Il capolavoro seicentesco riemerge dai depositi degli Uffizi

La Madonna della Gatta torna a Palazzo Pitti

Federico Barocci, Madonna della Gatta, Galleria Palatina di Palazzo Pitti,, Firenze 
 

Francesca Grego

24/07/2019

Firenze - È di nuovo esposta a Palazzo Pitti la Madonna della Gatta di Federico Barocci, nelle parole dello studioso Antonio Paolucci “l’alfiere più intelligente e più sensibile dell’arte della Controriforma che aprì la strada a Caravaggio e la Modernità”. Qui Barocci ci regala un’interpretazione della maternità delicatissima e teatrale insieme, introducendo lo spettatore tra le mura domestiche della Sacra Famiglia e proiettando la scena religiosa in una dimensione quotidiana. Proprio al centro, acciambellata tra le vesti di una Maria adolescente, è possibile notare una gatta che allatta i suoi cuccioli, l’elemento distintivo da cui l’opera ha preso il nome.

Relegato da oltre un decennio nei depositi degli Uffizi, il dipinto esce finalmente dall’ombra di un passato travagliato: a causa di una rifoderatura inadeguata, nel tempo aveva scontato gli effetti di un calore eccessivo che ne aveva compromesso la leggibilità. Il restauro del 2003 gli ha restituito colori e definizione e ora la tela brilla nella Sala di Berenice, riallestita per l’occasione con altri dipinti dello stesso autore (il Ritratto di fanciullo e l’Annunciazione), accanto all’Adorazione dei Magi di Luca Giordano e ad altre tele seicentesche.

“Il grande ritorno della Madonna della Gatta”, spiega il direttore delle Gallerie degli Uffizi Eike Schmidt, “fa parte della strategia di valorizzare di più Palazzo Pitti, facendoci tornare dei capolavori che vi erano esposti in passato. Il nuovo allestimento della Sala di Berenice rende evidente l’importanza dello stile di Federico Barocci per la pittura seicentesca e ne esalta le scelte cromatiche, l’articolazione astratta dei panneggi, il senso delle sfumature atmosferiche fondamentali per la pittura del secolo successivo”.

Il dipinto giunse a Firenze nel 1631 da Urbino, patria del Barocci, al seguito di Vittoria della Rovere, andata in sposa al granduca Ferdinando de’ Medici a soli 11 anni. Probabilmente fu anche questo il motivo dell’affezione della granduchessa per la tela con la Madonna bambina: fatto sta che Vittoria fece trasformare l’opera, già apprezzatissima tra i contemporanei, in un sontuoso arazzo tuttora esposto negli Appartamenti Reali di Palazzo Pitti.

Secondo lo studioso Antonio Natali la giovane età della Vergine è un indizio che porta al cuore del significato del quadro, protagonista finora di interpretazioni non del tutto convincenti. Liquidata per lungo tempo come una rappresentazione della Visitazione, la Madonna della Gatta infatti fa sì riferimento a un incontro tra Santa Elisabetta e Maria ma la visita ha luogo nella casa di quest’ultima e dopo la nascita del Bambino, contrariamente a quanto registrato dai Vangeli. Una scena inedita che secondo lo storico dell’arte adombra un’altra verità, da ricercare nel contesto di nascita del dipinto e nella sua commissione da parte dei della Rovere.

Come racconta Natali nel volume Federico Barocci 1535-1612 (Silvana Editoriale), in quegli anni il duca di Urbino era rimasto vedovo e senza figli. Secondo un patto siglato con papa Clemente VIII, in mancanza di eredi alla sua morte i possedimenti del Ducato sarebbero stati annessi allo Stato Pontificio. Per questo motivo il cinquantenne Francesco della Rovere si risolse a sposare la cugina Livia appena quattordicenne, da cui nacque il piccolo Federico Ubaldo. A Urbino e dintorni fu festa grande: il vecchio tronco dei della Rovere, si diceva, aveva finalmente germogliato. Ghiande e foglie di quercia evocano gli emblemi del casato anche nel quadro di Barocci dove, guarda caso, l’età avanzata di Giuseppe è accentuata come la giovinezza di Maria. Aprendo il sipario come per un colpo di teatro, spiega Natali, “un uomo maturo invita ad ammirare la moglie adolescente mentre culla, come in un gioco di bambole, il suo bimbo da poco partorito”.

Quando portò la tela a Firenze, Vittoria della Rovere non poteva essere all’oscuro di questi fatti: era a sua volta figlia di Federico Ubaldo, il bambino celebrato dal dipinto. Serbò fino alla morte l’opera nel suo patrimonio personale, esponendola a Palazzo Pitti in quella che oggi è la Sala di Berenice, e ne chiese la trasposizione in arazzo “per tener desto il ricordo di una vicenda familiare ragguardevole”.

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