Dal bicentenario alle grandi mostre del 2026
A Brescia è l'anno della Vittoria
Vittoria Alata Brescia 2020
Piero Muscarà
05/02/2026
Brescia - Sulle ali della Vittoria, Brescia vola verso nuovi traguardi nel 2026. Brescia che, dalle ceneri della pandemia, è stato eletta simbolo di una rinascita civica, culturale e creativa nazionale con la designazione a Capitale italiana della Cultura 2023, ha presentato il programma 2026 della sua Fondazione, emblema di una visione strategica di lungo periodo che sta trasformando la Cenerentola delle città d’arte italiane in una destinazione viva e partecipata capace di connettere cittadini e visitatori.
Nel programma 2026 di Fondazione Brescia Musei, presentato a Palazzo Loggia dalla presidente Francesca Bazoli e dal direttore Stefano Karadjov insieme alla sindaca Laura Castelletti, emerge con chiarezza una visione che tiene insieme tutela, progettualità e capacità di rileggere il patrimonio come infrastruttura culturale. Un sistema museale che ambisce a fare di Brescia una autentica “comunità di patrimonio”. Non una semplice successione di mostre ed eventi, ma un disegno organico che attraversa archeologia, arti visive, fotografia, cinema e un ampio spettro di pratiche culturali e partecipative, con l’obiettivo di consolidare il ruolo dei musei civici come luogo di produzione di senso per la città, per il territorio e, più in generale, per il pubblico degli appassionati d’arte.
All’origine dell’intero progetto della Fondazione, anzi nel suo “incipit”, come sottolineano Bazoli e Karadjov, c’è la Vittoria Alata, la preziosa statua del I secolo d.C. conservata presso il Capitolium di Brescia, rinvenuta nel 1826 insieme ad altri bronzi romani e che nel 2026 celebra il bicentenario della sua scoperta. La Vittoria Alata è icona e simbolo millenario della storia e della cultura bresciana, ed è il tesoro attorno a cui era nata l’idea stessa di dar vita al primo museo della città moderna e industriosa incuneata tra Milano, il Lago di Garda e Verona. Una piccola metropoli che ha faticato a riallacciare il legame con la propria identità storica e a riscoprire una vocazione culturale che per decenni è rimasta ai margini.
Attorno alla ricorrenza del Bicentenario della Vittoria Alata si articola un ampio programma di mostre, iniziative ed eventi che assume il capolavoro bronzeo come fulcro simbolico e narrativo dell’intera stagione. Le celebrazioni culmineranno in estate e autunno con grandi progetti espositivi. Da un lato la mostra La Vittoria di Brescia. 40 fotografi e una eterna bellezza, che affida allo sguardo di importanti protagonisti della fotografia italiana il confronto con l’antico. Un progetto che riunisce, tra gli altri, Gianni Berengo Gardin, Francesco Cito, Bonomo Faita e Ferdinando Scianna, chiamati a ridare vita alla Nike bresciana, osservata da molteplici angolazioni, reinterpretata e riletta in un omaggio in cui l’arte contemporanea si misura con l’antico riconoscendolo come fonte viva di ispirazione.
Nel solco di questa visione prosegue il progetto Palcoscenici Archeologici, che rinnova il dialogo tra arte contemporanea e patrimonio con la mostra dedicata a Franca Ghitti, figura centrale dell’arte italiana del secondo Novecento. Il suo lavoro viene riletto come un dispositivo capace di attivare lo spazio archeologico e museale attraverso una stratificazione di segni, memorie e linguaggi. Un confronto, quello tra archeologia e contemporaneo, che Fondazione Brescia Musei coltiva con continuità e che in passato ha visto interventi di artisti come Francesco Vezzoli, autore dell’installazione Victoria Mater. L’idolo e l’icona al Parco archeologico di Brixia, inaugurata il 4 dicembre scorso e visitabile fino al 12 aprile 2026.
Il tema identitario è del resto un elemento cardine della visione proposta dal duo Bazoli-Karadjov, che individua un altro grande perno del programma 2026 nella mostra autunnale dedicata ai duecento anni delle collezioni civiche. Il titolo ne chiarisce immediatamente l’orizzonte: Noi siamo la forza del passato. 1826–2026: 200 anni, 200 storie. L’esposizione, curata da Roberta D’Adda con lo stesso Karadjov, sarà costruito esclusivamente a partire dalle opere conservate nei depositi, trasformando ciò che solitamente resta invisibile in un racconto condiviso, fatto di oggetti e di persone, di luoghi e di idee, capace di dar forma a un “altro museo possibile”.
Parallelamente prosegue uno dei progetti strategici più ambiziosi della Fondazione: la rifunzionalizzazione del Teatro romano all’interno del parco archeologico di Brixia. Nel corso del 2026 verranno compiuti passaggi decisivi sul piano progettuale e tecnico, in dialogo con la Soprintendenza e il Comune, con il sostegno di partner come A2A, la Camera di Commercio di Brescia e l’Alleanza per la Cultura di Fondazione Brescia Musei. Un percorso di lungo periodo che intreccia conservazione, accessibilità e futuro utilizzo performativo del sito e che mira a dare continuità, superando ostacoli burocratici e criticità conservative, al progetto firmato dall'archistar David Chipperfield.
Accanto all’asse archeologico (l’archeologia e la riscoperta di Roma antica sono del resto un tema molto en vogue anche per il Ministero della Cultura guidato da Giuli come ben emerso pochi giorni fa nell’incontro Archeo-Site presentato da Simone Quilici al Colosseo), il programma espositivo della Fondazione si distingue per l’apertura internazionale e contemporanea. In primavera la fotografia sarà protagonista con un progetto inedito dedicato a Bruce Gilden, maestro newyorkese del close-up, con una mostra curata da Denis Curti che si articolerà tra il Museo di Santa Giulia e la Pinacoteca Tosio Martinengo. L’iniziativa rappresenta uno dei fulcri della IX edizione del Brescia Photo Festival (26–29 marzo 2026) e si inserisce nel filone di ricerca sui fotografi statunitensi avviato nel 2023 con David LaChapelle e proseguito nel 2025 con Joel Meyerowitz. La mostra avrà poi al centro una commissione d’artista che chiama Bruce Gilden ad interrogarsi sul tema della Grazia, intesa come dono di Dio all’umanità attraverso la Redenzione, con la creazione di un polittico fotografico ispirato a Raffaello Sanzio e al suo Cristo Redentore benedicente (1502), uno dei grandi capolavori delle collezioni della Pinacoteca Tosio Martinengo che in quei giorni sarà in prestito al MET di New York per la mostra Raphael: Sublime Poetry.
Il programma della Fondazione è naturalmente ancora più ampio quanto si possa riassumere in un breve articolo. Nuove acquisizioni, depositi e “riallestimenti” arricchiranno i percorsi museali, dalla Pinacoteca Tosio Martinengo al Museo del Risorgimento. Grande attenzione sarà inoltre riservata alle pratiche di partecipazione e mediazione culturale, con una fitta costellazione di iniziative: corsi di archeologia, cicli di incontri come ParlaTosio, itinerari urbani e progetti educativi che confermano una concezione del museo come spazio di relazione e interazione continua. Il sistema culturale disegnato dalla Fondazione si estende infine al cinema Nuovo Eden, sempre più integrato nella visione complessiva, e al Castello di Brescia, che nei mesi estivi torna a essere uno dei principali luoghi di aggregazione culturale della città, tra musica, installazioni luminose e progetti di valorizzazione degli spazi storici.
Nel suo insieme, il programma del ‘26 restituisce l’immagine di un’istituzione che lavora sulla durata e non sull’evento isolato, capace di tenere insieme grandi ricorrenze, progettualità infrastrutturali e pratiche quotidiane di relazione con la comunità. Una strategia culturale che riconosce nel patrimonio non un’eredità immobile, ma una materia viva, da interrogare e da trasmettere, facendo dei musei il luogo in cui passato e presente continuano a reinventare il futuro. In un mondo che pare votato all’istantaneità frammentata e alla scarsa visione di lungo termine, quella bresciana è una eccezione che val la pena seguire con attenzione e curiosità.

Nel programma 2026 di Fondazione Brescia Musei, presentato a Palazzo Loggia dalla presidente Francesca Bazoli e dal direttore Stefano Karadjov insieme alla sindaca Laura Castelletti, emerge con chiarezza una visione che tiene insieme tutela, progettualità e capacità di rileggere il patrimonio come infrastruttura culturale. Un sistema museale che ambisce a fare di Brescia una autentica “comunità di patrimonio”. Non una semplice successione di mostre ed eventi, ma un disegno organico che attraversa archeologia, arti visive, fotografia, cinema e un ampio spettro di pratiche culturali e partecipative, con l’obiettivo di consolidare il ruolo dei musei civici come luogo di produzione di senso per la città, per il territorio e, più in generale, per il pubblico degli appassionati d’arte.
All’origine dell’intero progetto della Fondazione, anzi nel suo “incipit”, come sottolineano Bazoli e Karadjov, c’è la Vittoria Alata, la preziosa statua del I secolo d.C. conservata presso il Capitolium di Brescia, rinvenuta nel 1826 insieme ad altri bronzi romani e che nel 2026 celebra il bicentenario della sua scoperta. La Vittoria Alata è icona e simbolo millenario della storia e della cultura bresciana, ed è il tesoro attorno a cui era nata l’idea stessa di dar vita al primo museo della città moderna e industriosa incuneata tra Milano, il Lago di Garda e Verona. Una piccola metropoli che ha faticato a riallacciare il legame con la propria identità storica e a riscoprire una vocazione culturale che per decenni è rimasta ai margini.
Attorno alla ricorrenza del Bicentenario della Vittoria Alata si articola un ampio programma di mostre, iniziative ed eventi che assume il capolavoro bronzeo come fulcro simbolico e narrativo dell’intera stagione. Le celebrazioni culmineranno in estate e autunno con grandi progetti espositivi. Da un lato la mostra La Vittoria di Brescia. 40 fotografi e una eterna bellezza, che affida allo sguardo di importanti protagonisti della fotografia italiana il confronto con l’antico. Un progetto che riunisce, tra gli altri, Gianni Berengo Gardin, Francesco Cito, Bonomo Faita e Ferdinando Scianna, chiamati a ridare vita alla Nike bresciana, osservata da molteplici angolazioni, reinterpretata e riletta in un omaggio in cui l’arte contemporanea si misura con l’antico riconoscendolo come fonte viva di ispirazione.
Nel solco di questa visione prosegue il progetto Palcoscenici Archeologici, che rinnova il dialogo tra arte contemporanea e patrimonio con la mostra dedicata a Franca Ghitti, figura centrale dell’arte italiana del secondo Novecento. Il suo lavoro viene riletto come un dispositivo capace di attivare lo spazio archeologico e museale attraverso una stratificazione di segni, memorie e linguaggi. Un confronto, quello tra archeologia e contemporaneo, che Fondazione Brescia Musei coltiva con continuità e che in passato ha visto interventi di artisti come Francesco Vezzoli, autore dell’installazione Victoria Mater. L’idolo e l’icona al Parco archeologico di Brixia, inaugurata il 4 dicembre scorso e visitabile fino al 12 aprile 2026.
Il tema identitario è del resto un elemento cardine della visione proposta dal duo Bazoli-Karadjov, che individua un altro grande perno del programma 2026 nella mostra autunnale dedicata ai duecento anni delle collezioni civiche. Il titolo ne chiarisce immediatamente l’orizzonte: Noi siamo la forza del passato. 1826–2026: 200 anni, 200 storie. L’esposizione, curata da Roberta D’Adda con lo stesso Karadjov, sarà costruito esclusivamente a partire dalle opere conservate nei depositi, trasformando ciò che solitamente resta invisibile in un racconto condiviso, fatto di oggetti e di persone, di luoghi e di idee, capace di dar forma a un “altro museo possibile”.
Parallelamente prosegue uno dei progetti strategici più ambiziosi della Fondazione: la rifunzionalizzazione del Teatro romano all’interno del parco archeologico di Brixia. Nel corso del 2026 verranno compiuti passaggi decisivi sul piano progettuale e tecnico, in dialogo con la Soprintendenza e il Comune, con il sostegno di partner come A2A, la Camera di Commercio di Brescia e l’Alleanza per la Cultura di Fondazione Brescia Musei. Un percorso di lungo periodo che intreccia conservazione, accessibilità e futuro utilizzo performativo del sito e che mira a dare continuità, superando ostacoli burocratici e criticità conservative, al progetto firmato dall'archistar David Chipperfield.
Accanto all’asse archeologico (l’archeologia e la riscoperta di Roma antica sono del resto un tema molto en vogue anche per il Ministero della Cultura guidato da Giuli come ben emerso pochi giorni fa nell’incontro Archeo-Site presentato da Simone Quilici al Colosseo), il programma espositivo della Fondazione si distingue per l’apertura internazionale e contemporanea. In primavera la fotografia sarà protagonista con un progetto inedito dedicato a Bruce Gilden, maestro newyorkese del close-up, con una mostra curata da Denis Curti che si articolerà tra il Museo di Santa Giulia e la Pinacoteca Tosio Martinengo. L’iniziativa rappresenta uno dei fulcri della IX edizione del Brescia Photo Festival (26–29 marzo 2026) e si inserisce nel filone di ricerca sui fotografi statunitensi avviato nel 2023 con David LaChapelle e proseguito nel 2025 con Joel Meyerowitz. La mostra avrà poi al centro una commissione d’artista che chiama Bruce Gilden ad interrogarsi sul tema della Grazia, intesa come dono di Dio all’umanità attraverso la Redenzione, con la creazione di un polittico fotografico ispirato a Raffaello Sanzio e al suo Cristo Redentore benedicente (1502), uno dei grandi capolavori delle collezioni della Pinacoteca Tosio Martinengo che in quei giorni sarà in prestito al MET di New York per la mostra Raphael: Sublime Poetry.
Il programma della Fondazione è naturalmente ancora più ampio quanto si possa riassumere in un breve articolo. Nuove acquisizioni, depositi e “riallestimenti” arricchiranno i percorsi museali, dalla Pinacoteca Tosio Martinengo al Museo del Risorgimento. Grande attenzione sarà inoltre riservata alle pratiche di partecipazione e mediazione culturale, con una fitta costellazione di iniziative: corsi di archeologia, cicli di incontri come ParlaTosio, itinerari urbani e progetti educativi che confermano una concezione del museo come spazio di relazione e interazione continua. Il sistema culturale disegnato dalla Fondazione si estende infine al cinema Nuovo Eden, sempre più integrato nella visione complessiva, e al Castello di Brescia, che nei mesi estivi torna a essere uno dei principali luoghi di aggregazione culturale della città, tra musica, installazioni luminose e progetti di valorizzazione degli spazi storici.
Nel suo insieme, il programma del ‘26 restituisce l’immagine di un’istituzione che lavora sulla durata e non sull’evento isolato, capace di tenere insieme grandi ricorrenze, progettualità infrastrutturali e pratiche quotidiane di relazione con la comunità. Una strategia culturale che riconosce nel patrimonio non un’eredità immobile, ma una materia viva, da interrogare e da trasmettere, facendo dei musei il luogo in cui passato e presente continuano a reinventare il futuro. In un mondo che pare votato all’istantaneità frammentata e alla scarsa visione di lungo termine, quella bresciana è una eccezione che val la pena seguire con attenzione e curiosità.

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