Un importante intervento alla Galleria dell'Accademia di Firenze

Il busto di Michelangelo di Daniele da Volterra ritrova l'antica bellezza grazie a un recente restauro

Daniele da Volterra, Busto in bronzo di Michelangelo Buonarroti (prima del restauro), Galleria dell’Accademia di Firenze
 

Samantha De Martin

23/02/2018

Firenze - Proprio all’ingresso della Galleria dei Prigioni, il busto di Michelangelo Buonarroti, fresco di restauro, sembra idealmente accogliere il pubblico in visita alla Galleria dell’Accademia, il Museo che, oltre al David, espone, tutte insieme, il maggior numero di sculture del maestro.
Ed eccolo il bronzo realizzato da Daniele da Volterra, uno degli amici e collaboratori più affezionati dell'artista, all’indomani della morte del Buonarroti - avvenuta nel 1564 - su incarico del nipote Leonardo.
La scultura, dallo sguardo intenso, ha avuto, in seguito, un numero considerevole di repliche che hanno causato non poche difficoltà a distinguere gli esemplari autografi dalle copie.

Inizialmente le versioni autografe erano solo tre: due destinate a Leonardo Buonarroti e una a Diomede Leoni, seguace di Michelangelo e instancabile collezionista. La terza testa, rifinita da un collaboratore di Daniele da Volterra, prima collocata negli Horti Leonini, era, in seguito, entrata nelle collezioni di Ferdinando I de’ Medici. Per molto tempo la sua identificazione è rimasta incerta, dal momento che esistevano almeno due busti di provenienza medicea, conservati alla Galleria dell’Accademia di Firenze e al Museo Nazionale del Bargello.

L’attuale restauro, a cura di Nicola Salvioli, ha confermato che il busto della Galleria dell’Accademia di Firenze è l’originale scultura di Daniele da Volterra, noto anche come il Braghettone per quel suo intervento censorio volto a ricoprire, in seguito alle decisioni del Concilio di Trento, con vestimenti e foglie di fico le nudità del Giudizio Universale nella cappella Sistina.

Sulla superficie del busto si intravedono i segni di una prolungata esposizione all’aperto e anche gli inventari hanno confermato la presenza dell’opera nelle collezioni medicee fino al 1803, quando è stata trasferita prima all’Accademia di Belle Arti e infine nella sua attuale collocazione.

L’intervento - volto al recupero della corretta leggibilità dell’opera, oltre che alla ricerca di patinature originali, e che ha comportato anche la realizzazione di un supporto metallico per l’ancoraggio di sicurezza del busto alla parete - ha consentito la rimozione delle diverse sostanze che ne ricoprivano la superficie. Un antico intervento di pulitura con sostanze acidule avrebbe infatti rimosso i residui di patinatura originale, dando vita a processi di corrosione localizzati e protrattisi poi nel tempo.

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