Claudio Costa. Metamagico
Claudio Costa, ll cielo guardando..., 1978. C+N Gallery CANEPANERI
Dal 15 Maggio 2026 al 11 Ottobre 2026
Torino | Visualizza tutte le mostre a Torino
Luogo: PAV - Parco Arte Vivente
Indirizzo: Via Giordano Bruno 31
Curatori: Marco Scotini
Telefono per informazioni: +39 011 3182235
Sito ufficiale: http://www.parcoartevivente.it
Sabato 16 maggio 2026 il PAV Parco Arte Vivente presenta un’ampia mostra personale dedicata a Claudio Costa (1942–1995), uno degli artisti più singolari e meno esplorati della scena italiana del secondo Novecento. Metamagico, a cura di Marco Scotini, esplora attraverso gli anni Settanta il corpus centrale dell'opera di Costa attorno alla sua ossessione fondante: il rapporto tra cultura materiale, memoria biologica e origine antropologica. Lungo un percorso che vede l’archivio, il museo e il rito (appositamente rivisitati) come luoghi in cui tale rapporto si manifesta.
La mostra si inscrive nel programma di ricerca storica del PAV dedicato alle radici della relazione tra arte ed ecosistema, un indirizzo che coltiva sin dalla sua fondazione ma che, negli ultimi anni, ha inteso estendere a quei pionieri che, già a partire dagli anni Sessanta e Settanta, avevano anticipato le domande oggi centrali nel dibattito su ecologia, biodiversità e memoria del vivente. In questo quadro, Claudio Costa occupa una posizione del tutto singolare: non rappresenta la natura, piuttosto la usa come archivio, come sistema di segni, come materia che porta in sé le tracce del tempo biologico e culturale, nella convinzione che il passato naturale non sia perduto ma sempre latente, riesumabile attraverso il gesto artistico.
Claudio Costa si forma tra Milano e Parigi, dove frequenta il celebre laboratorio di grafica Atelier 17 di S.W. Hayter e incontra Marcel Duchamp, che rimarrà per lui un riferimento imprescindibile. Dalla fine degli anni Sessanta, muovendosi in contatto con il clima dell'Arte Povera, senza mai assorbirne completamente le coordinate, la sua ricerca si sviluppa in una direzione autonoma e radicale: quella di un'antropologia visiva che mescola strumenti dell'etnografia, della paleontologia e dell'alchimia in quello che lui stesso definisce “work in regress”. Suo primo concetto ispiratore che fa il verso a James Joyce: un percorso sempre in divenire ma a ritroso, verso l'origine dell'umano. Costa non è un artista che parla "di" cultura primitiva, ma piuttosto uno che ne adotta il metodo: raccogliere, classificare, disseppellire, riesumare, trasformare.
Fin dalle prime opere degli anni Sessanta, Costa lavora con materiali organici ed elementari - ardesia, creta, cera, terracotta, ossa, elementi vegetali - costruendo oggetti che abitano una zona di confine tra il reperto e l'opera d'arte, tra il museo naturalistico e la teca rituale. Protagonista di rilievo nel circuito dell'Arte Povera, del Concettuale e di Fluxus, ha partecipato con una sala personale a documenta 6 a Kassel (1977) e a diverse edizioni della Biennale di Venezia, tra cui la sezione Arte e Alchimia del 1986. Nell'ultima fase della sua carriera ha unito arte e impegno sociale, fondando a Genova, proprio a partire dal suo rapporto con la psicanalisi,il Museo Attivo delle Forme Inconsapevoli presso l'ex ospedale psichiatrico di Quarto, a Genova.
Metamagico, cita l’opera in mostra del 1978 di Costa, è il titolo che Marco Scotini sceglie per indicare il piano operativo dell'artista: una riflessione sul pensiero magico che, dialogando con Deleuze e Guattari, usa la logica del rito e del mito come strumento conoscitivo alternativo alla razionalità occidentale modernista. Un pensiero che, nelle parole di Ernesto de Martino, abita il confine tra la "presenza che crolla" e il suo riscatto: il luogo in cui l'arte e lo sciamano operano insieme. La mostra riunisce opere di natura eterogenea che si collocano nella produzione degli anni '70 — tavole, teche, installazioni, serie fotografiche — tenute insieme da un unico filo conduttore: questa accanita insistenza sulla ricerca dell’origine per quanto questa possa rivelarsi sempre immanente. La mostra Metamagico si articola in tre aree: Antropologia riseppellta, dedicata alla sua sala personale a Kassel del ‘77, il Museo dell’Uomo e il Museo di antropologia attiva di Monteghirfo.
Nell’ambito della mostra personale di Claudio Costa le AEF/PAV (Attività Educazione Formazione) propongono il laboratorio AgriPittura, neologismo che indica una sperimentazione espressiva derivata dal materiale costituente del paesaggio: dalla terra, dall’erba e ogni altro prodotto naturale o coltivato. Per un approfondimento su un piano più socio-antropologico, Marina Arienzale condurrà il Workshop_88 / Gira Voce 03, un’azione condivisa costruita per dialogare e ragionare sulla comunicazione come un grande telefono senza fili, dove i partecipanti usciranno dagli spazi del PAV per ascoltare le voci del quartiere e raccoglierne le opinioni.
Claudio Costa (Tirana, 1942 – Genova, 1995) Artista poliedrico e figura originale nel panorama internazionale, Costa si forma tra Milano e Parigi, dove frequenta l'Atelier 17 di S.W. Hayter e incontra Marcel Duchamp. Dalla fine degli anni '60, la sua ricerca si concentra sulla paleontologia e l’antropologia ("work in regress"), esplorando l’origine dell'uomo attraverso materiali organici e non convenzionali (argilla, acidi, fotocopie). Nel 1975 fonda il Museo d’Antropologia Attiva a Monteghirfo. Protagonista di rilievo nel circuito dell’Arte Povera, del Concettuale e di Fluxus, ha partecipato a rassegne prestigiose come Documenta 6 a Kassel (1977) e diverse edizioni della Biennale di Venezia (celebre la sezione "Arte e Alchimia" del 1986). Nell'ultima fase della sua carriera ha unito arte e impegno sociale, fondando a Genova il Museo Attivo delle Forme Inconsapevoli presso l'ex ospedale psichiatrico di Quarto.
INAUGURAZIONE: Venerdì 15 maggio, ore 18:30
La mostra si inscrive nel programma di ricerca storica del PAV dedicato alle radici della relazione tra arte ed ecosistema, un indirizzo che coltiva sin dalla sua fondazione ma che, negli ultimi anni, ha inteso estendere a quei pionieri che, già a partire dagli anni Sessanta e Settanta, avevano anticipato le domande oggi centrali nel dibattito su ecologia, biodiversità e memoria del vivente. In questo quadro, Claudio Costa occupa una posizione del tutto singolare: non rappresenta la natura, piuttosto la usa come archivio, come sistema di segni, come materia che porta in sé le tracce del tempo biologico e culturale, nella convinzione che il passato naturale non sia perduto ma sempre latente, riesumabile attraverso il gesto artistico.
Claudio Costa si forma tra Milano e Parigi, dove frequenta il celebre laboratorio di grafica Atelier 17 di S.W. Hayter e incontra Marcel Duchamp, che rimarrà per lui un riferimento imprescindibile. Dalla fine degli anni Sessanta, muovendosi in contatto con il clima dell'Arte Povera, senza mai assorbirne completamente le coordinate, la sua ricerca si sviluppa in una direzione autonoma e radicale: quella di un'antropologia visiva che mescola strumenti dell'etnografia, della paleontologia e dell'alchimia in quello che lui stesso definisce “work in regress”. Suo primo concetto ispiratore che fa il verso a James Joyce: un percorso sempre in divenire ma a ritroso, verso l'origine dell'umano. Costa non è un artista che parla "di" cultura primitiva, ma piuttosto uno che ne adotta il metodo: raccogliere, classificare, disseppellire, riesumare, trasformare.
Fin dalle prime opere degli anni Sessanta, Costa lavora con materiali organici ed elementari - ardesia, creta, cera, terracotta, ossa, elementi vegetali - costruendo oggetti che abitano una zona di confine tra il reperto e l'opera d'arte, tra il museo naturalistico e la teca rituale. Protagonista di rilievo nel circuito dell'Arte Povera, del Concettuale e di Fluxus, ha partecipato con una sala personale a documenta 6 a Kassel (1977) e a diverse edizioni della Biennale di Venezia, tra cui la sezione Arte e Alchimia del 1986. Nell'ultima fase della sua carriera ha unito arte e impegno sociale, fondando a Genova, proprio a partire dal suo rapporto con la psicanalisi,il Museo Attivo delle Forme Inconsapevoli presso l'ex ospedale psichiatrico di Quarto, a Genova.
Metamagico, cita l’opera in mostra del 1978 di Costa, è il titolo che Marco Scotini sceglie per indicare il piano operativo dell'artista: una riflessione sul pensiero magico che, dialogando con Deleuze e Guattari, usa la logica del rito e del mito come strumento conoscitivo alternativo alla razionalità occidentale modernista. Un pensiero che, nelle parole di Ernesto de Martino, abita il confine tra la "presenza che crolla" e il suo riscatto: il luogo in cui l'arte e lo sciamano operano insieme. La mostra riunisce opere di natura eterogenea che si collocano nella produzione degli anni '70 — tavole, teche, installazioni, serie fotografiche — tenute insieme da un unico filo conduttore: questa accanita insistenza sulla ricerca dell’origine per quanto questa possa rivelarsi sempre immanente. La mostra Metamagico si articola in tre aree: Antropologia riseppellta, dedicata alla sua sala personale a Kassel del ‘77, il Museo dell’Uomo e il Museo di antropologia attiva di Monteghirfo.
Nell’ambito della mostra personale di Claudio Costa le AEF/PAV (Attività Educazione Formazione) propongono il laboratorio AgriPittura, neologismo che indica una sperimentazione espressiva derivata dal materiale costituente del paesaggio: dalla terra, dall’erba e ogni altro prodotto naturale o coltivato. Per un approfondimento su un piano più socio-antropologico, Marina Arienzale condurrà il Workshop_88 / Gira Voce 03, un’azione condivisa costruita per dialogare e ragionare sulla comunicazione come un grande telefono senza fili, dove i partecipanti usciranno dagli spazi del PAV per ascoltare le voci del quartiere e raccoglierne le opinioni.
Claudio Costa (Tirana, 1942 – Genova, 1995) Artista poliedrico e figura originale nel panorama internazionale, Costa si forma tra Milano e Parigi, dove frequenta l'Atelier 17 di S.W. Hayter e incontra Marcel Duchamp. Dalla fine degli anni '60, la sua ricerca si concentra sulla paleontologia e l’antropologia ("work in regress"), esplorando l’origine dell'uomo attraverso materiali organici e non convenzionali (argilla, acidi, fotocopie). Nel 1975 fonda il Museo d’Antropologia Attiva a Monteghirfo. Protagonista di rilievo nel circuito dell’Arte Povera, del Concettuale e di Fluxus, ha partecipato a rassegne prestigiose come Documenta 6 a Kassel (1977) e diverse edizioni della Biennale di Venezia (celebre la sezione "Arte e Alchimia" del 1986). Nell'ultima fase della sua carriera ha unito arte e impegno sociale, fondando a Genova il Museo Attivo delle Forme Inconsapevoli presso l'ex ospedale psichiatrico di Quarto.
INAUGURAZIONE: Venerdì 15 maggio, ore 18:30
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