Anni Venti in Italia. L'età dell'incertezza a Palazzo Ducale di Genova

Il ritorno al figurativo negli anni Venti del 900. Ne parlano i curatori Franzone e Fochessati

Ubaldo Oppi, I chirurghi, 1926, Olio su tela, Museo Civico di Palazzo Chiericati, Vicenza
 

Francesca Faiella

13/01/2020

Genova - Come eravamo, cento anni fa. L’esposizione Anni Venti in Italia. L'età dell'incertezza, fino al 1° Marzo 2020 al Palazzo Ducale di Genova, è il ritratto di un’Italia ferita appena uscita dalla Grande Guerra e di una cultura che cercava una via di fuga dalla realtà, sconfinando nell’irrazionale tra sonno e incubi. Difficile trovare analogie tra il secondo decennio del Novecento e il mondo odierno, tuttavia l’osservazione del nostro passato a distanza offre una consolazione all’incertezza dei tempi attuali e uno spunto per la riflessione.
Abbiamo incontrato i due curatori della mostra, Gianni Franzone e Matteo Fochessati.
 
Come è nata l’idea dell’esposizione Anni Venti in Italia. L'età dell'incertezza?
Gianni Franzone: “L'idea alla base della mostra è stata di fare un ritratto degli anni Venti del Novecento, a un secolo esatto di distanza. L’esposizione evidenzia come tale decennio sconfini leggermente dalle date canoniche. Inizia anticipatamente, con la fine del Primo conflitto mondiale e quindi con i postumi di uno degli eventi più tragici della storia dell'umanità. E finisce prima, con un altro evento tragico e foriero di conseguenze almeno per l’intero decennio successivo, cioè il crollo della borsa di Wall Street dell’ottobre del 1929, la più grave crisi economico-finanziaria che il mondo moderno abbia vissuto, paragonabile solo alla recente crisi del 2008, le cui conseguenze sono ancora sotto gli occhi di tutti. Ecco, ci è parso che il clima di incertezza, inquietudine, ansia, aspettativa, spaesamento, straniamento e paura che caratterizzò gli anni Venti del Novecento connoti, in un'atmosfera generale completamente diversa, anche il nuovo decennio che è appena iniziato. Un'idea, questa, che è alla base, per esempio, di un libro di cui molto si è parlato, M. Il figlio del secolo di Antonio Scurati che si è aggiudicato il Premio Strega 2019.”
 
Entrambi ricoprite anche l'incarico di curatori dell'eterogenea Collezione Wolfsoniana di Genova, che include oggetti e opere d'arte del periodo compreso fra il 1880 e il 1954. In che modo la mostra risente della vostra esperienza professionale?
Gianni Franzone: “Anche se la mostra a Palazzo Ducale presenta un numero limitato di opere provenienti dalla Collezione Wolfsoniana, l'approccio curatoriale è - mi si passi il termine - "wolfsoniano", nel senso che riflette il tentativo di ricostruire e interpretare un'epoca, in questo caso un decennio, nella sua totalità e complessità, interpretando la produzione artistica alla luce del panorama storico, politico, sociale ed economico del tempo.
Delle cento opere esposte, otto appartengono alla collezione della Wolfsoniana. Alcune sono conosciute perché solitamente esposte al museo, altre perché già presentate in altre occasioni espositive. C'è però una novità assoluta: Noi viviamo il mistero che abbiamo violato, un enigmatico dipinto del veneziano Giacinto Fuga, ancora di proprietà di Micky Wolfson, che, per l'occasione, è stato restaurato grazie alla generosità dello Studio Oberto di Genova.”
 
Quali sono gli aspetti della produzione artistica degli anni Venti che avete voluto sottolineare?
Gianni Franzone: “La principale rivoluzione compiuta dagli artisti negli anni Venti fu la ripresa di un approccio realistico, dopo la temperie avanguardistica che aveva connotato il primo decennio del secolo. Un cambiamento che è definito, in modo pregnante ma anche limitativo, come "ritorno all'ordine". Ci siamo sforzati di sottolineare che questo recupero della figurazione non rappresenta il ritorno a un’estetica reazionaria e conservatrice, bensì segna l’inizio di un’interpretazione nuova della realtà, che va ben oltre la sua esteriore immagine fenomenica. Si tratta di un realismo che non è ottocentesco, non è illustrativo, non è neppure propriamente mimetico. Nelle sue varie declinazioni - Valori Plastici, Realismo magico, ma anche Novecento - gli artisti italiani degli anni Venti utilizzano un approccio realistico in termine di resa espressiva, ma il contenuto è ben diverso: magico, segreto. Come scrisse il critico tedesco Franz Roh a proposito della versione tedesca del movimento definito Realismo magico “la pittura torna a farsi specchio del mondo esterno tangibile”, nel senso di rappresentare una visione interiore che non prescinde dall’esistenza del mondo esterno. In questo senso, pur trattandosi di una pittura figurativa, è una pittura che tende a portare a galla il segreto e il mistero insito nella realtà stessa.”
 
Quali personaggi sono stati i principali fautori di questo cambiamento?
Matteo Fochessati: “È difficile, come sempre, dovendo affrontare un periodo così articolato, selezionare alcuni nomi di protagonisti dell’epoca. Sicuramente nel campo della critica d’arte il personaggio più influente fu Margherita Sarfatti cui è stata dedicata recentemente una grande mostra in due sedi a Rovereto e a Milano. La sua presenza in mostra non è esplicita, ma aleggia in tutte le opere del movimento Novecento da lei fondato. Altrettanto importante e significativo appare il ruolo di Matteo Marangoni di cui si presenta il ritratto eseguito da Baccio Maria Bacci: Marangoni fu importante per il suo ruolo di divulgatore (suoi i manuali Arte barocca e Come si guarda un quadro, edito nel1927) e per il suo fondamentale contributo al revival del barocco. Tra gli artisti fondamentali sono le figure di de Chirico e di Sironi, ma come dimenticare Casorati, di cui non a caso si è scelto di selezionare un dipinto per il manifesto e la copertina del catalogo. In scultura la mostra documenta con quattro straordinarie opere la fondamentale esperienza plastica di Arturo Martini.”
 
Quale era la rappresentazione del femminile e quale è stato il contributo all'arte delle donne nel decennio?
Matteo Fochessati: “Vi è una sola artista presente in mostra con un dipinto: la siciliana Pasqualina Noto. Tuttavia nei numerosi ritratti in esposizione compaiono diverse figure femminili che ebbero un ruolo determinante nella temperie culturale e artistica di quel decennio: dalla pittrice Alma Fidora, moglie del critico Ugo Nebbia, a Mademoiselle Parisis, celebre soubrette parigina ritratta da Savinio di cui era collezionista; dalla duchessa de La Salle-Roche-Maure, qui raffigurata dal futurista Prampolini, ma già ritratta da Tamara de Lempicka, alla marchesa Casati, l’emblema della trasgressione dell’epoca. Il contributo delle donne fu fondamentale in questo periodo: la loro emancipazione era infatti iniziata durate il conflitto, quando si erano trovate a sostituire gli uomini al fronte in professioni abitualmente afferenti il genere maschile e negli anni Venti questo percorso di affrancamento dai tradizionali modelli comportamentali si manifestò non solo in campo artistico, ma anche in quello della moda e del costume.”
 
Quale fu il ruolo dell'Italia nell'Europa del decennio?
Matteo Fochessati: “Anche questa domanda esige un notevole sforzo di sintesi. l’Italia negli anni Venti è una nazione uscita vincitrice della guerra, ma che, convinta dalla retorica dannunziana di essere vittima di una vittoria mutilata, cerca un riscatto internazionale nelle sirene propagandistiche della dittatura. E se i primi anni del fascismo sono quelli del massimo consenso non solo interno, ma anche internazionale, lo scotto da pagare fu la perdita delle libertà democratiche e lo scatenamento della violenza squadrista contro le opposizioni, prodomi delle future tragedie cui andrà incontro il Paese.”
 
Quale fu il peso della Prima Guerra mondiale sull'arte degli anni Venti?
Matteo Fochessati: “Il trauma della guerra si ripercuote su tutto il decennio successivo, anche se il regime s’impegnò ad alimentare, attraverso la sua macchina propagandistica, la retorica celebrazione dei caduti e dei mutilati. Come documentato in mostra, nonostante le rigide maglie della censura e le rappresaglie contro ogni cosiddetto segnale di disfattismo, il prolungarsi del lutto, che flagellò l’intera popolazione, continuò a manifestarsi in forme più o meno allusive.”
 
Quali furono secondo voi i lati più oscuri, inquieti e irrazionali?
Matteo Fochessati: “Il diffuso scollamento con la realtà, che contraddistinse gli anni Venti, ispirò in genere la nostalgia per un passato mitico e ideale, ma spesso questa tensione culturale indusse anche a sconfinare nell’irrazionale, contribuendo ad aprire spiragli inaspettati e non desiderati verso la dimensione dell’incubo e dell’angoscia o verso l’ossessiva reiterazione di esperienze traumatiche, direttamente vissute durante la recente esperienza bellica. Le suggestioni dell’irrazionale rappresentano una tra le tante forme di fuga e di evasione che si manifestarono in questo periodo: spiritismo, trance ed evocazioni medianiche, in cui rifugiarsi per sfuggire all’inquietante presagio di una rovina imminente, improntarono molte forme espressive del tempo. E se quest’aspirazione di fuga dalla realtà fu simboleggiata in letteratura e nelle arti figurative dal tema del sonno - un sonno, senza serenità e pace -, gli incubi individuali ben presto si trasformarono nel sogno angoscioso di un’intera nazione, come esemplificato in mostra dalla tragica e grottesca maschera del Duce dell’artista anarchico Giandante X.”

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