al centro della serie realizzata per la Dorothy Circus Gallery (anche se centro non ci può essere in chi sembra voler abbracciare la “scienza diagonale”).
Cosa risulta incomprensibile della bellezza delle ali della farfalla? Il suo essere sostanzialmente senza scopo. Inutile, non funzionale. Come il potlatch mette in crisi il paradigma dell’homo oeconomicus, cosi la natura pictrix disvela una tendenza al dispendio che la vulgata evoluzionista del mors tua vita mea, tutto minimo sforzo e adattamento, non sembrava contemplare tra le caratteristiche degli esseri plasmati dalla selezione naturale. La pittura germinativa, infestante, virale, metamorfica, psichedelica, “overlook”, di Veronica Montanino, ci invita a riflettere sul ruolo che generosità, esuberanza, e inutilità giocano nell’operare dell’arte e della natura. Mutatis mutandis ricerca ciò che è comune a questi due regni, fatte le debite differenze.
Artista dedita alla pratica del camouflage e del remix, Veronica Montanino corteggia la mimicry e l’ilinx, la maschera e la vertigine, invita al capogiro, all’allucinazione, al disorientamento, a smarrire il senso univoco della strada maestra. Niente bussola o molliche di pane nei boschi narrativi che l’artista ci propone. Alto e basso spariscono, figura e sfondo giocano a rimpiattino in una superficie stratificata dove ciò che esce dalla macchia per farsi figura, o lascia il colore per farsi forma, subito si riperde col sopraggiungere di un nuovo livello. Labirinti dove perdersi alla ricerca di un fil rouge che l’occhio seguendo i diversi pattern a tratti ritrova, ma che si rivela falsa indicazione, depistaggio, trappola, vicolo cieco. Ginnastica della visione che produce miraggi e al tempo stesso nasconde, spezzando la forma, maculando, zebrando, striando, tatuando ciò che ci appare familiare, ma che forse non lo è. Come gli ocelli della Caligo prometheus non sono gli occhi della civetta. Le storie, dalla dimensione del bìos si fanno zoé (senza scopo è il tempo ciclico), cosi i miti e le fiabe, ridotti a tracce, tornano motivi “liberi”. Anche la fiaba di Psiche e Amore… si riduce a frammenti di un discorso amoroso. Come nelle pietre paesine (e la pittura a strati, colata, di Veronica Montanino ha qualcosa di geologico), ognuno riconosce la sua città e ricostruisce la propria storia.
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