Japonisme San Domenico

Tsukioka Yoshitoshi, La storia di Takashima Oiko, 1889. Xilografia policroma. Bologna, collezione del Centro Studi d’Arte Estremo Oriente
 

Francesca Grego

18/08/2026

Forlì-Cesena - Che la cultura giapponese eserciti sull’Occidente un’attrazione magnetica è noto. Ma per quale motivo Vincent Van Gogh si innamorò delle xilografie di Hokusai? E che cosa hanno in comune i quadri di Giacomo Balla con l’arte nipponica? Tutto questo ha un legame con l’attuale successo dei manga? Un ambizioso progetto espositivo promette di spiegarcelo a breve. L’appuntamento è al Museo di San Domenico di Forlì dal 19 febbraio al 27 giugno 2027. A cura di Rossella Menegazzo, Giovanni Gamberi e Francesco Parisi, con la collaborazione di Matthew Winterbottom e Enrico Colle, Visioni d’Oriente. Giappone e Giapponismo dall’Impressionismo ai Manga non è una mostra di arte giapponese, bensì il racconto di come l’estetica del Sol Levante abbia trasformato il nostro modo di guardare, rappresentare e immaginare il mondo, spaziando dalla pittura al cinema, ai fumetti e all’animazione. 

Tutto inizia intorno alla metà dell’Ottocento, quando il Giappone si apre all’Occidente dopo secoli di isolamento. Le prime immagini della sua arte arrivano in Europa incidentalmente, stampate su carta da pacchi. La curiosità è notevole, di fronte a un paese lontano e così geloso della propria cultura. La moda del Giapponismo deflagra immediatamente in Francia e coinvolge trasversalmente ogni settore della creatività, dalla pittura all’arredamento, dall’architettura agli abiti e agli accessori. In pochi anni si diffonderà in tutta Europa, favorita dalle Esposizioni Universali a cui il Giappone partecipa con propri padiglioni, e solcherà l’Atlantico alla volta degli Stati Uniti. Negozi specializzati in oggetti dell’Estremo Oriente attraggono il pubblico più raffinato delle capitali, mentre dal 1888 il collezionista e mercante Samuel Bing diffonde il verbo del giapponismo attraverso la rivista Le Japon artistique



Influenze giapponesi si evidenziano nelle opere degli Impressionisti e di Van Gogh, di Henri de Toulouse-Lautrec, di Paul Gauguin, dei Nabis. In Belgio è James Ensor a recepire per primo il vento d’Oriente; gli fanno compagnia Gustav Klimt e Koloman Moser in Austria, Alphonse Mucha in Boemia, Albert Moore in Inghilterra. Giuseppe De Nittis e Giovanni Boldini, di stanza a Parigi, si mostrano i più sensibili tra i maestri italiani. In fasi diverse la febbre nipponica contagerà artisti molto distanti tra loro, da Plinio Nomellini a Giacomo Balla, passando per Galileo Chini. Il fenomeno è indifferente ai confini tra le arti: stili e motivi di origine giapponese saranno riprodotti nei vetri di Tiffany, di Gallé e dei fratelli Daum, ma anche nei gioielli di Lalique. 

Nell’arte giapponese ognuno trova qualcosa di diverso e congeniale ai propri interessi. La mostra racconterà, per esempio, come gli Impressionisti siano stati ispirati dalla sua visione della natura, dall’assenza di prospettiva e dalle linee rapide, così come dal taglio asimmetrico delle immagini, mentre Gauguin fu colpito dalle tinte pure e dagli accostamenti netti, dalle campiture piatte che esaltavano il valore decorativo e simbolico del colore. Per l’arte europea, insomma, il Giapponismo rappresentò una reazione entusiasta a stimoli imprevisti, ma soprattutto un formidabile catalizzatore di tendenze già in atto, offrendo strumenti nuovi per la dissoluzione dei canoni tradizionali della rappresentazione e per la nascita di un linguaggio moderno internazionale. 


Claude Debussy, La Mer, 1905, Durand, Paris. Collezione privata